Tre o quattro moschettieri

i-tre-moschettieri

di Snowe Villette

Se state a penza’ che questa è na sviolinata a noi stessi medesimi, Accademici Alterati, state a penza’ giusto. Ma se ve piacciamo, continuate a legge’ che ne vale aa pena. De sti tempi semibui de novembre, ce vòle quarche solicello che illumini lo spleen autunnale.

È successo che DuCognomi m’ha lanciato er sasso dell’intervista, che poi è diventato na patata bollente pella sottoscritta. “Tocca a te” m’ha ingiunto, e io, come sempre, ho risposto “Obbedisco!” mettendome sull’attenti garibaldino.

Così me so’ messa a pista’ i tre moschettieri (che poi so’ quattro come ner libro).

Mettelli insieme nun è stato facile, perché er primo vive a Roma, er seconno abita a Roma e invece er numero tre risiede a Roma. Nun è stato facile, ma ce so’ riuscita.
Tre moschettieri direttamente ar servizio der Re Vino, che hanno scritto un libro che me so’ dovuta compra’ e dije puro grazie pella dedica che me faranno, spero, dopo sto pezzo a loro dedicato.

Il libro se chiama “Vini da scoprire”, se ancora nun l’avete letto, ciavete i tempi supplementari pe’ fallo. L’importante è che lo comprate, costa come na bottija de vino semiscrauso. Mejo er libro.

Inzomma, de seguito ce stanno le mie domande e le loro risposte. Pe’ quelli che hanno bisogno de na spiega, perché da soli nun ciariveno:

A = Armando Castagno
F = Fabio Rizzari
GP = Giampaolo Gravina

Alla fine, perché er dorce sta sempre ner fonno, er Magister Giancarlo Marino, detto anche il Quarto Moschettiere, ha scritto quarcosa de bbello. Nun lo fa mai pelli amichi, ma stavorta ha fatto l’eccezione che conferma la regola. Ha fatto bene, me so’ commossa puro io.

Rimane da capi’ a quale Moschettiere corrisponde un AA – Accademico Alterato -. Seconno me so’ tutti e quattro Porthos, anche se se credono Aramis, o peggio D’Artagnan. Quello che conta è nun esse’ quello sfigato cornuto de Athos.
Se semo capiti.

A DOMANDA RISPONDE

De sti tempi indove nisuno legge er cartaceo e le guide sur vino nun se vennono manco a regalalle com’è che ve siete messi in testa de fa na guida come quella che avete fatto?

A – Infatti. Considerando lo stato comatoso dell’editoria italiana di carta stampata, abbiamo pensato di raccogliere un numero cospicuo di segreti di stato, vaticani, il dossier su Ustica, particolari scabrosi sulla vita privata dei giornalisti enoici, eccetera, e nasconderli là dove nessuno li vedrà mai: stampati su un libro. E’ un nascondiglio perfetto.

F – Infatti non è una guida. O meglio, lo è pur non essendolo.

GP – Sinceramente: ti pare che abbiamo scritto l’ennesima guida? Al contrario, io sono fermamente convinto che i presupposti su cui si fonda il lavoro delle guide siano stati qui del tutto disattesi: alla presunta completezza delle guide abbiamo opposto una deliberata parzialità; abbiamo programmaticamente rinunciato ai punteggi, alle gerarchie, ai premi, che sono manfrine irrinunciabili per tutte le guide; abbiamo divagato a briglia sciolta, dedicando a ogni vino due paginette di testo (in media oltre duemila battute) ma limitando al minimo sindacale (se c’è un minimo, è sempre sindacale) le espressioni gergali e autoriferite che alimentano l’astruso vocabolario della degustazione. Se questa è una guida…

Come ve siete divisi er campo d’azzione? Ner senso de esse d’accordo dar principio su quali zone e quali vini ognuno de voi ciaveva voja de scrive.

