Il Brunello e la brunellità

Brunello di una certa età

di Rizzo Fabiari

Al netto delle notevoli difficoltà colturali, enotecniche, burocratiche legate alla produzione di un buon Sangiovese, resto alla parte che riguarda direttamente un critico, la valutazione del vino finito. Delle numerose variabili teoriche e pratiche connesse allo studio di una tipologia di vini, la stappatura di una bottiglia prodotta in una fase storica ormai lontana aiuta di solito a leggere meglio il presente.

La recente bevuta del Brunello Riserva di Argiano della ormai venerabile annata 1979 mi ha fatto riflettere su alcuni massimi sistemi sangiovesici. Nata in un periodo privo di contrasti tra scuole enologiche o critiche, questa Riserva non appare magnetizzata da uno dei due poli stilistici più citati negli ultimi decenni, il rosso che ha da bordoleseggiare e il rosso che ha da borgogneggiare. Infatti la Riserva 1979 di Argiano sembra in sostanza brunelleggiare, e basta. Ovviamente bisogna intendersi sul significato di “brunelleggiare”. Io lo intendo in senso idealistico, un po’ retorico, un po’ enfatico. Quindi inevitabilmente un po’ astratto. Nonostante gli evidenti progressi compiuti negli ultimi anni, e il raggiungimento di una qualità media di tutto rispetto, ancora oggi non sono infatti numerosissimi i Brunello che hanno tutti insieme i suoi pregi ossimorici: acidità morbida, profondità leggera, potenza alcolica delicata, astringenza vellutata, dolcezza salata.

Per non mettere questo rosso su un piedistallo da statua imperiale annoto anche alcuni limiti, soprattutto olfattivi: poco sviluppo aromatico, anche dopo generosa aerazione, bouquet punteggiato da qualche imprecisione, persistenza finale molto buona ma non eccezionale.

Ciò che conta, però, è la sensazione finale di naturalezza, di assenza di forzature nell’estrazione, di equilibrio nella dote tannica, di ritmo e grazia nell’arco gustativo. Una pienezza che si esprime con discrezione, in un tono confidenziale e diretto, con un’eleganza (sì, eleganza, anche se il termine non viene spesso associato alla robusta struttura di un Brunello) non ostentata. Una bottiglia che quindi si avvicina molto all’ideale platonico della brunellità. Certo, tenendosi ad Antistene la brunellità non esiste (“vedo il cavallo, non la cavallinità”), ma bottiglie come questa indicano con chiarezza inequivoca una direzione.

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3 commenti to “Il Brunello e la brunellità”

  1. Analisi corretta, ciascuno ha da essere ciò che è se vuole essere grande. Assaggiando Brunelli di aziende diverse ho notato un fatto curioso; la prima impressione a Benvenuto Brunello a volte può premiare interpretazioni originali, ma già dopo un decennio quelli migliori sono tutti del gruppo dei più Brunelleggianti. E ancora di più in seguito.

  2. Niente di più giusto, Stefano.

  3. Viva la brunelleggiarizzazione.
    Che poi è quel fatto strano che accade con la terziarizzazione di profumi e dei sapori quando le cose stratificandosi si fanno più sottili e rarefatte, quando le lezioni d’emozione si fanno a piccoli impercettibili buffetti ben assestati su più fronti anziché a bombe su pochi.

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