Con calma, contromano

Il senso e le annate del “Novamen” di Cascina Melognis

di Armando Castagno e Giampaolo Gravina

L’imprudenza di rendere pubbliche alcune nostre trascurabili considerazioni sul vino di Borgogna ci ha esposti negli ultimi anni alle convocazioni più impensate. Ma forse c’era da aspettarselo. Elargire superlativi ai Grand Cru della Côte de Nuits non è di per sé indizio sufficiente a certificare l’acume critico del cronista del vino, né tanto meno a legittimarne la sedicente vocazione da scout. Come dire: sono capaci tutti.

Ben altra difficoltà risiede invece nel pedinare gli scollinamenti più eccentrici del pinot noir, dalla Serra Gaucha alla Valnerina, dal Kazakistan al Mugello, luoghi di una geografia del terroir ancora tutta da scrivere e da studiare. Per non parlare poi delle arrischiate “liaisons” in cui talvolta il pinot si avventura, scandalizzando chi lo pretende vitigno puro e casto, nel senso di poco incline agli accoppiamenti.

Obiezioni risibili, fisime scolastiche: la purezza sta ai vini come la bicicletta ai pesci. Il vino ha vocazione spuria e statuto meticcio, nel suo dna ritroviamo iscritta un’epopea di migrazioni e la sua resilienza ai decreti sicurezza è ben più caparbia di quella umana. Oggi che va di moda evocarne il mistero, del vino, a noi piace sottolinearne piuttosto la mistura, nel senso di mescolanza. Che detta così può suonare come una cattiva parola, mescolanza, un pastrocchio da intruglioni. E invece no, al contrario è roba seria, orizzonte culturale e opzione filosofica. Per saperne di più, citofonare al filosofo Emanuele Coccia, autore di La vita delle piante. Metafisica della mescolanza (Il Mulino, 2018): se lo trovate in casa, vi aiuterà a rimescolare meglio le idee.

Ma torniamo al pinot nero e ai suoi accoppiamenti. Gli accoppiamenti, come è noto, più si vogliono “giudiziosi” e più riescono per contro azzardati, sperimentali. Gadda docet. Tra i meno giudiziosi per il pinot, quello con la barbera meritava da tempo la nostra attenzione. Non ci eravamo accorti, infatti, che già vent’anni fa questa tresca semi-clandestina aveva generato un rosso di confine, ricavato da vigne arrampicate sulle colline di Loazzolo, in un fazzoletto scosceso della Langa Astigiana meglio conosciuto per gli appassimenti del moscato della sua micro Doc.

Un rosso a due velocità, di astigiana austerità e langarola ambizione, discontinuo quasi per statuto: aereo e quasi “volatile” nell’ispirazione – si chiama Le Grive, che è nome usato per i tordi, da cui proviene la popolare espressione “quando a tordi, quando a… grive”, per riferirsi agli alti e bassi della vita (e delle viti); ma anche un rosso terragno, dalla peculiare inflessione vernacolare – monferrina e langhetta a un tempo, puntualizza il linguista che è in noi; nonché polputo e tenace nella generosa scorta di frutto, che ne preserva la compattezza e lo consegna a un’evoluzione lenta e non sempre prodiga di dettagli.

Ma perché stiamo parlando del Le Grive della famiglia Scaglione (Forteto della Luja)? Cosa ce ne importa del suo presunto bilinguismo? Non era forse al Novamen di Cascina Melognis che avevamo deciso di dedicare questo approfondimento? Certo che sì, ma un approfondimento senza digressioni è come un cinquantenne senza almeno un po’ di pancia: ci immalinconisce, ci viene male. Tanto più che se Michele Fino non si fosse invaghito del Le Grive, una ventina d’anni fa, magari pinot nero e barbera avrebbero percorso la strada che da Loazzolo arriva a Revello rinunciando a infrascarsi per accoppiarsi di nuovo, e nessuna ulteriore sperimentazione di rilievo avrebbe perciò visto la luce.

