Archive for ‘Lucidi’

18 luglio 2012

Il futuro non è più quello di una volta


di Fabio Rizzari

È il titolo di un libro di Mark Strand (o meglio, di un libro antologico italiano di sue poesie). Sulle prime suona scherzoso e ironico, ma a ben guardare si presta a diverse letture, tutte poco incoraggianti. Nel mondo del vino l’implacabile tecnica moderna ha messo tutti i produttori, o quasi, nelle condizioni di fare bianchi e rossi privi di difetti, e questo è un successo che non è certo da condannare: il vino piacevole da bere è molto più facile da trovare di una volta. Benissimo, quindi, per la riduzione drastica di bevande scadenti o intrugliate. Non molto bene, invece, se si valuta quell’un per mille che riguarda il vino di altissimo livello, quindi spesso raro e costoso. Qui si dovrebbe pretendere di più. Invece, anche nel campo dei primi della classe, la tendenza è di proporre vini da subito buoni da bere e capaci anche di reggere qualche annetto di vita in bottiglia.

Ma quale vita? Per un singolo vino che ha originalità, e che evolve, nel senso letterale, cioè muta le sue caratteristiche nel tempo, ce ne sono cento plastificati. Vini che vivono in un eterno presente, in apparenza sempre buonini e perfettini, dopo uno, due, cinque, dieci anni. Sempre giovani, ma, appunto, in apparenza.

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11 luglio 2012

Corrispondenza nostalgica

di Fabio Rizzari

Pubblico un recente scambio epistolare di soggetto veronelliano, consapevole dell’altissimo rischio di alimentare la più zuccherosa aneddotica su un tema ormai saccheggiato e devastato dai più avvilenti, autoproclamati allievi del maestro di Bergamo.

Prima dico la mia sul proliferare postumo di tali discepoli.

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6 luglio 2012

Una vera signora di classe

di Raffaella Guidi Federzoni

Quando le donne si vestivano da donne e pure le zoccole si adeguavano, c’era già una giovane donna che faceva un vino superbo. Il suo aspetto ricordava Audrey Hepburn, un filo d’acciaio dalle gambe nervose e lo sguardo di gazzella. Sono passati decenni, la giovane donna è diventata una signora d’età, ma non ha mai smesso di fare vini eccezionali. Il suo nome, Lalou, rimanda ad una caramella, o ad un profumo d’altri tempi. Lei però è modernissima. I suoi vini, eterni.

Stranamente però, in questo contesto non voglio parlare dei suoi prodotti e nemmeno delle sue scelte estreme come per esempio la coltivazione biodinamica senza compromessi. Neanche voglio discutere sui prezzi stellari della sua produzione, o di come abbia litigato tanti anni fa con parte della sua famiglia e per questo motivo sia uscita dall’azienda più famosa del mondo per crearne poi una sua altrettanto famosa e prestigiosa.

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30 giugno 2012

Ricerca di freschezza

di Rizzo Fabiari

Inizio a rileggere i primi testi per la nuova edizione della nostra guida e mi accorgo che il termine più ricorrente è freschezza. Con i collegati fresco, rinfrescante e magari il superlativo freschissimo.

Il clima di questi giorni non c’entra. Molti vini composti nel vecchio stile moderno finivano caldi, alcuni anche brucianti. Quelli attuali sempre più spesso finiscono freschi.
E, oh sorpresa, l’acidità in quanto valore assoluto e totemico non ne è la sola responsabile. Come promemoria personale annoto in ogni caso: “attenzione a non fare una parola d’ordine anche della freschezza”.

Cito spesso un bonario pensatore inglese: “La massima di La Rochefoucauld ‘importa poco ciò in cui si crede, a condizione che vi si creda del tutto’, in apparenza condivisibile, mi pare contenga in realtà i germi del totalitarismo. Per me suona meglio così: ‘importa poco ciò in cui si crede, a condizione che non vi si creda del tutto”.

Per prolungare all’infinito il gioco di specchi, dovrei concludere: bella citazione, ma non credo del tutto che sia un bene non credere del tutto a qualcosa.

