Il futuro non è più quello di una volta


di Fabio Rizzari

È il titolo di un libro di Mark Strand (o meglio, di un libro antologico italiano di sue poesie). Sulle prime suona scherzoso e ironico, ma a ben guardare si presta a diverse letture, tutte poco incoraggianti. Nel mondo del vino l’implacabile tecnica moderna ha messo tutti i produttori, o quasi, nelle condizioni di fare bianchi e rossi privi di difetti, e questo è un successo che non è certo da condannare: il vino piacevole da bere è molto più facile da trovare di una volta. Benissimo, quindi, per la riduzione drastica di bevande scadenti o intrugliate. Non molto bene, invece, se si valuta quell’un per mille che riguarda il vino di altissimo livello, quindi spesso raro e costoso. Qui si dovrebbe pretendere di più. Invece, anche nel campo dei primi della classe, la tendenza è di proporre vini da subito buoni da bere e capaci anche di reggere qualche annetto di vita in bottiglia.

Ma quale vita? Per un singolo vino che ha originalità, e che evolve, nel senso letterale, cioè muta le sue caratteristiche nel tempo, ce ne sono cento plastificati. Vini che vivono in un eterno presente, in apparenza sempre buonini e perfettini, dopo uno, due, cinque, dieci anni. Sempre giovani, ma, appunto, in apparenza. Come nel Ritratto di Dorian Gray, c’è una loro parte nascosta che invecchia, e un palato nemmeno troppo allenato la coglie facilmente: l’impatto è quello del vino fresco e fruttato, ma il retrogusto è stanco, amarognolo, cadente. È la parte ossidata, ovviamente, che però viene celata da una similvitalità fruttata, plastificata e apparentemente longeva.

Peccato. Perché il tutto e subito causa danni anche nella produzione del vino. Chi l’ha detto che “i grandi vini sono sempre e comunque buoni in ogni fase della loro vita”? Certo, gli esempi di questo genere non mancano. Cheval Blanc 1990, per dirne una, è ed è stato sempre magnifico: a uno, due, cinque, dieci anni. Ma non è una regola universale. Anzi, nel passato anche recente non pochi vini erano pensati per dare il meglio a distanza di molto tempo.

Mi vengono in mente numerosi esempi. I sapidi Nuits St Georges di Alain Michelot da giovani sono spesso scorbutici, apparentemente grossolani, indecifrabili, ma arrivati a maturità si aprono con estrema eloquenza e finezza. Provare oggi per credere i deliziosi 88. Oppure, restando in tema di ’88 (un’annata che certo aiuta questo genere di sviluppo), appena uscito sul mercato il leggendario Lafite era un rosso duro, scontroso, tutto meno che leggendario. Si obietterà: c’è poco da idealizzare, i tannini non erano maturi, meglio di quello non potevano fare. Certo, ma non solo. Anziché cercare di dargli una finta morbidezza con un maquillage enologico, hanno deciso di rispettarne il carattere. Oggi è un vino impressionante per profondità ed equilibrio.

Il tutto e subito, l’assenza di pensiero verso il futuro, l’eterno presente producono danni, ci impoveriscono, e non occorre essere filosofi per accorgersene. Non mi interessa l’elogio del passato, ci siamo liberati di errori e problemi molto gravi nel mondo del vino (e fuori). Ma una storia finale, per me illuminante, vogliono ricordarla.

Qualche anno fa un famoso college, non ricordo se a Oxford o Cambridge, si accorse che la monumentale trave lignea del soffitto dell’aula magna era gravemente danneggiata, e andava sostituita. Qualcuno si prese la briga di consultare un vecchio registro del college risalente al Quattrocento, epoca della costruzione originaria. Ebbene, quel testo non soltanto conteneva i dati su come era stata tagliata e collocata la trave, ma indicava come, in previsione della sua sostituzione futura, fosse stata piantata appositamente un’area di alberi d’alto fusto. E ovviamente specificava dove trovare questi alberi. E così è stato fatto. Sono andati, hanno trovato gli alberi, hanno ricostruito la trave, l’hanno sostituita. Questo significa pensare non soltanto a sé, ma anche al futuro, al futuro degli altri. Questo era il futuro di una volta.

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7 commenti to “Il futuro non è più quello di una volta”

  1. 999 su mille sono pero’ vini che possono avere una dignita’ senza per forza pretendere di essere fatti per sfidare l’eternita’. Sui vini base dell’azienda ho cominciato a scrivere che sono vini che daranno il meglio di se nei prossimi 3/5 anni. E’ una cosa che non piace ammettere a tutti e che da fastidio a qualche distributore, ma io credo che sia un modo giusto di affrontare una verita’: non tutti, anzi pochi vini sono fatti per invecchiare e spesso non e’ colpa di nessuno, e’ solo la relta’ dei fatti.
    Una delle sfide del futuro prossimo venturo, anzi dell’oggi, risiede secondo me proprio nel cambiare l’idea del vino nel nostro immaginario. Non tutti i vini possono/devono essere i campioni del mondo. E’ un problema? Secondo me no, perche’ non si vive di eccellenza tutto l’anno, tutti i giorni, spesso ci soddisfa un onesto gregario, sempreche’ sia per l’appunto onesto, nell’anima e nel prezzo.

