Dimenticare Pozzuolo

di Giancarlo Marino e Giampiero Pulcini

Giampiero
Pozzuolo è un piccolo sito nel comune di Dolceacqua, citato come vigneto nelle mappe catastali di inizio ‘800. Inerpicato sul versante settentrionale della Val Nervia, deriva il nome dalla costante presenza d’acqua; gli spazi coltivabili hanno esposizione nord-est a cavallo dei cinquecento metri.

Si arriva da una strada provinciale infilata nel bosco. Trapela di sguincio una presenza di mare, radi uliveti si aggrappano a terre sgranate. Improvviso impenna un viottolo: ci ricordo un pulmino malmesso, appeso alla breccia da un freno a mano esitante. Apparve dietro una curva; il tamponamento di rinculo fu sventato dalla sgommata del calesse, miracolosamente ripartito tra le risate degli ottuagenari che trasportava. Stavamo andando nello stesso posto, presentii qualcosa di diverso ad attenderci.

Ogni anno, sul finire di Agosto, Antonio Perrino organizza per gli amici una festa di ampiezza e durata indefinite. Se ne conosce solo la data di inizio, diffusa per passaparola, e il luogo: Pozzuolo, appunto. Vi possiede una casa in pietra prolungata da un porticato percorso da un tavolo; ne ho una percezione dilatata, sostenuta dalla convinzione d’averci visto mangiare un numero di persone ampiamente superiore al possibile.

Ci son stato due volte, forse tre, magari quattro. Non saprei dare a nessun appuntamento una collocazione altrettanto onirica nel tempo e nello spazio. Si sovrappone a occhi chiusi una processione di figure felliniane, melting pot coagulato da un trasognato benessere: l’accademico svedese ciucco sotto un piantone, il vignaiolo dai capelli corvini che dispensa vermentino e focaccia, il giovane prete con la cofana di minestrone, una ragazza orientale che non sa più cosa fotografare. E poi Mariuccia, mamma di Antonio, classe 1924. La rivedo accucciata sul divano a fine serata, in disparte, stanca dopo aver cucinato per tutti un’indescrivibile capra e fagioli. Dovessi sintetizzare con un’immagine il concetto di dolcezza, sarebbe quella.

Non si va lì per bere ma da bere ce n’è a bizzeffe.

Ogni invitato ha piacere di portare bottiglie, il padrone di casa ne conferisce formati da tre litri a salire; il più grande, di capienza non dichiarata, necessita di affusto basculante per il servizio. Difficile dire se i vini siano più buoni a Pozzuolo, di sicuro danno l’impressione di esserlo.

Dietro l’abitazione la selva aumenta pendenza. La vigna che vi spunta – duemila piante frazionate in ventotto terrazze – è stata messa a dimora oltre un secolo fa da Agostino Giordano, nonno materno di Antonio. La base è insolitamente chiara: rocce di origine marina biancheggiano tra i ceppi, affiorando dal sottile strato di terra. Un portainnesto detto “monticolo” fa da base a un clone di Rossese assai produttivo.

A partire dal 1974 i frutti di questo appezzamento sono confluiti – in misura variabile da un quarto a un terzo sul totale – nel Dolceacqua Testalonga insieme a quelli dell’Arcagna. Non in tutte le vendemmie a dire il vero: a Pozzuolo i grappoli maturavano pienamente due o tre annate ogni dieci a causa dell’estrema frescura. L’assedio della vegetazione circostante e l’appetito della fauna selvatica hanno fatto il resto, inducendo un abbandono divenuto definitivo nel 2014.

Nel 1985, per motivi che lo stesso Antonio non ricorda, vi furono due distinti imbottigliamenti di Rossese: uno derivante dall’assemblaggio con Arcagna e un altro dalla sola Pozzuolo. Nel Maggio 2011 una rara bottiglia di quest’ultimo, durante un’irripetibile verticale magistralmente orchestrata da Armando Castagno, ammutolì l’intera stanza con una classe fuori categoria.

Quando le uve di Pozzuolo non erano considerate all’altezza davano vita a un vino da tavola chiamato San Cristoforo, in onore del santo ausiliatore cui è dedicata la cappella che occhieggia alcuni tornanti più sotto.

