Terra che odora di sale

Grigliata Galizya

di Armando Castagno

Uno dei miei racconti mai scritti è quello del vecchio che aveva amato le vigne, e in gioventù le aveva tutte camminate, con un bastone quelle più ripide e faticose, a passo spedito di ragazzo quelle meno impervie. Camminate tutte e tutte vive nel ricordo, una per una, e con le vigne, vive le voci e la forza delle mani di chi le aveva dissodate, piantumate e lavorate per trarne il vino.

Un giorno della sua vecchiaia estrema, persa da tempo la possibilità di camminarle, il vecchio scoprì, grazie all’unico, benedetto nipote, quella diavoleria chiamata Street View (se dis inscì?), vide che bastava muovere il “ratt”, e iniziò a passare le giornate che gli restavano da vivere percorrendo i luoghi del suo ricordo senza muoversi dalla sedia. Alle volte, una meravigliosa felicità si impadroniva di lui, e gli scoppiava il cuore, quando riconosceva il ciabot del contadino, la cava di pietra diventata vigneto, l’edicola sacra, un dirupo di ponka, una grigliata di rose attecchita sul porfido, la casa colonica di sempre, i fumi dei roghi nei noccioleti e i cupi vapori delle caldane, la distesa piatta, sbronza di sole, delle piantagioni meridionali.

Altre volte, una malinconia sorda ne offuscava l’umore e lo anneriva: là dove c’era una vigna c’era ora un ventaglio di villette a schiera, il parcheggio di un supermercato, un gerbido, una foresta di acacie e di ailanti, una stazione di servizio, una brutta fabbrica di rubinetti o di mobili dozzinali annunciata da brutte bandiere. Si sistemava allora gli occhiali e ripartiva a forza di click verso mete che sperava più simili a com’erano negli anni della sua giovinezza.

Chi ne avesse ritrovato lo sparuto diario di appunti, una povera cosa scritta a matita sebbene densa di ghirigori, al 28 novembre di un anno non precisabile avrebbe letto quel che segue.

“Oggi, 28 novembre, in prima mattinata sono tornato a Montjovet, e ne ho subito visto il grande castello. Ho salito le strade di montagna, pianto le vigne scomparse, tante, benedetto quelle residue, poche, ricordato il sapore morbido del suo vino e la voce lentissima del vecchio parroco, di quando mi parlava delle vigne di Arnad, delle Ville, di Barme, di San Martino, di Donnas, di Perlo, di Plan de Brun. Arrivato al belvedere, il sole è come esploso nei miei occhi; poche le auto parcheggiate, nessuno in giro, un’aria frizzante e gelata che allunga la vita mi è entrta in circolo col ricordo del vino giovane di Montjovet dal colore del corallo.

All’ora del pranzo ero già a Pavia, e da lì per le vecchie strade d’Oltrepò, prima a Stradella, a Broni, e poi lungo le vallate del “vej Piemont”. Ho incocciato nella solita umidità sospesa a mezz’aria: per mesi qui piove anche se non piove, ci si bagna camminando, attraversando un’aria che è come un lenzuolo zuppo, freddo e trasparente. Nelle salite e nelle discese serpeggianti tra vigneti incerti, si respirano la precarietà e la gagliardia della tradizione, l’eco dei proverbi, così come l’odore del cucinato, ma anche il dubbio che tutto sia vano e prossimo all’abbandono, si coglie un duro orgoglio, si percepisce il senso della fatica. Ruote di carro sono appoggiate a casali in rovina, in contumacia del carro; la sola decorazione dei casali è nella disposizione capricciosa dei mattoni cotti; le porte di legno stagliano sprangate da smargiassi catenacci che non nascondono altro ormai che un innocuo buio, e sono gonfie d’acqua e sul punto di sfaldarsi; quelle di ferro sono oberate di ruggine tanto da non sembrare più solide di quelle di legno; nei centri abitati, trovo insegne e indicazioni fuori tempo massimo, come quella della pettinatrice. Le vigne d‘altura, messe a cavalcioni delle dorsali sotto cui scorrono torrenti, sono bellissime. Sotto una vigna avara, nella sabbia umida di novembre, mi sono seduto e ho riposato.