E così arriviamo a Revello, in una contrada delle Colline Saluzzesi che fronteggia la mole innevata del Monviso. Qui la vigna non la fa da padrona, anzi: ai viticoltori serve una determinazione fuori dal comune per tenere testa a un clima spesso imbizzarrito dai repentini sbalzi termici. Le colture frutticole prevalenti sono altre, tra cui quei mirtilli tanto cari a Thoreau, il filosofo della vita nei boschi, delle meditazioni en plein air e di un libro come Walden (1854), che propone di impostare un’esistenza filosofica cominciando a considerarsi felici per lo splendore di ogni nuovo mattino.

Qui Michele e sua moglie Vanina sono felici di animare il progetto di Cascina Melognis, un’azienda che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi anni grazie a vini di sorprendente vitalità espressiva. A partire dal Sinespina, un rosato di straripante freschezza e succosità che ci aveva conquistati all’epoca della prima edizione del nostro (e rizzariano) Vini da scoprire (Giunti, 2016).

[…] Le vigne sono a venti chilometri in linea d’aria dalla colossale montagna: e sono gioie e dolori. L’escursione termica è una certezza, e con lei la forza aromatica delle uve e la bellezza dei profumi nei vini, lucidi e definiti, come a bassorilievo; ma il freddo notturno e la complessa dinamica delle brezze possono portare sui vigneti eventi impossibili altrove: nel 2016 ha grandinato a mezzanotte, una volta. Questo rosato è chiaro nel colore come gli archetipi provenzali, profuma di melagrana e rosa, ha sorso fresco, dettagliato, sapido, dissetante. Nasce da un insieme di uve locali, a prevalenza di neretta cuneese, uva rustica e vigorosa, adattatasi alle rigide condizioni locali in termini di temperature e umidità. L’impianto ha ormai sessant’anni, e la sua capacità di rendere nitidamente, anche dopo una vinificazione delicata come quella “in rosato”, l’immagine rocciosa ed essenziale del luogo merita tutta l’attenzione e il sentimento che ci si possono mettere.

 Poco o niente, per contro, sapevamo del Novamen, un rosso concepito in controtendenza rispetto alle consuetudini di un territorio dove produrre vini da apprezzare nel tempo, dopo adeguato affinamento, è pratica pressoché sconosciuta. Da qui anche la scelta del nome: in latino novamen, -inis sta per innovazione, rinnovamento, e tra le ricorrenze più significative Tertulliano lo utilizza proprio in riferimento all’agricoltura. L’occasione per colmare questa lacuna Vanina e Michele ce l’hanno offerta a fine giugno, organizzando una degustazione verticale completa delle prime dieci annate di Novamen.

Come accennato, si tratta di un rosso di concezione inedita per la zona: 70% di barbera e 30% di pinot nero. La barbera arriva da un vigneto di 0,4 ha a Saluzzo (Vigna del Feudo), a 350 metri, piantato 50 anni fa su terra magrissima, a pH acido. Il pinot nero è di Revello: l’impianto risale al 2002, a 500 metri di altitudine su terreni anch’essi a reazione acida, con limo e sabbia presenti a garantire il buon drenaggio che per il pinot è una precondizione inderogabile.

Dopo diraspatura integrale, ma nelle annate recenti rinunciando alla pigiatura, si vinifica in acciaio senza controllo delle temperature e con macerazione di 15 giorni circa (talvolta anche meno); la malolattica è sempre stata svolta per intero e la maturazione, in barrique usate, si è protratta per 14-18 mesi a seconda della “reazione” del vino, senza una ricetta standard.

Avvertenza che è inutile ribadire, come ogni degustazione con i minimi crismi di attendibilità anche questa si è svolta in bianchi locali anecoici in cima al Gran Sasso, con luce fredda a 6.500 Kelvin e campioni stagnolati in doppio cieco. Non è vero. In realtà si è svolta a tavola, a casa di Vanina e Michele, a Revello, in compagnia di alcuni amici e nella spudorata bonheur di un pomeriggio di giugno. Rilassata non vuol dire distratta, però: abbiamo anzi cercato di concedere a ciascun vino il tempo meritato perché, come diceva Veronelli, «dipanasse il suo racconto». Queste, infine, sono le impressioni che dai vini abbiamo tratto, dopo qualche settimana di riflessione.

