Muldoon e i fenicotteri

cavallo leonardesco

di Armando Castagno

a Nerval

Sono in cima alla scala quando una foto mi scivola in mano, riemersa dal riordino della libreria: infilata in verticale tra i libri dell’ultimo piano, sarebbe stata impossibile da ritrovare qualora mi fosse servita. Scendo e la guardo. Siamo in tre in piedi, o meglio, sono in due, nulla meno che Piero D’Inzeo e Giorgio Guglielmi di Vulci, più me giovane telecronista venticinquenne infilato in mezzo, sostanzialmente senza titolo. Saranno le sei di un pomeriggio estivo: abbiamo il sole in faccia, la smorfia conseguente, il binocolo a tracolla, e sembriamo sereni. Me lo ricordo, questo scatto: è il primo giorno di corse all’ippodromo militare di Tor di Quinto dopo tempo immemorabile, e quindi posso precisare la data: 20 giugno 1994.

Salto pietreIl posto, e i cavalli della Scuola Militare di Equitazione dell’Esercito che lì allenava Giuseppe Satalia, all’epoca Tenente, mi erano divenuti familiari. Mi ero appassionato alle corse, in particolare alle corse a ostacoli, e tra esse soprattutto ai cross-country, i percorsi di campagna svolti fuori pista superando in sequenza ostacoli naturali quali staccionate, guadi, laghetti, macère e terrapieni: i punti in termini di eleganza che cavalli e cavalieri concedevano ai più aristocratici (e in genere più giovani) specialisti di siepi e steeple-chases, i cavalli da cross e i loro cavalieri li riguadagnavano con gli interessi in coraggio, slancio, disperazione, una specie di sorda determinazione a portare a termine percorsi estenuanti, in una accezione di sport che pensavo confinata al tempo delle stampe d’epoca.

L’immagine del plotoncino dei cavalli da cross-country aveva durante la corsa una sua estetica astratta: minimi punti colorati sopra grandi punti bruni, distanziati tra loro, serpeggianti in un vasto monocromo verde tra una bandiera e un rialzo. Mi parevano eroi folli, o come avrebbe detto Veronelli degli angeli matti, come i ciclisti scalatori, i maratoneti, i vignaioli estremi. Lo sforzo era tale che alle gare, lunghissime, erano ammessi anche cavalli rustici, “mezzosangue” più potenti ma assai meno veloci dei purosangue inglese che animavano le piste e le corse ordinarie e in piano: ma enorme fu la mia sorpresa quando, nel “programma” di un cross-country grossetano della primavera 1992, lessi sul quotidiano ippico dell’esordio di un cavallo di proprietà della Scuola Militare di Equitazione, allenato a Tor di Quinto e montato in corsa dal suo allenatore, tenente Giuseppe Satalia; aveva qualcosa di particolare.

Il soggetto si chiamava Muldoon, e di seguito si specificava: nato e allevato in Polonia; castrone; mantello grigio; 7 anni di età; di origine sconosciuta. Le ultime due parole, messe vicine così, “origine” e “sconosciuta”, presero forma di laser azzurrini, sfrecciarono nelle mie pupille e si fiondarono rapide lungo il nervo ottico per fare irruzione nella rete neuronale finendo per percuotere con massima veemenza il gong della mia dura madre in uno “sdengggg!!!” che durò secondi. Un cavallo di origine sconosciuta sfidava gli altri, dei quali i natali e li maggiori erano noti, celebrati, acclarati, certificati, catalogati. Il  figlio della mignotta contro i rampolli reali. Muldoon: non avevo bisogno di altri idoli nella vita. Lo vidi apparire sugli schermi televisivi d’agenzia che girava con gli altri nella zona della partenza, e lo riconobbi d’acchito: sussurrai allo schermo “ciao, piccolino”.