 A – Abbiamo adottato il principio elaborato recentemente in una università laotiana e detto del OFECCJP. Si tratta dell’acronimo per “ognuno fa er cacchio che je pare”. Alla fine del lavoro ci siamo confrontati e abbiamo visto che sì, c’era qualche ridondanza, allora siamo intervenuti con il principio recentemente messo a punto in una università malgascia detto del AAPDLSVMSGC. Che sta per “ahò, avemo parlato de li stessi vini ma sti gran cavoli”. E così ci sono tre Gattinara e nessun Boca o Lessona, per esempio. Ma Vini da Scoprire non è il manuale Cencelli, quindi c’è il caso che il prossimo anno ci siano ventiquattro Zagarolo DOC e nessun vino piemontese. Anzi, sarà molto probabilmente così.

F – Armando e Giampaolo hanno scelto le aree e i vini migliori, io in seconda battuta ho preso le rimanenze.

GP – Abbiamo proceduto in modo anarchico, senza divisione di campi né di ruoli. Ognuno ha scritto dei vini che aveva voglia di raccontare, stop. Le evidenti lacune e sproporzioni stanno lì a dimostrarlo: nel nostro libro raccontiamo due Falanghine dei Campi Flegrei ma nessun Soave; tre Gattinara e nessun Barolo né Barbaresco; ma non ci sogneremmo mai di sostenere che lo scenario della Falanghina sia oggi più interessante di quello del Soave o che i Gattinara siano mediamente più buoni dei Barolo e dei Barbaresco, tanto per dire.

I vini come li avete scelti, tutti da per voi o v’è arrivata quarche soffiata da amici de amici?

 A – “La scelta è stata personale e anche molto dura, perché quanto pubblicato è davvero una punta d’iceberg. Una selezione operata da una lista assai lunga, a comporre la quale sono intervenuti mille suggerimenti, colti al volo, meditati o persino fraintesi. Tutti suggerimenti dati da amici, appassionati quanto noi, senza sapere a cosa sarebbero serviti; della nostra iniziativa abbiamo parlato ad un numero di persone così ristretto che per esempio Rizzari ha consegnato senza sapere del libro; pensava che i suoi bellissimi testi sarebbero stati declamati a teatro da un attore neodada.”

F – Personalmente ho copiato da altre pubblicazioni di settore: scorciatoia che prendo da anni, fin da quando curavo la guida dei vini espressica.

GP – Soffiata è una parola bellissima, grazie per averla usata. Un vino “soffiato” è allo stesso tempo un vino suggerito e un vino sottratto, e a ben guardare anche l’italiano conserva una traccia di quell’ambiguità semantica che è molto più forte nel francese soufflée (Derrida docet). Io ho “soffiato” tanti vini, ma non saprei dirti dove finiscono le dritte di amici e colleghi e dove cominciano i suggerimenti elaborati in proprio. Anzi, trovo perfino patetico l’atteggiamento di chi si arroga il ruolo di aver scoperto questo o quel vino, di averne parlato per primo, come fanno tanti pseudo-colleghi…

Nel mentre che stavate a sbevazz…, ehm, raccoje materiale, ci avete ripensato su quarche vino o ve so’ annati bbene tutti da subbito?

 A – Ho modificato la lista un numero imbarazzante di volte. L’ho anche modificata ventidue volte dopo che il libro è uscito, quindi non considerate minimamente quello che c’è scritto sopra e contattatemi alla mail a.castagno@equitalia.it per avere la lista definitiva.

F – Qualche ripensamento l’ho avuto, per esempio ho espunto dalla mia selezione finale un vino bianco sfuso dei Castelli Romani che era buono ma veramente un po’ troppo elementare (sebbene perfetto da tracannare)

GP – Io ci ho ripensato spesso, sono un maestro del “revocare in forse”. Addirittura il vino di cui ho scritto per primo, che d’istinto mi sembrava perfetto per la pubblicazione, poi alla fine ho deciso di escluderlo.

Ce so’ stati vini e/o produttori che v’hanno sorpreso?

 A – Tutti e quaranta i miei più altri ottanta almeno. Infatti volevamo chiamare il libro “vini da svenire”, o anche “vini da pajura”. Dopo qualche mese che avevo scelto alcuni vini, ho scoperto di non essere più sorpreso da essi e soprattutto di averli già scoperti, e allora li ho depennati, anche se il libro non era ancora uscito, spero di essere stato chiaro.

