La differenza è dentro il bicchiere

di Shameless

Nel locale c’era un momento di tranquillità prima della calca per l’aperitivo serale. Il barista ne approfittò per guardare di sfuggita l’uomo al tavolino nell’angolo in fondo. Il cliente era abituale, da circa due anni un paio di volte a settimana compariva dopo l’orario di ufficio, con un cenno del capo si accomodava sempre al solito posto togliendosi l’impermeabile indossato in autunno e inverno o la giacca quando era primavera o estate. Entrambi gli indumenti erano leggermente sgualciti, come si conviene ai signori di una certa classe e di una certa età. Una volta seduto con disinvoltura discreta ordinava una birra o un Negroni.

Una birra o un Negroni.

Quella sera di autunno inoltrato era arrivato un poco in anticipo e aveva ordinato una birra.

“Serata modesta” pensò il barista che sapeva guardare e tirare delle conclusioni quasi sempre esatte.

Il Negroni veniva richiesto quando il gentiluomo era raggiunto da una ragazza molto più giovane, appariscente e dalla voce acuta. Non era mai la stessa, si somigliavano un po’ tutte. Giovani, appariscenti e dalla voce acuta. Arrivavano, sorridevano, gesticolavano, bevevano lo stesso cocktail del loro ospite o qualcosa di molto simile. Chiacchieravano a lungo e alla fine si alzavano gettando un bacio distratto verso l’uomo che non faceva in tempo ad alzarsi, si spostava goffo, accennava il gesto e poi si rimetteva seduto guardandole in silenzio mentre uscivano.

La birra era invece destinata a figure femminili più rassicuranti, troppo magre o troppo tonde nei punti sbagliati. Donne più vicine come età a quella dell’uomo. Donne che si sedevano composte e parlavano poco, più che altro ascoltavano, sorseggiando birra chiara senza fantasia. In queste occasioni l’uomo si alzava per salutarle quando arrivavano. Si alzava con un’attenzione delicata come se avesse a che fare con oggetti fragili. Anche queste donne cambiavano, con meno frequenza di quelle più giovani, ma era raro che si ripresentassero la quarta o quinta volta.

Il barista amava i calcoli e le statistiche, giocava la schedina tutte le settimane e sapeva valutare le persone. Il bar era suo da anni e ci teneva alla sua clientela, che era anche la sua famiglia, essendo lui vedovo e con i figli lontani.

Quel cliente faceva parte di una routine che amava. Nel calcoli del gestore ad ogni mezza dozzine di birre corrispondeva un Negroni.
Ogni tanto quel signore brizzolato si rimetteva l’impermeabile o la giacca e usciva insieme alla compagnia femminile dopo aver consumato l’aperitivo. Più di frequente restava solo e finiva di bere con in mano il cellulare, come se stesse preparando la mossa successiva.

Quel signore di mezza età, né bello né brutto, né alto né basso, né grasso né magro, né triste né felice, quella sera piovosa d’autunno col suo apparire e sedersi mosse qualcosa nel petto del barista. Qualcosa fermo da tempo, qualcosa che era stato dimenticato.

Da dietro il bancone disse alla ragazza che l’aiutava “pensaci tu”, prese un libretto dalla copertina rigida che spuntava in fondo fra i bicchieri di pregio e si avvicinò al tavolino dell’angolo.

“Mi scusi”, iniziò.

L’uomo alzò gli occhi sorpreso. Aveva lo sguardo sperso di un ragazzo.

I barista prese fiato, si segnò mentalmente come un tempo faceva prima di un’interrogazione a scuola.

“Mi scusi signore – ripeté – , non sono solo il barista qui dentro, ma anche il proprietario. Da mesi, anzi, da anni, la vedo frequentare il mio locale e questo mi fa piacere. I clienti abituali mi scaldano il cuore, se tornano vuol dire che si sono trovati bene. Vedo che le fanno compagnia tante signore e signorine, tante. Troppe direi.”

Un lampo di sorpresa animò lo sguardo dell’uomo, fino a quel momento solo blandamente incuriosito.

