Dream café

di Floriana d’Amely

Un uomo e una donna entrano in un bar, oltrepassano senza esitazione i tavolini ingombri di aperitivi nel diffuso vociare dei giovani e si siedono in un angolo defilato, uno di fronte all’altra, sulle rigide sedie in plexiglas accostate a un tavolino. Lui ha i capelli molto corti, bianchi, una camicia chiara, il passo insieme risoluto e calmo dell’uomo abituato a gestire; lei ha i capelli rossi raccolti in una lunga treccia sottile, ha un abito verde e viola, anche se, sottolinea, avrebbe voluto essere vestita di nero, il passo insieme risoluto e calmo della donna abituata a gestire. Ordinano lui una Lemonsoda e lei una spremuta d’arancia; lui chiede che gli venga portato del ghiaccio, lei dell’acqua non fredda per allungare la spremuta. Con i bicchieri in mano accennano rapidi a un brindisi, mentre le ultime luci del pomeriggio disegnano sul tavolino incomprensibili geometrie.

Lei non beve alcolici; e non li beve per scelta, se non per ripicca: non è mai riuscita a percepirne altro che la violenza, mentre le sfuggono la profondità e la complessità degli aromi; e, nel tempo, ha cercato di trasformare questa sua debolezza in un punto di forza: tutelare con fierezza l’integrità del suo corpo, come quando, adolescente, aveva deciso di non fumare, strappandosi di dosso il desiderio di poter aprire il pacchetto con gesto sicuro, tirando quel sottile filo dorato che tanto le piaceva, di stringere la sigaretta tra le dita, di far scivolare lentamente il fumo dalle narici e dalle labbra con aria assorta…: Sottraendosi a quel desiderio, o a quel vizio, le sembrava di poter mettere in ombra l’eco insistente degli altri.

Lui invece li beve e ne ama soprattutto alcuni: il Rum, certi Sauternes, un particolare Cherry; è molto selettivo, dice, e beve raramente, solo quando l’alcool può aiutarlo a sciogliere i grumi, ad ammorbidirsi senza perdersi, a trovarsi in un luogo diverso da quello in cui si era voluto o saputo collocare. Parla senza enfasi, senza voler dimostrare o convincere nessuno, come tra sé e sé, cercandosi nelle sue stesse parole, lentamente, in quella piena aderenza tra le parole e le cose che lei da tempo fuggiva e cercava. Parla a voce bassa, come se ogni parola fosse solo un’eco remota del senso; nel vociare che intorno si è fatto più acuto lei gli guarda le labbra per meglio capire; e lo ascolta, parola dopo parola, deponendo uno dopo l’altro lo scudo, l’elmo, la corazza, il vessillo della sua crociata: le parole di lui avevano la naturalezza priva di acuti di chi ha consuetudine con il proprio volto, riflesso al mattino nello specchio del risveglio; distillavano sobrietà ed indulgenza.

Così, mentre lui prova a descrivere lo spessore aromatico di uno speciale ‘cerry’ (aveva detto proprio così, non ‘scerry’, come avrebbe detto lei), sorseggiato una volta sul cioccolato fondente, lei comincia a sentire in bocca e poi lungo la gola l’aroma dolciastro e bruno della ciliegia matura, la densità amara del cioccolato e la scossa breve dell’alcol; e sente sciogliersi lentamente un nodo che lei stessa negli anni aveva voluto serrare con forza sempre maggiore, nella direzione ostinata di chi teme il potere minaccioso dell’indulgenza.

È tardi, il tavolino ha già cancellato da qualche minuto le geometrie di luce e lei deve correre verso la sua serata. Lui la accompagna alla macchina, si stringono la mano, si baciano come fossero amici. Ma lo sportello che lei chiude in fretta su quel saluto pericoloso non ha il tonfo sordo delle altre volte. E lungo la strada, a mano a mano che le colline iniziano a perdere i loro contorni e lei i suoi, sente affiorare in bocca l’aroma di quel ‘cerry’ che non aveva, ancora, bevuto.

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