Il San Cristoforo sans année capitato nei nostri bicchieri sarà descritto benissimo da Giancarlo. Vorrei solo aggiungere di non aver mai bevuto un Dolceacqua così disassato rispetto al ‘tipo’ messo a fuoco in anni di assaggi. Un villages di Chambolle, butto là, più per suggestione che per convinzione. Piccolo, delizioso. Pochi profumi, che è cosa ben diversa da ‘poco profumo’. Delicatezza sospesa al limite del fragile; misure minute, proporzioni aggraziate. Nulla di più-altro avrebbe migliorato il nostro star lì: la bottiglia termina prima di quanto vorremmo, o forse semplicemente ne vorremmo ancora.

Non vuol essere questo un elogio della rarità. Esistono vini prodotti in pochissimi pezzi che è bene rimangano tali; non mancano casi, all’opposto, di tirature abbondanti eppure mai sufficienti. Sarebbe del resto patetico ingigantire le qualità di una bottiglia nella certezza di non essere smentiti, nascondendosi dietro l’immunità di giudizio garantita dalla sua irreperibilità.

“Tipicità” sta per rispondenza a un luogo. Fissare rigidamente ex ante l’adeguatezza in tal senso di un prodotto agricolo – anche del più acculturato – è una pretesa esagerata. Conosciamo troppo poco le interazioni tra elementi naturali per dire in anticipo cosa debbano fare loro, tra loro, per noi: per non contraddire le nostre congetture, il nostro affermare di sapere. Così ho trovato illuminante questo vino perchè limpido nel restituire il suo posto nel suo tempo nonostante una lontananza tanto marcata da ogni Rossese da me conosciuto fino a oggi.

Non c’è molto da capire alla fine. Come quando una sera a Pozzuolo, guardandomi intorno, chiesi ad Antonio la spiegazione di quell’armonia. Strinse le spalle e sorrise. “Semplice, siamo amici.”

Giancarlo
Neanche Antonio aveva saputo dirmi l’annata del vino; del resto non ricordava neanche di averne ancora.  Probabilmente risale a 10/15 vendemmie fa, in una delle ultime occasioni in cui le uve della vigna di Pozzuolo non erano state utilizzate nel Rossese di Dolceacqua DOC, dando così vita a questo vino da tavola senza annata. L’etichetta indica ben poco, oltre al nome “San Cristoforo” e il disegno stilizzato di una chiesa, neanche il grado alcolico.

Aprire la bottiglia è stata una fatica non da poco. Di tappi scontrosi se ne incontrano spesso, ma questo era quanto di più simile al cemento armato si potesse immaginare. Giampiero ne versa una piccola dose con estrema cautela, per evitare che il copioso fondo intorbidisca il liquido. Versa e mi guarda, senza parlare, probabilmente temendo di sentirmi dire che il vino era morto.

Quel colore, che potremmo definire eufemisticamente rosso scarico, esangue, ma più correttamente rosa confetto, mi è raramente capitato di vederlo, anche in un rosato. Porto il bicchiere al naso con timore, se possibile ancora maggiore. Sciroppo di fragola, azzardo, e Giampiero conferma, non saprò mai se con convinzione, per rispetto o perché fondamentalmente non gliene importava granché. La bocca, del tutto coerentemente, è scarna, essenziale; il tannino del Rossese, di suo mai pronunciato, è qui ancora più rarefatto; l’acidità rimane in sottofondo e sembra suggerire una annata calda, chissà.  Poco altro al momento, decidiamo di lasciarlo nel bicchiere.

Mi accorgo che bere questo vino della vigna di Pozzuolo, in purezza, mi fa lo stesso effetto dello sfregare la lampada del genio. Uno dopo l’altro riaffiorano i ricordi delle feste di fine agosto nella casetta sgarrupata di Pozzuolo, la comitiva chiassosa, la mamma di Nino e il parroco di Dolceacqua in cucina che cucinano per tutti, le bottiglie di ogni colore e provenienza che girano per il tavolo, la doppia magnum del Rossese Testalonga di Antonio al centro del tavolo a mo’ di menhir.

