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7 dicembre 2012

Palato

dahl

La letteratura vera, con la A maiuscola*, prende raramente come pretesto (o comunque motore) narrativo il vino. Quando lo fa è spesso per ironizzare sulle manie degli enofili. Uno dei rari racconti che ruotano intorno alla passione del conoscitore di vino senza spingere troppo sul pedale della caricatura è il godibile Palato di Roald Dahl. Tratto da Storie impreviste, si svolge come una sorta di giallo deduttivo alla Sherlock Holmes. Con un finale a sorpresa.
Qui prendiamo in prestito la traduzione del bel libro delle edizioni milanesi Tea e lo mettiamo in due puntate. Per gli enofili, e soprattutto i bordofili, da non perdere.
* Ah, la letteratura

arabesco calligrafico

Eravamo in sei a pranzo da Mike Schofield, quella sera a Londra: Mike, con la moglie e la figlia, mia moglie e io e un certo Richard Pratt.

Richard Pratt era un noto buongustaio e intenditore. Era presidente d’una piccola società, The Epicures (I buongustai), tra i cui membri lui ogni mese faceva circolare un opuscolo nuovo su cibi e vini. Organizzava inoltre cene nelle quali venivano serviti piatti raffinati e vini rari. Si rifiutava di fumare per timore di guastarsi il palato e quando parlava di vino aveva l’abitudine strana quanto buffa di riferirsi a esso come se fosse una creatura viva. «Un vino prudente», diceva, «piuttosto diffidente ed evasivo, ma molto prudente.» Oppure: «Un vino bendisposto, benevolo e allegro… forse un tantino impudico, ma senz’altro bendisposto».

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