Tutto questo un giorno sarà vostro

Toscana

di Raffaella Guidi Federzoni

“Nell’architettura del paesaggio il cipresso è un contrappunto, un segno misuratore. È anti naturalistico il cipresso, come un pezzo di giardino all’italiana fatto albero, una piccola scultura compatta e slanciata fatta con il verde e posta a misurare gli andamenti orizzontali fra terra e cielo. Eppure proprio per questo anti naturalismo esso è romantico come una rovina antica, romanticismo neoclassico.”

Queste poche righe mi sono state mandate da un amico architetto ed esperto di composizione architettonica. Un paio di anni fa, mentre stavamo passeggiando fra sentieri e collinette della Val d’Orcia, si era lanciato in una disquisizione relativa alla funzione del cipresso nel paesaggio toscano. Nonostante una tendenza all’architettese il suo linguaggio risultò comprensibile anche ad una nescia come la sottoscritta. La lectio mirabilis mi rimase impressa a lungo.

Di recente è riaffiorata per motivi non proprio attinenti al mondo enoico, se si considera tale mondo solamente come ambiente popolato da bottiglie e bevitori. In realtà l’attinenza c’è, eccome se c’è. Il vino imbottigliato proviene da vigneti situati nelle campagne che formano paesaggi ben noti. Questi paesaggi non sono solo sfondo immaginifico, ma luoghi creati da generazioni operose di uomini che hanno trasformato la terra a loro uso e consumo.

Cosa c’entra il cipresso in tutto questo?

Il cipresso è il simbolo della “toscanità”, più dell’olivo, più della quercia, più di una vigna. Nell’ ideale classico vagheggiato da nostalgici, il cipresso è indispensabile, benché sia un elemento paesaggistico relativamente recente e squisitamente anti naturalista. Come infatti viene spiegato nell’incipit del mio amico.

Il motivo per cui gli ho chiesto una spiegazione da sintetizzare in un paio di frasi è dovuto ad una recente diatriba che ha infiammato gli animi da queste parti tosche. La causa è stata la promulgazione dl PIT (Piano di indirizzo territoriale – con valenza di piano paesaggistico) relativo alla Regione Toscana.

Non desidero entrare nei dettagli del contenuto e del contenzioso, ma evidenziare come si sia di nuovo creato un conflitto fra due visioni ed interpretazioni del territorio.

Da una parte si schierano i sognatori, gli esteti, i conservatori attaccati ad un’idea naturalista ed arcadica di un mondo ideale da mantenere nonostante tutto. Nulla va toccato, cambiato, perché l’azione dell’uomo moderno è perniciosa e distruttiva. Il paesaggio è perfetto quando è frutto della Natura, se interviene l’Uomo la perfezione va a gambe all’aria.

Sul versante opposto si schierano i pragmatici, i fautori dell’Homo Faber che considerano la Natura un puro strumento economico da plasmare secondo i loro bisogni. Il paesaggio quindi diventa lo sfondo della loro attività, senza alcuna concessione estetica che impedisca le trasformazioni necessarie al benessere e allo sviluppo materiale dell’esistenza umana.

Se vogliamo dare nobiltà ai secondi basta pensare agli affreschi di Ambrogio Lorenzetti nel palazzo Pubblico di Siena. In particolare a quello intitolato “Gli effetti del Buon Governo in campagna”. Una rappresentazione di collinette punteggiate da vigne e coltivazioni in cui gli umili lavorano ed i signori a cavallo si dedicano alla caccia. Un’allegoria di paesaggio di impronta umanistica e affatto naturalistica.

Quel genere di paesaggio così tanto umano e così poco naturale, frutto della rinata consapevolezza dell’uomo come centro dell’universo , è però impiantato solidamente nell’immaginario collettivo come simbolo della Toscana Felix. Un mondo immutabile, perché qualsiasi mutazione lo impoverirebbe esteticamente.

Tuttavia, non era ancora arrivato il Cipresso. Non era ancora arrivato il pieno Rinascimento a sugellare con la presenza di codesto albero l’eterna Toscanità.

Con il Cipresso si è chiuso il cerchio del paesaggio toscano e guai a chi osa proporre un futuro diverso dal passato.

Così adesso siamo qui, a leccarci le ferite per la lotta all’ultimo sangue fra chi considera il territorio di casa nostra come intoccabile e chi in quel territorio ci vive sul serio perché ci campa.
Non è facile abitare in luoghi importanti e osare cambiarli anche leggermente, osare nel modificare la propria abitazione, osare ammettere di voler trarre profitto da una vigna, da un oliveto, osare scavare una fossa per evitare di mandare tutto a puttane se piove troppo.

Io amo questi luoghi fisicamente, con un’intensità a volte esagerata. Amo i calanchi delle crete e i boschi verso la Maremma. Amo anche le strade asfaltate, dopo aver rovinato per anni innumerevoli marmitte per raggiungere amici e amori, su e giù per sterri sassosi. Amo i muretti a secco, le vigne coltivate, gli olivi e i campi di girasole.

Amo questi esempi armonici di convivenza fra uomo e natura.
Amo vedere che un podere sia tornato in vita e possa essere abitato senza venire snaturato.
Amo il cambiamento, il ciclo delle stagioni e la capacità umana di governare tutto ciò senza imbruttirlo.
Detesto invece la dittatura di un’ideologia che porta all’estremo l’egoismo estetico a se stante, che ignora come la bellezza di un luogo sia fatta di mutamenti modulati dall’intelligenza dell’uomo.

Ho scritto “intelligenza”, non “avidità”.
Se non si concede all’uomo l’uso della prima, si lascia troppo spazio al potere della seconda.
Tutto quello che abbiamo adesso sarà presto di chi verrà dopo di noi.
Chissà se gli toccherà la paralisi del fare, costringendolo ad andarsene.
Chissà.

 

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One Comment to “Tutto questo un giorno sarà vostro”

  1. Il cipresso credo sia coreano e non lo trovi nell’affresco del Buongoverno, ma tutto cambia perché così è la vita. Dubito che il paesaggio rurale toscano degli etruschi, dei romani o dei longobardi fosse meno spettacolarmente bello di quello mezzadrile, e allora perché il PIT Toscano della Marson non era mirato a recuperare uno di quelli? Forse perché non ha trovato foto di Porsenna con sullo sfondo un pagliaio? Ma del contado romano, medioevale, rinascimentale o ottocentesco abbiamo fior di pitture, volendo li si ricostruisce. Il PIT è frutto della medesima ignoranza colta che ha “imbiancato” le cattedrali gotiche nel secondo dopoguerra, o che ha imposto orridi muri a pietra dove c’è sempre stato l’intonaco, magari povero ma pur sempre intonaco. Questi urbanisti che hanno letto molto, ma solo pochi libri, come Marson, Magnaghi e compagnia cantante hanno un’immagine stereotipata e filmica della campagna, oltre che una visione romanticamente luddista della società. Però le loro teorizzazioni alla Lelouche sono così carine, e così affascinanti per i tanti radical chic urbani!

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