2017
Guida spirituale: Romelu Lukaku.
Ha un carattere estroverso, compatto e sanguigno che dice dell’energetica spinta della barbera nel millesimo. A onore del vero, non manca di suggerire qualche finezza, sebbene sottovoce: la bella sintesi dei valori floreali è un tratto qualificante, anche se l’idea che trasmette all’assaggio è comunque quella di un vino ricco, traboccante di sucrosité, persino potente. Alla fine, il giudizio è decisamente positivo: pare aver trovato il modo di farsi alleata la calda stagione, che pure lo ha dotato di oltre 15 gradi alcolici; oggi si beve bene, grazie alla insperata freschezza acida e a un tannino delicato, non sorprendente vista l’inclinazione “naturale” di entrambe le varietà.

2016
Guida spirituale: Bob Marley.
Più che avere un profumo, è un profumo, notevole anche per reattività all’aria oltre che vitalissimo. Sa di ciliegia, rosa, lampone maturo e un tocco di incenso o qualcosa di simile, e poi mirto e rosolio, tutti aromi che distribuisce con generosità sin dalla stappatura. Meno flautato e decisamente più terragno al sorso, peraltro morbido, setoso, anche lui attraversato da una specie di vapore alcolico; il finale è composto, articolato, espressivo. In definitiva, un piccolo incanto di succosità, spontaneo e goloso come uno dei rossi più suggestivi che mai ci sia capitato di sentire da queste lande. Oltretutto, pare in piena spinta propulsiva verso l’alto quanto a potenzialità evolutive e suona davvero strano che un vino così buono sia passato sotto silenzio nelle ricognizioni delle più attente pubblicazioni di settore. Per quello che conta, la nostra valutazione (come quella degli amici Maurizio Gily e Pietro Stara) è ben più generosa e davanti al Novamen 2016 scatta l’applauso.

2015
Guida spirituale: il Mahatma Gandhi.
Semplice, caldo, confortevole e buono d’indole; a differenza di Gandhi non ha complessità particolari da offrire e tuttavia, dopo una prima bottiglia penalizzata dal tappo, i profumi della seconda rivelano aspetti interessanti, tutti disposti verso un’evocazione “estiva”, fin nei toni un po’ bruciacchiati della parte “cerealicola”. La bocca ha tannino insolitamente arcigno e asciutto, difetta un po’ di freschezza e sfuma veloce. Dei vari, possibili 2015 italiani, questo è del tipo più frequente e meno elettrizzante: molto probabilmente «terrà la nota», come si dice, per anni. Ma appunto è una nota, una sola, bella, ma una.

2014
Guida spirituale: Minnie.
Un risultato valido in assoluto ed eclatante per il millesimo, genialmente interpretato, benché Michele sia il primo a sorprendersi: «dopo una settimana di follature – ricorda – le bucce erano ridotte a poltiglia e c’era poco da stare allegri». L’enfasi è sui toni minerali, le sfumature non mancano (gelatina di bacche rosse, timo, foglia di limone, sasso di fiume) e la dimensione generale è quella di un vino tonico, loquace, ma “piccolo”; eppure la proporzione complessiva è inappuntabile. All’opposto del 2017 (vedi), qui è evidente e decisivo l’apporto del pinot nero, per un esito finale tutto in finezza, riaffermata dall’assaggio scorrevole, succoso, dinamico.