F – Quasi tutti, a dire la verità. Nel mio caso, l’impronosticabile Bardolino Poggio delle Grazie 2015, un mini Volnay in salsa veneta, e il Negroamaro Don Franco 2013 Macchiarola, un rosso di complessità aromatica che colpisce, stordisce e ammutolisce, più due o tre altre voci verbali in –isce

GP – Avòja!

Quanto c’è voluto pe’ anna’ a giro a scoprire vini?

 A – Oltre cinquant’anni, il primo l’ho trovato nel 1966 e ho sperato fino all’ultimo che i colleghi di altre testate non lo scoprissero, me la sono vista brutta due volte, una nel gennaio 1978 perché uno abruzzese stava per scoprirlo Cernilli, una il giorno dell’uscita del libro perché uno della Corsica stava per scoprirlo Rocco Lettieri, ma poi è andato tutto bene perché mi sono ricordato che la Corsica non fa più parte dell’Italia.

F – Circa quattordici anni: già nel 2002 avevo una vaga percezione che avremmo fatto un libro simile e mi sono messo avanti con il lavoro.

GP – Non saprei quantificarlo: lo scouting dei “viaggi d’assaggio”, come li chiamava Soldati, io lo interpreto nel senso di una ricerca permanente: è il compito di una vita. Nella mia selezione ho inserito vini di cui volevo scrivere da sempre, che hanno inspiegabilmente consolidato un’immeritata reputazione di vini minori e che ho sempre ritenuto sottovalutati; poi ci sono vini che tenevo d’occhio da qualche anno, che aspettavo alla prova di una conferma; e infine vini scoperti più di recente, qualcuno addirittura negli ultimi mesi, e inseriti all’ultimo tuffo.

Dopo le prime ricognizzioni, ve siete visti e confrontati oppure ognuno de voi ha fatto e scritto come je pareva fino alla pubblicazione?

A – Ci siamo confrontati una volta sola e in maschera presso il Grande Oriente d’Italia, ma siccome eravamo tutti mascherati non sono sicuro di essermi confrontato con Rizzari e Gravina, anzi ora che ci penso uno poteva anche essere Giavedoni e l’altro forse Depardieu, anzi ora che ci penso meglio forse non c’ero nemmeno io.

F – La seconda che hai detto. Con l’eccezione di tre o quattro vini bevuti insieme a pranzo.

 GP – La seconda che hai detto.

Ce sta fra tutti una scoperta particolare che ve fa’ senti fieri?

 A – La scoperta della trippa alla romana da lacrime copiose di Mamma Angelina, viale Arrigo Boito 65 a Roma, che mentre ci confrontavamo a bottiglie scoperte ma noi tre stagnolati abbiamo scoperto, rimanendone affatturati, e da allora ci siamo confrontati più spesso per magnasse la trippa di Mamma Angelina, via Arrigo Boito 65 a Roma, chiuso mercoledì, prenotare.

F – A me fa sentire fiero il fatto di aver scoperto che si possono scoprire molti più vini di quanto pensassi.

 GP – Io vado spesso alle fiere, specie a quelle dei vini artigianali, ma incrocio raramente la fierezza: è un sentimento che non mi appartiene. Per contro tendo ad affezionarmi ai vini più fragili e incompiuti, come Lusignolo di Cristiana Galasso (Feudo d’Ugni); o a quelli più improbabili e precari, come il Noè di Maurizio Silvestri e Stefano Amerighi. Ma nella mia selezione l’incompiutezza e la precarietà sono tratti che ritornano spesso, perciò l’elenco sarebbe ben più lungo.

Ve sembra che dopo quarche settimana er libro se sta a venne bene?

A – Mah. Io stesso ne ho comprate più copie di quante ne abbia vendute la guida del Touring Club dello scorso anno, quindi penso stia andando bene. Se ricevo un altro incarico del genere infatti sono rovinato.

