Amarcord – seconda parte

 

i vini d'Italia veronelliani

di Giancarlo Marino

Sangiovese mon amour

Sono cresciuto a Sangiovese. Dopo l’imprinting del Brunello di Montalcino 1975 Biondi Santi, ho girato la Toscana in lungo e in largo, bevendo probabilmente tutto quello che trenta anni fa si trovava in commercio. Di molti vini ovviamente non ho più chiara memoria, ma tra le bottiglie che ho in cucina e le etichette del mio raccoglitore vi è comunque traccia sia del pellegrinare di quegli anni che della costanza dei miei  sentimenti verso questa terra.

Chianti Rufina stravecchio Spalletti (annata imprecisata ma con buona probabilità anni ’50 / ’60), Percarlo 1988 San Giusto a Rentennano, Brunello di Montalcino 1983 Case Basse.  Parto da questi solo perché ne conservo ancora le etichette. Del primo è luminoso il ricordo di una trama di trine, pizzi e merletti; del secondo ricordo  l’animo guerriero (ma della nobile stirpe del Cavalieri della Tavola Rotonda, forza e nobiltà in ugual misura, i francesi direbbero pugno di ferro in guanto di velluto) e, di riflesso, penso anche alla versione del 1985, probabilmente uno dei più grandi sangiovese del Chianti mai bevuti; del terzo la grandezza assoluta, pari forse solo alla antipatia per il suo produttore (perdonatemi, non ce l’ho fatta a trattenermi…).

Nel rincorrersi dei ricordi (non ne conservo né bottiglia né etichetta) spunta fuori  Cetinaia 1985 Castello di San Polo in Rosso: certamente per la bellezza del vino, ma anche per la  bellezza del castello (il luogo dove, potendo, mi piacerebbe trascorrere gli anni del buen retiro) e per il suo  malinconico destino.

Ma come, e Pergole Torte di Montevertine?  Obiezione respinta, considerato che per il mio 60° compleanno ho aperto una sei litri di Pergole Torte riserva 1990. Il fatto è che non riesco a liberarmi dalla visione romantica del vino che c’era una volta e ora  non c’è più. E allora, non potendo esimermi dal citare la Fattoria di Montevertine, segnalo due vini che non esistono più:

Chianti Classico 1974 e Sodaccio 1986, entrambe bevuti recentemente, i cui vuoti sono finiti inevitabilmente sulla mensola in cucina. Non me ne vogliate ma, pur riconoscendo la grandezza e forse la superiorità del Pergole Torte, se devo scegliere un solo vino di quel luogo fatato che è Radda in Chianti e la Fattoria di Montevertine, scelgo QUEL  Sodaccio 1986, bevuto pochi mesi fa grazie alla generosità dell’amico Martino Manetti. Il Chianti Classico 1974 non aveva quella stoffa e quella razza, aggrappato come era, con le unghie e con i denti, al ricordo nostalgico di una gioventù meravigliosa ma che si allontanava dalla vista fino a scomparire all’orizzonte. Inatteso e quindi ancor più sorprendente.

 

Super Tuscan

Era difficile trovare un nome più brutto di questo per definire una categoria di vini. Brutto e anche poco  preciso, visto e considerato che così venivano chiamati vini che prevedevano una percentuale consistente di sangiovese ma anche monovitigni in purezza quali cabernet sauvignon, cabernet franc, merlot e perfino uvaggi misti tra i vitigni già detti e altri ancora, in particolare syrah.

Messa da parte l’orribile definizione, nel mio pellegrinare toscano degli anni 80 ne ho provati a decine, e molti sono tout court grandi vini, anche se con il variare delle mie stagioni sono finiti quasi tutti nel dimenticatoio.

Tignanello 1977 Marchesi Antinori. È storicamente doveroso partire da uno degli antesignani della categoria, ma si può dire che quelle vecchie annate, anche quando non erano realmente super, erano però certamente tuscan? Ecco, l’ho detto. Una recente verticale, sufficientemente profonda, me lo ha ancor più confermato, al grido di “ridateci i vecchi Tignanello”.