Un cavaliere in uniforme militare montava una statua equestre semovente, bianca come la mozzarella, di struttura colossale rispetto agli altri; intuii – ci voleva assai – da questa sua imbarazzante monumentalità un possibile, lievissimo difetto di sveltezza, un impacciamento a stendere la falcata, la diffidenza per lo scatto in quanto tale. La corsa, sei o sette cavalli, partì: Muldoon non sembrava aver fretta: procedeva lento come la sciara, a strappi e folate, abbordando fiaccamente gli ostacoli e poi saettando a molla verso l’alto a 45 gradi come fossero stati tre volte quel che erano; nemmeno li sfiorava; la meteora color della Luna disegnava in aria degli archi giganteschi e atterrava ammortizzando per ripartire indolente verso i successivi intralci dondolando il testone, talora accelerando senza una logica apparente; pigro nei tratti piani, pareva spiritato nei salti; concluse terzo di pura inerzia per lo stramazzamento di alcuni rivali, senza averne superato alcuno; dava l’impressione di poter fare altri venti giri alla stessa velocità.

Mi balenò l’idea malsana di andarlo a conoscere nel suo box, dal vivo. In fin dei conti, era di stanza a Roma. Peraltro, io nel 1992 non possedevo un’automobile; peraltro, esistevano per noi pedoni i pur malconci treni delle Ferrovie Nord Laziali, una delle cui fermate urbane (fermata beninteso “a richiesta”, non essendo altro che una banchina in un monotona distesa agreste) si chiamava “Tor di Quinto”, e quindi faceva al caso mio; peraltro, l’ippodromo di Tor di Quinto era una installazione militare, presumibilmente difesa da altane e sentinelle armate; peraltro, quello lì era il mio idolo personale e io dovevo vederlo; un mercoledì primaverile del 1992, partii da casa con lo sguardo da tonto. I problemi li avrei risolti strada facendo.

boscaglia tdq

È il 22 luglio del 2013, e di anni ne ho 44; ne sono passati ventuno dalla corsa di debutto – prima di cinque o sei senza una vittoria – del “mio” Muldoon; adesso l’automobile ce l’ho, ma peso quasi quanto lui. Il treno da Grottarossa, dove ho parcheggiato la macchina, che viene verso Piazza Euclide promettendo di fermarsi giustappunto a Tor di Quinto, è in anticipo di diversi minuti sull’orario tabellare delle 17.52. Almeno lui, il treno, non l’orario, è uguale a come lo ricordo: bianco e verde, tutto spigoli, alimentato e tenuto insieme da tubi misteriosi e mangiato dalla ruggine tanto da minacciare il tetano alla sola vista; ha i fianchi e i finestrini oberati di graffiti, tra cui il geniale “a noi i colori, a voi i dolori”; entra nelle stazioncine quasi con rassegnazione, come a dire, proponendo a chi lo aspetta la sua faccia squadrata, “che v’aspettavate, che arrivasse il TGV?”. Prenoto una fermata che altrimenti il macchinista avrebbe volentieri saltato, e scendo – unico – nella stazioncina di Tor di Quinto. Ammetto a me stesso un fugace batticuore e non me ne sorprendo.

Attraverso i binari percorrendo un tunnel che all’epoca non c’era; esco dal piccolo edificio nel suono martellante delle cicale e mi ritrovo in un piazzaletto adiacente, deserto, alla stessa ora e nel luogo esatto dove nel 1992 avevo visto un’apertura in una rete metallica sotto cui ero sgattaiolato. Superato in qualche modo un avvallamento di diversi metri, evitate piante spinose e tenendomi ai tronchi per non perdere l’equilibrio, ero giunto col mio carico di attese dietro una quinta di edere e acacie, dietro la quale debordava il sole accendendo i margini delle foglie. Feci il passo che mancava e mi trovai senza orizzonte all’interno della immensa pista d’erba di Tor di Quinto dalla parte opposta rispetto alle tribune; non potei trattenere una parola di cinque lettere con una doppia zeta per la meraviglia che mi divaricò le mascelle: a venti metri da me, un gruppo di fenicotteri prese il volo. Le cicale insistevano; forse passò un treno dietro di me; tutto il resto era incagliato ad un tempo lentissimo, gocciolante, in questo sole felice.