F – Tra i miei parenti è di gran lunga il titolo più venduto, ma a quanto mi risulta è ben piazzato anche su Amazon e nelle vendite generali in libreria; va invece maluccio nelle vendite in ferramenta e nei negozi di ortopedia

GP – Purtroppo lo strapotere di Ikea ci penalizza. Nel senso che l’arredamento delle case contemporanee lascia inesorabilmente in fuorigioco quei mobili di una volta, che si usuravano in modo asimmetrico e spesso zoppicavano da un lato, richiedendo l’intervento di una “zeppa”. Di un tavolo che traballa a Roma si dice che “nazzica”, tu lo sai bene. Ma oggi i tavoli non nazzicano più come una volta, ed è un peccato, perché il nostro libro è una zeppa perfetta, e le vendite, già apprezzabili, sarebbero impennate.

Ce sta quarche recenzione o apprezzamento che ve fa’ più piace’ de artri?

A – Una frase di Marco Bolasco in un’intervista a Intravino. Ha detto “questo libro sarebbe potuto uscire anche nella collana di narrativa della Giunti”. Mi ha fatto piacere. Pensa se avesse detto che sarebbe potuto uscire a puntate su “Libero”.

F – La recensione del collega fraterno Fernando Pardini, affettuosa, senz’altro di parte, ma come sempre onesta.

GP – Mi piace parafrasare un produttore napoletano, ma non di vini, di film: Peppino Amato, di cui Flaiano raccolse un’irresistibile antologia di strafalcioni, nel più genuino spirito della comicità involontaria. Peppino, intervistato alla vigilia dell’anteprima della Dolce Vita di Fellini, che si era imbarcato a produrre, commentò con malcelato orgoglio che l’attesa per il film era “sporadica”. Ecco, se qualcuno avesse detto questo del nostro libro, sarebbe stato di certo per me l’apprezzamento più gradito. Tra le “recinzioni” che ho letto fin qui, tuttavia, devo dire un grazie “parti’olàre” a Fernando Pardini, per l’affetto con cui ha parlato del libro: se anche soltanto una minima parte dei suoi numerosi e immeritati elogi avesse un qualche fondamento di verità, sarebbe già valsa la pena di scriverlo.

Mo ch’avete fatto sto primo parto, ciavete voja de fa’ er biss?

 A – Sì, ma bisogna fare attenzione a non ripetersi. Quindi faremo un libro che parla di “Vini già Scoperti e da Ricoprire, per Carità d’Iddio”. Si chiamerà “Vini da sversare”.

F – Sì, penso a una seconda edizione già dalla fine del 2002.

GP – Per il bis, cara Snowe, la vòja non è tutto: serve pure la pompa, e noi ciavèmo tutti ‘na certa età… ;-)

SILENZIO, SCRIVE GIANCARLO MARINO
In pubblico parlo sempre malvolentieri degli amici e delle cose che scrivono gli amici. E leggo sempre con un certo imbarazzo quello che in pubblico gli amici scrivono di me o delle cose che a mia volta scrivo. “Ve la sonate e ve la cantate tra di voi” non me l’ha mai detto nessuno, a dire il vero, ma c’è sempre una prima volta nella vita (come diceva a Woody Allen, nel film Prendi i soldi e scappa, l’ergastolano che si vantava di non aver mai sbagliato un colpo nel tentare di spezzare con la mazza di ferro le catene ai piedi degli altri ergastolani che cercavano la fuga) e vorrei quindi evitare.

E allora perché vengo meno al mio proposito?
Forse perché questa volta voglio parlare male di loro e di quello che hanno scritto.

Qui di seguito una lunga serie di motivi, in ordine sparso.

1.    Non mi hanno chiesto di partecipare all’opera. Ne sarei stato lusingato, anche se poi, immediatamente dopo, avrei declinato l’invito perché mi sarei sentito inadeguato e non avrei comunque trovato il tempo per tentare di esserne all’altezza.

2.    Non mi hanno neanche detto cosa avevano in pentola. Qualche “soffiata” l’avrei data volentieri, se non altro per la gratificazione che avrei ricevuto nel leggere in seguito di quel produttore e capire così che non avevo preso un abbaglio.   Anche l’uomo più duro e sicuro di sé ogni tanto ha bisogno di qualche conferma.