2013
Guida spirituale: Antonello Venditti.
Primo vino a presentare qualche indizio di trasformazione non virtuosa: risulta compatto, con detrimento per le sfumature che probabilmente porgeva fino a qualche tempo fa. I profumi hanno un che di balsamico come spunto di maggiore interesse, ma poca definizione e una speziatura cupa, insistita, sconosciuta ai millesimi recenti; la bocca è dal canto suo densa di materia coesa, con frutto di riferimento maturo, dolciastro e appiccicoso. È un vino sulla china discendente, anche se non si può escludere – anzi – che sussistano bottiglie evolute meglio di questa assaggiata.

2012
Guida spirituale: Peter Fonda.
Vino per il quale spendere l’aggettivo “selvatico”, in varie accezioni tutte per noi positive. Selvatico è il contegno generale, anarchico, colorato e incasinato; lo è l’agrume richiamato nitidamente dal profumo, che ha una linea di “volatile” in evidenza, e lo è anche etimologicamente la nota di sottobosco; lo è infine la trascinante dinamica del sapore, aspro e vibrante per l’incidere di una acidità che è davvero “montana”. Un’edizione del Novamen insolita e coinvolgente, ma perfettamente attendibile, anche se forse la rigidità dell’insieme finirà per “congelarne” l’evoluzione. Oggi si beve benissimo, a trovarlo.

2011
Guida spirituale: Sophie Marceau.
Edizione in pieno stile Côte de Beaune, in stato di grazia al momento dell’assaggio; il dato curioso è che si tratta dell’ultima annata con “poco” pinot nero (20%). Il quale vitigno per contro straborda, imponendo al colore una luminosa trasparenza, al bouquet le note di ribes rosso e spezie, e al gusto una qualità tannica e tattile degna di un rosso – appunto – borgognone. Nel finale, ecco una lunghissima scia salina, ulteriore punto a favore di uno dei migliori vini della verticale, e di quello in assoluto che abbia avuto la trasformazione più interessante. Tanto di cappello, non perché sia “borgognone”, ma perché è bono, bono forte.

2010
Guida spirituale: Nerone.
Molto di fosco e di combusto in questo vino di ascendente “gotico”, penalizzato dalle grandinate e ormai in tutto e per tutto “terziario”, cioè non ossidato ma completamente trasformato. Abbiamo registrato note simili al metallo saldato, alla brace, all’humus; nulla di irreparabile, se non fosse che anche la bocca ha subito il tempo, e non ha opposto granché al suo incedere; il sapore non ha difatti né coesione né compostezza, e ciò che resta nella memoria è il senso di una fisionomia monocorde e un po’ stanca.

2009
Guida spirituale: Robocop.
Ancora con un bellissimo colore, ha un profumo originale, intensamente salmastro, al netto della dotazione di fiori e fragole, ed è pienamente bilanciato in bocca, dove la freschezza acida, che di solito nei 2009 piemontesi è un fattore secondario o addirittura il tallone d’Achille, spinge con vigore inatteso. La circostanza ha tuttavia una ripercussione negativa, perché il vino appare irrigidito e poco espansivo, richiamando in questo la parabola evolutiva di certi rossi di Ghemme. È comunque un Novamen dignitoso e saldo, dalla ferrea coesione interna; il contributo aromatico del pinot nero si coglie con una certa difficoltà.

2007
Guida spirituale: Andrea Bargnani.
L’annata dei primi imbottigliamenti (in tiratura pressoché confidenziale) è anche l’unica alimentata dalle vigne di barbera di un impianto locale, presto accantonato. Ed evidentemente, in un millesimo che consegna proprio alla barbera il ruolo di prima attrice, il vino non può non risentire dell’impostazione agronomica della precedente gestione, restandone penalizzato. Il nuovo si annuncia, insomma, ma il vecchio deve ancora morire, parafrasando Gramsci e Phil Collins. Dal canto nostro, in tutta onestà, confessiamo di aver preso appunti farraginosi e incompleti, impazienti come eravamo per l’imminente trasferimento a tavola per la cena. Ne ricordiamo il profilo generale severo e poco mobile, quasi rinunciatario, che suggeriva una certa sintonia con il precoce fine carriera del suo mentore virtuale.

 

 

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