Concerto 1988 Fonterutoli. Analogo blend di sangiovese e cabernet sauvignon, ma con esito decisamente più favorevole. A volte mi chiedo perché certi vini “felici” scompaino e al loro posto ne arrivino altri decisamente “tristi”. La domanda è marzulliana e mi rispondo da me.

Davide e Golia: Sassicaia 1988 Tenuta San Guido, Ghiaie della Furba 1989 Capezzana. Due bellissime espressioni di uvaggio bordolese, due zone diverse,  Carmignano e Bolgheri, due vini di personalità e carattere, due annate in tight, diversa solo la struttura. La fama del primo resiste al tempo che passa, anzi aumenta, meritatamente, l’altro si è perso per strada, e me ne dispiace perché ce ne vorrebbero molti di vini così. Nessuno se la prenda se considero il 1988 la migliore versione di tutti i tempi di Sassicaia; si potrebbero eleggere un paio di versioni della fine degli anni 70, forse più somiglianti ai clarets d’antan, o magari il 1985, ma sto pazientando da 25 anni e comincio a dubitare si possa “aprire” un giorno (del resto, in Toscana ho quasi sempre preferito l’annata 1986 alla precedente).

E se fosse il Merlot….

…il vitigno bordolese che più si adatta alla Toscana?  Alcuni vecchi assaggi me lo avevano fatto pensare, anche se non sono mai riuscito a trovare una spiegazione certa del perché i migliori risultati  siano stati ottenuti nelle annate generalmente fredde e infelici. Rigiro tra le mani le etichette di Vigna l’Apparita 1987 Castello di Ama e Masseto 1987 Tenuta dell’Ornellaia, ed è come tornare indietro nel tempo e portare nuovamente il naso a quei profumi mediterranei che urlavano Toscana. In particolare l’Apparita, è forse il Merlot toscano più buono che io abbia bevuto. Poi ci ripenso, e osservando anche l’andamento climatico dell’ultimo decennio inizio a temere che certi vini potremmo non rivederli più.

Last but non least

Tra le tante etichette che ho ritrovato nel raccoglitore, alcune mi fanno pensare che forse la zona di elezione del Merlot non è la toscana ma il nord-est. Il Merlot 1988 Radikon e  il Rujno 1988 Gravner, insieme al Calvari 2002 Miani, bevuto recentemente, sono allo stesso modo figli di quelle terre e espressione della abilità di quei vignaioli nel riuscire a dominare un vitigno esuberante come il merlot e far emergere il carattere del territorio. Quasi quasi mi convinco che non è la Borgogna ma Bordeaux il vero oggetto del mio desiderio (dai… scherzo!!!).

p.s.  Durante la ricerca di materiale per scrivere queste righe, nella mia libreria ho ritrovato tre vecchie edizioni del Catalogo dei Vini Italiani di Veronelli. Ho iniziato a sfogliarli, non lo facevo da moltissimo tempo, prima o poi sarà spunto per qualche nuova riflessione.

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One Comment to “Amarcord – seconda parte”

  1. Che bel volo radente e mozzafiato sul tuo passato (rima involontaria) che è in parte lo stesso di tanti altri bevitori/amatori di mezza età, me compresa.
    Nel leggerti si sente anche la tua voce e la tua cadenza, almeno , io la sento perché ti conosco.
    Dispettosa commento dove non dovrei, perché così sembra che da queste parti ce la cantiamo e la suoniamo da soli.
    E’ un dispettuccio per affetto, e anche per ricambiare quello tuo, dovuto alla tua estrema coerenza e correttezza, quello di non citare un vino che ti ha colpito recentemente. Mi basta che ciò sia comunque avvenuto e che te lo ricordi legato ad un bel momento.

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