3.    Perché sono più o meno cinquanta anni che inizio a scrivere qualcosa di compendioso e non vado mai oltre pagina 3 (ricordo ancora il regalo ricevuto dalla mia prima fidanzatina il giorno che mi mollò: un libro ben rilegato di sole pagine bianche; anche quella volta cominciai a scrivervi sopra, ovviamente poesie d’amore, ma mi fermai a pagina 3). La mia è invidia allo stato puro.

4.    Ho impiegato tre serate a leggere il libro. Bello lo stile di scrittura, belli i temi trattati, belli i racconti, bella la boiserie, ma dopo un po’ mi sono ritrovato a leggere i vari capitoletti   con un unico scopo: scoprire chi l’avesse scritto. E’ chiaramente un libro da leggere e rileggere, ogni volta con uno spirito diverso.

L’ultimo “perché” merita una sottolineatura particolare. Nel leggere il libro mi sono convinto di una cosa: i nostri si sono divertiti come pazzi a scrivere ciascuno i pezzi di competenza. Sono tutti e tre scrittori di lunga data ed esperienza ma questa volta è come se si fossero sentiti liberi come non lo erano mai stati prima, senza lacci e lacciuoli, per il puro piacere di lasciarsi andare, di raccontare e, raccontando, di svelare anche senza volerlo il loro modo di vedere e vivere il vino e tutto quello che gli gira intorno. E’ un libro che oltre a parlare di produttori, di luoghi, di vini, parla di loro, di come sono veramente, senza veli.

Amici miei, avete fatto una cosa davvero bella, mi avete fatto sorridere, anche ridere, mi sono immaginato in quella valle e sul quel pendio, a parlare con un produttore dei suoi gusti musicali (quante cose si scoprono sapendo qualcosa dei produttori oltre le date della vendemmia, le follature, l’uso della solforosa…). Mi avete ricordato (è una bugia…in realtà lo penso davvero da molto tempo) che il vino è importante, si, ma è un mezzo, solo un mezzo e non un fine, per farci vincere la pigrizia e andare in giro, conoscere persone, esperienze, luoghi diversi.   Ecco, anche e soprattutto per questo non posso perdonarli, perché sono sempre più sporadiche le occasioni in cui mi diverto a scrivere e avrei dato chissà cosa per divertirmi anche io.

Non molto tempo fa, parlandone proprio con i nostri tre moschettieri, ho espresso la mia sempre maggiore delusione nel leggere scritti sul vino. Il panorama è abbastanza desolante (ci sono ovviamente le eccezioni, ma me le tengo gelosamente per me) con picchi di autentica noia quando mi imbatto in certe schede di degustazione. Questo libro mi da speranza: chi sa scrivere cerchi di liberarsi di orpelli, lacci e lacciuoli, lessici desoleti, si lasci andare e, porca pupazza (N.D.R. il termine pupazza non è quello originario), liberi la fantasia e l’immaginazione del lettore, lo intrighi, lo faccia sognare, stuzzichi la sua curiosità.

SI… PUO’… FAREEEEE… (ho sempre avuto un debole per Gene Wilder, si capisce?).

p.s. solo un piccolo desiderio: non scrivete un libro “vini da scoprire due”, sono convinto che questo potrà essere solo l’inizio: è in voi la capacità di trovare il modo di parlare di cose vinose da cento altre prospettive. E, considerato che mi avete fatto tornare la voglia di leggere su questi argomenti, non vedo l’ora di scoprire cosa riuscirete ad inventarvi.

p.p.s. rileggendo il testo, mi accorgo che forse ho parlato bene sia di voi che del libro. Sono le otto di sera e sono ancora a studio, non ho né tempo né voglia di riscrivere il pezzo.

 

 

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One Comment to “Tre o quattro moschettieri”

  1. Cosa non fanno le parole.
    Ho cercato di contattare il sig. A. Castagno, per la lista definitiva, ma l’indirizzo mail … non funziona!

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