    • Riflessione condivisibile che infatti abbiamo – uso il plurale ogni volta che fo riferimento al lavoro della squadra guidesca – proposto più volte in passato a’ lettori: “se non ci fosse il vino di tutti i giorni, buono e semplice da bere, non avrebbe senso nemmeno il vino della festa: bere sempre un grande vino, fosse perfino Lafite, diventerebbe una gabbia noiosissima”

  2. Sono pienamente d’accordo sul vantaggio della tecnologia per produrre vini senza difetti evidenti, freschi e beverini, bianchi, rossi, rosati e meticci. Una sorta di United colours of Benetton, usa e getta.
    Condivido anche, obrtorto collo, la constatazione che i grandi vini non sono sempre buoni nel corso della loro vita ed evoluzione. O meglio, non sono sempre bevibili allo stesso modo.
    Quello che un po’ mi “sfotte” di quanto scritto da l post è che ci vengono proposte come eccezioni, solo esempi francesi. Neanche tanto, proprio, vecchi. Uno Cheval Blanc del 1990 e uno Chateu Lafite del 1988 sono dei giovanotti, per intenderci.

    Capisco l’intento di Fabio e lo condivido. Diciamo però che il campo si può allargare anche in Italia riguardo a diversi Barolo, Brunello, Amarone (sì, pur esso) che in prima gioventù hanno dimostrato scompensi da acne giovanile e poi in piena maturità si sono rivelati meravigliosamente completi e profondi.
    Nei bianchi non credo che un Trebbiano di Valentini faccia la sua figuraccia invecchiando.
    Mi si dirà che sono eccezioni, certamente, come i Bordeaux nominati dall’autore.

    Ora mi sono sfogata.
    Tornando all’argomento principale, relativo al futuro che non è più come una volta, vorrei aggiungere che non lo è la maggior parte di noi. Non abbiamo cantine per invecchiare il vino, non abbiamo eredi degni di ricevere certi lasciti. Non abbiamo pazienza e voglia di aspettare. Vogliamo un vino che sia nel contempo deliziosamente bevibile e profondamente complesso.
    We want it all and we want it now.

    Quel poco che si salva però è molto più disponibile a chi lo sa cercare di quello che era un tempo. Anche grazie a divulgatori come il tenutario di codesta Accademia, che fa tanto il ciniko nostalgico blue e poi ci propina dei consigli che ci regalano una visione lucidamente fatalista per il futuro, ma non per questo priva di ottimismo.

  3. mah, resto lievemente interdetto. Da venditore dovrei far salti di gioia nell’avere a disposizione questa pana cea di vini corretti e bevibili. Mi resta il tarlo del “quanto” debbano esser “corretti” i vini per essere corretti. Proprio perchè un negozio poggia una buona parte dei suoi introiti su vini intorno ai 10 euro, sono costretto ad assaggiarne un bel po’ e non nascondo un briciolo di sconforto quando percepisco pressocchè nessuna differenza fra un sauvignon laziale, uno friulano e uno veneto. Lo sconforto aumenta quando mi domando cosa ci sta a fare un sauvignon nel lazio o in veneto e mi rispondo: “è l’industria bellezza!”… ma si sa, io sono un talebano tradizionalista che non va oltre il sassicaia come innovazione produttiva: sto 40 anni indietro e rifiuto di aggiornarmi? Peggio per me!

    • Modo elegante di sottolineare come siano i sedicenti innovatori e mercatisti ad essere rimasti inchiodati alle idee e ai modelli di 40 anni fa. Complimenti.

      • è un modo elegante per dire che Sassicaia è una riuscita combinazione di marketing, vino eccellente, territorialità, espressione in base all’annata, non sempre pronto ai cancelli di partenza. Al contempo è un modo elegante per dire che c’è una storia dietro quel vino che non si può minimamente ridurre all’uso di vitigni bordolesi in toscana. Darmagi e Sassicaia rappresentano l’eccezione che dopo anni di sfortunati tentavi di stupro della tradizione, di creazioni di doc di cui francamente non se ne sentiva la mancanza composte da vitigni indigeni (non sempre di particolar pregio) robustamente corretti con sti cavolo di vitigni migliorativi, di prosperazione merlocabernechardonnaysauvignonsyrottifera in ogni dove, ancora non abbiamo capito la lezione. Per tracer dei cellar triks su cui si spalancherebbe un mondo altrettanto fosco seppur consentito e legale……. come tutto il resto daltronde

  4. Non sono stato io a dire “i grandi vini sono sempre e comunque buoni in ogni fase della loro vita”, ma lo dico spesso. Non solo, lo penso anche.

    Anzi, preciserei generalizzando: “qualsiasi vino è sempre ugualmente buono in ogni fase della sua vita”.

    Copio qui quello che ho scritto poco tempo fa su winetepee, così risparmio qualche minuto al resto della mia vita:

    “La mia esperienza mi porta a dire che la qualità, il valore assoluto del vino è sempre identico in ogni sua età. Quello che cambia è la sua espressività, quindi, a seconda del contesto e della persona che incontra, la sua fruibilità.

    Se non esistesse questo valore costante, non avrebbe alcun senso degustare il vino, perché ogni volta che ognuno aprisse una bottiglia, anche a parità di momento evolutivo, la sua fruibilità sarebbe sempre diversa, in maniera del tutto imprevedibile.

    Se questo valore costante non avesse un rapporto molto stretto con la fruibilità, proprio nel punto in cui essa si esplicita come fenomeno variabile nel tempo e a seconda delle condizioni, degustare vino non avrebbe alcuna utilità. [Men che meno pubblicare guide che riguardano vini appena messi in commercio, aggiungo qui.]

    Ora, molti di noi spendono tempo accazzo in vari modi, senza che la cosa abbia alcun reale senso e tantomeno utilità, ma se bene o male tutti quanti ci dedichiamo e prevediamo di continuare a dedicarci a degustare vino, un motivo c’è… “

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