Sul finire di una di queste serate, due attempati accademici, inglese uno svedese l’altro, si allontanarono dal tavolo per sedersi sotto il nespolo e accendersi due sigari di inusitate dimensioni, accompagnati da non so quale superalcolico: avevano fatto migliaia di chilometri per essere lì quella sera, e altrettanti ne avrebbero fatti al ritorno, non volevano perdersi neanche un attimo di quelle atmosfere rarefatte. Mi defilai leggermente per non farmi notare e li fotografai: non mi perdonerò mai per aver perso quella foto, e non so cosa darei per ritrovarla.

Tra i ricordi miei e quelli di Giampiero che si rincorrono e, sovrapponendosi, si completano a vicenda, ci ritroviamo avvolti nelle scene di Pozzuolo come se fosse ora. Un flashback dai contorni sfumati ma assolutamente realistico che mi ricorda quelli di “Dimenticare Venezia”, un film del 1979 con la regia di Franco Brusati in cui malinconia e ottimismo si fondono, perché, citando lo stesso Franco Brusati “l’infanzia, l’adolescenza, gli affetti degli anni verdi possono essere meravigliosi e ricordarli può farci sentire in paradiso; ma guai a vivere solo di quelli e per quelli, guai a legarsi a quei ricordi senza più volersene distaccare; è l’inferno, è la morte, mentre invece bisogna saper dimenticare il passato per riuscire ad amare il presente che siamo noi”.

È un tutt’uno, allora, pensare ad Antonio nei panni di Erland Josephson, che nonostante la morte della vigna di Pozzuolo decide di rimanere in quei luoghi. E chissà che l’arrivo di Erica Perrino non li convinca a ripiantare un giorno la vigna a Pozzuolo.

Guardo il bicchiere, lo rabbocco mentre i ricordi si dissolvono per poi svanire.  Vorrei avere vicino a me Armando, Monica, Luca, Fausto, Paolo e tutta la banda, per avere conforto nel riconoscimento di quei profumi che ora si rincorrono nel bicchiere. Tutto è assolutamente soffuso, eppure nitido. Una nota agrumata, ma non aggressiva, direi il limone del coriandolo; poi qualcosa di piccante, come di cumino, vero Giampiero?
Tu non ci senti, Giancarlo, qualcosa di liquirizia, radice di liquirizia? Assento, io sì con convinzione.

Antonio, Giovanna e Filippo mi avevano più volte fatto sentire il profumo di una pianta che fiorisce d’estate sui pendii di Dolceacqua; ecco, mi ricorda quei profumi… Armando & co. non ci sono e allora  mi sforzo a ricordare e…. si!… trovato!… È l’elicriso, di cui non conoscevo neanche l’esistenza fino alla mia prima visita a Dolceacqua. Ancora, ancora… forse farei prima a sintetizzare in macchia mediterranea e curry, ma è colpa di questi profumi, tanto sottili quanto irresistibilmente attraenti.

Arriva il momento di una netta nota balsamica e potrei accontentarmi di dire rosmarino, che qui a Dolceacqua ha un profumo più intenso di quello cui siamo abituati noi cittadini. Ma no, diamoci un tono, opto per sandalo, decisamente più evocativo. Giampiero ormai annuisce a qualsiasi fesseria mi venga in mente. In compenso mi sorride, un sorriso dolce: deve essere per il bellissimo momento che sta vivendo oppure, chissà, perché mi ha visto davvero poche volte perdermi così a lungo in un bicchiere.

Decidiamo di aprire una bottiglia di Testalonga 2010, per avere un riferimento, un termine di paragone. È come l’elefante vicino al topolino, il tannino è ben presente, l’acidità viva e la speziatura più netta.  Si capisce perché Antonio decise di vinificare a parte quei quattro grappoli di Pozzuolo sopravvissuti stoicamente alle intemperie e alla fauna calata nottetempo dai boschi soprastanti.

Riprendo in mano il bicchiere. Voglio essere sicuro di non perdermi nulla di quello che mi sta raccontando.  Con l’ultimo sorso arriva un’altra nota, questa volta agrumata, sottile, penetrante e leggermente aspra.  Non ne sono affatto sicuro, ma ho deciso che è una nota di nespola.
Sì, nespola, non può essere altrimenti.

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