pista tdq

Attraversai la pista impresenziata e non ricordo in che modo mi presentai al comandante come fosse normale che comparissi lì in quel momento. Non fece troppe domande, credo; mi condusse come chiedevo alle scuderie passando in rassegna i cavalli migliori nell’ordine che voleva lui: ricordo i loro nomi, le loro fisionomie, persino le loro posizioni nei box come se li avessi davanti adesso: quello è Sweepback, classe 1987, che da lì a sei mesi avrebbe trionfato a Roma nel più avvincente cross-country che io abbia mai visto, lì il vecchio ma ancora fortissimo Wind From The West (1981), lì ancora il giovane Sober Mind (1987), appena importato; e lì di fronte, color calcina, Muldoon, classe 1985, “di origine sconosciuta”“lo so”. Mi avvicinai ai suoi enormi occhi liquidi mentre il tenente diceva qualcosa sul suo conto: fu un momento veloce e incancellabile, con una mia mano ferma sul suo labbrone rosa che si strofinava e l’altra a percorrere il suo musone durissimo, candido e irsuto.

Riapro gli occhi appoggiato ad una rete di recinzione che pare più salda di allora, e purtroppo senza buchi. La vegetazione si è fatta un garbuglio, ma il sole dilaga ancora sui contorni delle edere, lì dove so iniziare la pista. Dietro la boscaglia si indovinano, lontani, un terrapieno, un siepone, un liverpool, il palazzetto avana della club-house. Non ho modo di arrivarci, stavolta. Se mi sbrigo a tornare indietro prendo il treno di ruggine delle 18.39 e torno sul mio pianeta. Però forse potrei prendere anche quello dopo, raggiungere a piedi la pista ciclabile, issarmi in cima, scattare qualche foto a distanza alla pista, aggiornare i miei ricordi. Stando attento alle sentinelle, chiaramente. Chiaramente.

treno tdq

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7 commenti to “Muldoon e i fenicotteri”

  1. Commovente.
    Non solo la rievocazione di un ragazzino e della sua precoce, diversa ed “insana” passione, ma anche la ricostruzione della zona di Tor di Quinto, troppo spesso associata ad un luogo di passeggiatrici. Invece qui balza agli occhi come un posto borderline fra fisicità temporale e memoria atemporale.
    Alterato come piace a me e a tanti altri, grazie.

  2. Un racconto sapido di ricordi che, ahimè, ne desta troppi che la schiena ricostruita non permette più, il trotto pesante da TPR di Lubecca, i sentieri infrascati fatti in velocità, i profumi delle ginestre, le gambe che non reggono dopo un giorno di sella. E Guglielmi di Vulci mossiere al Palio sotto le mie finestre, gli amici e le amiche con i loro cavalli …… Mamma mia, smetto e torno al lavoro sennò affogo in tempi troppo distanti da questo grigiume.

  3. Bello, bello, bello. Ora sono pervaso da una sensazione strana, un “amarcord”, per T.d.V. dove sono cresciuto, ho giocato da bambino e da ragazzo, dove ho lavorato per tanti anni, e ora il nulla… Grazie.

  4. Grazie Armando!

  5. Sembra che il vino ci abbia privato di un nuovo Hemingway. Complimenti.

  6. Vorrei esprimere le emozioni che provo nel leggere il tuo racconto, ma sono tante e confuse, sarebbero dettate da gioia e rancore …. una sola e semplice parola ,Grazie

    • Allora forse so chi Giuseppe sei. Grazie a te di tutto. Vedi che dimenticare le cose belle per nostra fortuna non è semplice. Non è solo il treno ad essere rimasto uguale, alla fine. Quasi tutto cambia, ma non proprio tutto. A presto. Armando

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