Il vino che non doveva durare

di Fabio Rizzari

Svuotare una piccola cantina che ha ospitato vino per oltre trent’anni è facile e difficile. Facile, perché si tratta di spostare oggetti da un edificio a un altro con l’aiuto di braccia giovani, poche decine di scatole dal punto a al punto b. Difficile, per la stratificazione di ricordi legata a ogni singola bottiglia. Senza retorica: solo una cosa difficile per la stratificazione di ricordi legata a ogni singola bottiglia.

Capita anche di trovare reperti archeologici ignoti allo stesso proprietario del luogo, come quando un contadino, arando il terreno, porta alla luce qualche coccio di un’anfora dell’antica Roma. A me è capitato rinvenendo una scatola di legno marcito, nerastro, che ospitava una magnum di Sassicaia 1991. Scoperta ancora più sorprendente, una cassa di legno marcito, nerastro, contenente tre magnum di Barbaresco Riserva etichetta rossa 2004 di Bruno Giacosa.

Questi rinvenimenti sono piacevoli, ma niente di più. La stessa sensazione di inaspettata ma fugace soddisfazione di quando si ritrova una banconota dimenticata nella tasca di una giacca. Molto più luminosa la stappatura eroica di qualche sera dopo: da una scatola della vecchia cantina ho pescato una bottiglia di Kalterer See (Lago di Caldaro) Auslese Schweiggeregg Martin Conci del 2010.
12 gradi dichiarati in etichetta. Tannini, pochissimi.
Sedici anni di vita in bottiglia. Non sedici mesi.

“Il vino è longevo se ha acidità, alcol, struttura tannica e più generale estrattiva”. Ma dove? ma chi?

Questo rosso partiva esile ed è arrivato esile; però vivo.
Di una delicatezza di tocco sorprendente, un soffio. Ma un soffio vitale. La schiava si conferma una varietà capace di dare longevità senza peso, senza struttura. Ma a parte la schiava, più in generale: il vino si conferma capace di essere longevo, vitale, contro ogni pronostico.
O mettici un toppino, come dicono a Livorno.

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