“Per carità, le sue frequentazioni non sono affar mio” continuò il barista, timoroso di perdere il filo “Però, se lo lasci dire da qualcuno più anziano, non sembra che la quantità le porti felicità.”

L’uomo appoggiò i gomiti sul ripiano di marmo del tavolino ed appoggiò il viso sui pugni chiusi facendosi più attento.

“Si vede chiaramente che lei incontra delle donne alla ricerca della Donna. Non so quale sia il suo passato, ma il presente è ovvio. Lei si vede con sconosciute in un luogo neutrale come qui. Sceglie sempre lo stesso angolo per sentirsi protetto. Si capisce anche benissimo che nessuna fino ad ora l’ha soddisfatta o si è soddisfatta. Vengono, restano un poco e poi se ne vanno.”

Il viso del suo ascoltatore si piegò in un cenno di conferma, con appena un abbozzo di sorriso.

“Mi capisca signor mio, vorrei aiutarla perché mi sento solidale come maschio e come barista. Può essere che sia un caso, può essere che la sua scelta a monte su chi invitare qui sia sbagliata, avventata. Può essere che i presupposti sui quali lei basa la selezione femminile siano errati.
Può essere tutto questo, oppure può essere quel che è dentro il bicchiere.”

Il locale si stava riempiendo di nuovo, il gestore avvertiva l’impazienza della ragazza al bancone. Si sarebbe dovuto spostare per aiutarla, invece rimase ancora in piedi accanto a quel signore solitario e malinconico. Si era imposto una missione e voleva portarla a termine.

“Quel che riempie il bicchiere è importante se lo si vuole dividere in due.” Sentenziò di fronte viso che ormai era un totale punto interrogativo, piuttosto divertito.

“La birra, sì certo disseta, appaga senza troppe complicazioni. La birra è facile e rassicurante, nel sorso ci si ritrova quel che ci si aspetta, quel che già si conosce.
Un Negroni inebria rapidamente, lascia un poco di stordimento eccitato, ma dura poco e dopo si è più vuoti del bicchiere rimasto vuoto in mano, con solo un cubetto di ghiaccio che si scioglie senza alcun gusto.

Lei in tutto questo tempo non ha mai ordinato, assaggiato, bevuto una goccia di vino. Eppure è il vino che può portarle davanti il tipo di donna che le si confà, se lo lasci dire. Il vino racconta e il vino sorprende, rimane a lungo e genera curiosità.”
Il suo ascoltatore attento si lasciò andare ad una risata silenziosa. Ridevano gli occhi non più spersi, e rideva tutto il resto del viso, senza far rumore.

Sollevato da questa reazione per niente offesa, il barista terminò.

“Guardi, le lascio la carta dei vini al bicchiere. Meglio iniziare con un singolo calice, per la bottiglia intera ci vuole una certa esperienza che lei ancora non ha. La studi per bene, ordini per lei e per chi verrà a sedersi qui fra poco. Vedrà che differenza! Niente più baci frettolosi di saluto, niente più silenzi rassicuranti e modesti. Chi vedrà, berrà e resterà.”

Il gentiluomo inforcò gli occhiali e lesse.

Lesse.

Con calma, lesse.

Poi indicò con sicurezza
“Uno così e uno così, grazie.”

“Molto bene signore, provvedo subito.” Disse il barista soddisfatto e tornò al bancone per versare subito i vini scelti.
Mentre accomodava i due bicchieri uno di fronte all’altro sul tavolino all’angolo, per bene come sapeva fare da barista esperto, sentì una leggera folata, un movimento danzante che proveniva dalla porta del locale. Si voltò per sorridere alla donna appena entrata che si stava avvicinando.

Poi si voltò di nuovo verso l’uomo e gli fece l’occhiolino prima di tornare definitivamente dietro al bancone col passo di Gary Cooper in Mezzogiorno di Fuoco.

 

One Comment to “La differenza è dentro il bicchiere”

  1. leggendo,ero presente al colloquio….(si esprimeva anche chi non parlava..)

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