Quando è arrivato il tè ero ormai a Frascati, e ne ho goduto il calore girando per i Castelli Romani. A pezze, a macchie, dietro quinte solenni di ville e fontanili, il fresco degli alberi nasconde vigneti nutriti da questa terra leggera che odora di sale, e distese di campi colore della cartapaglia; nelle vigne, foglie grandi come mani ornano vecchi tronchi tortuosi. Nel sole sgargiante come fosse mattina, il panorama si squaderna; da una parte lontana si stende la grande città, dall’altra si asserraglia il profilo dei colli albani. Si sale per tornanti tra i vigneti, per strade bordate di oleandri o da alte mura di abitazioni signorili, cartelli di attenti al cane, parabole, smozzichi di frasi in spiccio accento romanesco; nei vasti giardini, orci di terracotta alti più che cristiani, magnolie smisurate, siepi di alloro. Del vecchio vino di una volta, solo una memoria sguarnita, fossile.

vite antica di fiano di Avellino

La dolce sera del Sud mi ha sorpreso in Irpinia, anche qui nel sole raggiante, solo offuscato dalle ombre del frastagliamento montano. Ad Aiello del Sabato tutto è bosco, e quello che non lo è, al bosco è strappato. C’è profumo di sarmenti bruciati, domestico e caldo. Sulla provinciale 42 salgono arrancando tre vecchie signore e un cane bianco; un chilometro più avanti, un’altra vecchia da sola, ferma a guardare a lato della strada la macchia intricata di faggi, castagni e querce, bianchi i capelli, la camicia e le scarpe, e nera la gonna. Mentre qui ci si prepara per la notte, in Irpinia vedo ancora luce di giorno, ma ora il cielo è ingrigito da nuvole basse, che sbattono contro le cime dei monti e lì sì fermano; i nomi dei piccoli fiumi, Cercaro, Aliporta, Rigatore, Riovergine, Cardogneto, e i nomi dei monti, Carcata, Cercetano, Montevergine, Vallatrone, Raiamagra, si masticano in bocca mentre li pronunci e ne escono digeriti e sonori.
Ho superato volando la piana di Floridia, tra gli alberelli di vite sui tufi e le brecce scaldate dal sole, i muriccioli, le reti spinate, e scelto per dormire Siracusa, l’isola Ortigia, tra pareti bianche ancora urlanti di luce, muraglie di calcina ferme di fronte a chi guarda a contestare il mare”

Nel racconto del vecchio manca qualcosa. Pure, lettor mio, qualcosa di importante. Passare veloce per le stradine dei paesi, sempre di giorno, significa omettere di spiare dentro le osterie, perché vuote, o ancora chiuse; non soffrirne il frastuono o goderne il brusìo; non risalire, invisibili, i crudi tavolacci appuntando espressioni e sguardi degli avventori, chi in chiassosa compagnia, qualcuno, quelli accanto ai quali vien da sedersi, solo con un bicchiere davanti e un teatro di pensieri: l’umanità di Pavese e di Sbarbaro, i pochi vincitori e i tanti vinti. Si perde quel momento di pura meraviglia che tanti che ho conosciuto han pure vissuto, e se ne ricordano; di quando cioè, mezzi ebbri nell’ipotesi migliore, si esce nottetempo dalla bettola, si viene sopraffatti dall’aria fresca che prorompe nei polmoni, prende forma nel cielo una stellata di diamanti. Si sta subito meglio, e si è pronti per ricordare ancora tutto quel che s’è perso o è andato smarrito, ma con una più lieve e arresa dolcezza. A me da ragazzo è capitato volte millanta, ed era ogni volta vita aggiunta alla vita, e tutto questo, massì, massì, mi manca.

gino

Gino Veronelli, 2 febbraio 1926 / 29 novembre 2004

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11 commenti to “Terra che odora di sale”

  1. Lettura commovente, meravigliosa.
    Di un grande autore e divulgatore che ho il privilegio di sentire Amico.

  2. Oggi cerchiamo tanto la vita nel vino, Veronelli per quanto poco so ha portato nella vita il vino.

  3. racconto di una grande, malinconica bellezza.

  4. Bellissimo, sfregando i pugni stretti l’ho letto.

  5. Da leggere all’infinito

  6. Di vino! Complimenti

  7. Ti fa venire voglia di cercare, e’ come un invito a non fermarsi mai……

  8. Questo che hai scritto è…

    Questo è Vento
    Questo è Terra
    Terra da stringere al petto
    per non perdere quell’istante
    quel momento di vita che fotograficamente impressiona la nostra memoria
    quel momento di immenso che magicamente soffia sulla nostra anima
    Immersi in questo tempo che fugacemente ci costringe mortali
    Immersi in questo tempo che a volte ci dona ali per sfiorare l’eterno
    Qui a sentire di immenso celato in una osteria
    Qui a spiare il sospiro del viandante sconosciuto nascosto dal suo stesso sguardo

    Placate questa fame perchè è lei a sfinirmi…

  9. in riflessione e subbuglio; toccante.

  10. Bello, bellissimo. Leggendolo ho respirato quell’aria e sono entrato in quelle Osterie. Il potete delle parole quando scritte in questo modo è di rapirti dalla scrivania e portati direttamente nel posto. Grazie.

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