Gli anni ruggenti daa rucola

di Snowe Villette

Io manco ero nata ma siccome DuCognomi me riempie sempre le recchie daa sua preistoria ner monno vinoso perché ciò da soffri’ solo io? Mo ve beccate anche voi na panoramica de quello che era la Roma der vino ner secolo scorso seconno l’amica mia semiavariata.

Stateve accorti, i ricordi so’ li sua e pijateli così.

Li primi anni Ottanta arivano dopo er piombo precedente che nun sto a scriverne qua, basta di’ che fu na piccola guera civile che la GenZi ignora perché nun esiste su TikTokke.

Parliamo de vino che è mejio.
E qui tocca comincia’ da er Sor Veronelli e la Tivvì: siccome li Social e li Tolksciohh* erano di là da veni’ le famijie dopo la magnate loro se metteveno a guarda’ quelle degli artri che l’Omo raccontava ner bianco-nero. Col magna’ dallo schermo arrivò anche er beve e li romani scoprirono che ar nord e ar sud ce staveno vini puro mejo de quelli de casa loro. Er Sor Veronelli** ce diede drento a fallo capi’, appresso arrivarono artri a scrivenne.

Tutta ggente oggi mediaticamente defunta ma che allora annava alla granne. Ringraziate quei signori e signore, anche se ve sembrano coperti de ragnatele e quarcuno sospetto de marchette; na manciata de scrivani che s’inventò er mestiere de scrivere de cibbo e de vino. Avemo imparato er linguaggio enogastronomico grazzie a loro, ner bene e ner male.

Inzomma, er vino se svejiò na matìna e scoprì d’esse’ trendi. Soprattutto nei ristoranti che se chiamaveno ancora osterie ma cominciavano a fatte paga’ l’animaccia de li mortacci tua pe’ na boccia de’vino mai sentito prima.

La rucola diventò er simbolo der mangiare moderno d’allora; la generazzione de mi’ nonna annava pelli campi cor cortellino e la rubbava alle pecore transumanti, quella dei fijji se riempiva de verde la dentatura davanti a tovajie fini e bicchieri grandi come pitali.

Se Roma sghignazzava, Milano rideva a crepapanza: era diventata na città da beve. Le vinerie se vergognarono de chiamasse così e se ribattezzarono enoteche [mo è il contrario, corsi e ricorsi come insegna er Sor Vico]. Nelli ristoranti più li piatti costavano ‘na cifra, più le porzioni se restrigneveno. Ma chissenefregava de li costi? Nisuno, era er Momento Effimero, li conti li pagava Pantalone aka Governo- Ministero- Comune – Partito-Contribuente- Azienda, chiamalo come te pare, non eri tu.

E li vini? O, li vini ciaveveno er turbo: gonfiati ner corpo e ner profumo, annavano a mille drento bocce pesanti colle etichette svippone.
Li borghesi romani la sera der lunedì se metteveno a studia’ bicchieri colorati de rosso rubino o giallo pajerino; avvocati, notari, medici, farmacisti, architetti, ingegneri, professori, palazzinari, bottegari, tutti studenti seri- seri davanti a un tizio ingiaccato de blù che te spiegava l’aroma der piscio de gatto.

La cognoscenza der vino de oggi è nata così, va detto: le corpe delli padri ricadono sulli fiji, ma anche li meriti.
Nun solo er sapere, anche il fare: quello che ora se chiama “atto agricolo” allora se chiamava “zappare”, poi a li zappattori daa vigna venne data finalmente dignità: li scrivani di cui sopra se misero a falli conosce’ urbi et orbi. Li tennici professionali da perfetti sconosciuti se scoprirono rokke star per qualche staggione.

Così inondarono cantine de barriques, acciaio, catene de montagg.., ehm, imbottijiamento, eccetera eccetera. Doppo un par de decenni i suddetti tennici so’ declinati e mo er nipote der nonno zappatore s’imbarazza a ditte er nome e cognome der consulente suo.

Er turbo s’è spento quanno è arrivata l’ecologgia e mo ”atto agricolo” se sta mutando in “atto politico”; ma quarcuno a zappa’ ce deve sempre annare, però co’ dignità.
Noi sappiamo quer che sappiamo perché li genitori nostri cianno provato quanno se stava mejio e ce se illudeva che così sarebbe continuato. So’ caduti dei muri, ne so’ cresciuti artri; DuCognomi è invecchiata insieme ai mejio scrivani come l’Editore de ‘sto blogghe alterato.

Se beve mejio adesso? Forse, ma ce vojiono più quatrini e mentre sgargarozz…, ehm, degustano so’ tutti preoccupati der futuro e nun penzano ar, passato; peccato perché quei anni lì – a senti’ l’amica mia – so’ stati spensierati, ottimisti e mai troppo seri.

E quinni?
Quinni mo so’ cavoli amari, ma armeno ce sta ancora la rucola.

*Talkshow.

**Luigi Veronelli ha rappresentato un gigantesco punto di svolta nel provincialissimo panorama enoico italiano. Negli ultimi anni della sua vita terrena ha subito l’ostracismo di molti rampanti della penna enoica. Adesso che è defunto da tempo, sono tutti suoi eredi, figli, nipoti, amanti e ammirati, ma io non dimentico come fosse considerato rincoglionito e superato da tanti che ora si stracciano le vesti [firmato: Raffaella Guidi Federzoni].

 

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