13 giugno 2012

Levarsi il prosciutto dagli occhi*

di Raffaella Guidi Federzoni

Le letture domenicali sono più lente di quelle durante la settimana lavorativa. Lo sanno bene i giornali anglosassoni che per il fine settimana sfornano un set di lenzuola inchiostrate in cui c’è tutto: moda, giardinaggio, sport, spettacolo, business, cultura, gastronomia. Il mio preferito è il Financial Times Weekend. Il peso e gli inserti sono inferiori a quelli dei concorrenti, ma il contenuto è senz’altro corposo, con molti articoli di assoluta qualità. Circa una volta al mese viene aggiunto un “magazine” dal titolo illuminante “How to spend it” , che forse per il 99,9% dei comuni mortali sarebbe meglio chiamare “How to waste it”. Si tratta infatti di una pubblicazione indirizzata a quel 0,1% che non sa che farsene dei soldi, avendone in copiosa abbondanza. A differenza del resto del giornale in questo supplemento si parla di cose inutili, ma essendo correlato da bellissime fotografie pubblicitarie e da testi scritti comunque in modo scorrevole, ha un grandissimo successo in tutte le lobby dei grandi alberghi o nei club privati in giro per il mondo. Confesso di sfogliarlo per primo, sperando di distrarmi adocchiando quello che non potrei mai permettermi ma che fa tendenza fra i nuovi e vecchi ricchi dei cinque continenti.

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1 giugno 2012

La notizia era nell’aria.
giusto due settimane fa, parlando con giacomo, uno dei tre figli di Aldo Conterno, traspariva una rassegnazione tutta piemontese sulle condizioni del padre.
una rassegnazione pacata, discreta.
allo stesso tempo forte.
così come forte e discreto è stato aldo.
sempre accogliente, mai polemico.
sempre attento all’opinione altrui, anche quando l’altrui era un ragazzotto – nemmeno trentenne – arrivato nella sua cantina un bel giorno di maggio.
un ragazzotto pronto ad ascoltare, ma anche a giudicare.
con garbo, ma a giudicare.
e giudicare cosa, poi?
un vino?
un uomo?
una carriera?
vai a capire.
ma la gioventù è così: bella e a volte presuntuosa.
e lui lo sapeva.

ciao Aldo, e scusami il tu, che in vita – per quel rispetto che meritavi – non ho mai voluto e saputo darti.

Alessandro Masnaghetti

30 Maggio 2012

La musica e il Risorgimento

di Giovanni Bietti

È stato scritto più volte che prima di essere unita politicamente l’Italia era già stata unita musicalmente attraverso il teatro d’opera. Nulla di più vero: basta leggere il repertorio dei principali teatri attivi nella prima metà dell’Ottocento (la Scala a Milano, la Fenice a Venezia, il San Carlo a Napoli, per menzionare solo i tre più celebri; ma si potrebbero aggiungere i teatri romani come Valle, Argentina o lo scomparso Teatro Apollo, e poi Bologna, Firenze, Genova e molti altri ancora) per rendersi conto di come le opere circolassero attraverso l’intera penisola oltrepassando continuamente i confini tra i vari stati. Il teatro d’opera è insomma un fenomeno culturale tipicamente, peculiarmente italiano; e non è certo un caso che la nascita di un’”opera nazionale” nei vari paesi d’Europa sia sempre avvenuta per opporsi all’ubiquo teatro italiano: Schumann, ad esempio, dichiarava di dedicare una quotidiana preghiera alla nascita dell’opera tedesca, e indirizzava strali velenosi alla “leggerezza” e alle fioriture belcantistiche dei musicisti italiani, contrapposte alla solidità e alla monumentalità tedesca

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27 Maggio 2012

Brutti in fasce, belli in piazza

di Raffaella Guidi Federzoni

Questo pezzo non dovrei scriverlo io, ma un cantiniere. Uno di quelli che durante la vendemmia fa le nottate per seguire le prime mutazioni che porteranno il succo d’uva iniziale al vino finale. Praticamente un’ostetrica. Non solo, una balia ed un tutore. A volte un infermiere.

Il cantiniere è quella figura che fa da sfondo alle visite in cantina e agli assaggi da botte di visitatori illustri o anonimi. Anche se ad indossarne le vesti è il proprietario, in questi frangenti la sua mansione di cellar master predomina. Parlo naturalmente di persone reali e non di macchiette. La cantina non è lo spazio adatto per simulatori o primedonne. Qui l’unico interprete è il vino, la sceneggiatura l’ha scritta la vigna, il regista è l’uomo. Il red carpet è situato altrove.

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