Il vino che volle farsi bianco

Giallo

di Raffaella Guidi Federzoni

Qualche anno fa, per la cena della vigilia natalizia, servii un vino bianco ben strutturato come accompagnamento al pescione infornato con le patate. L’erede delle mie inesistenti sostanze, appena maggiorenne, commentò “sembra di bere un vino rosso”. In effetti il vino aveva caratteristiche di beva più assimilabili ad una concezione conservatrice riguardo alla differenza fra “bianco” e “rosso”: molto pieno in bocca, di lunga persistenza, dalle forme rotonde. Non a causa di sentori legnosi o tannini grattanti, ma per una corpulenza ben sostenuta dall’acidità e con degli aromi più complessi di quelli che un bevitore poco accorto assocerebbe ad un vino bianco.

Questo commento ingenuo ma sincero, mi riporta alteratamente ad una frase infelice, quel genere di sentenza mascolina che colpisce e mortifica nella sua totale “scorrettezza politica” una donna di pelle chiara impegnata nell’appassionata donazione di sé: “scopi come una negra.”

A questo punto ci sarebbe da invocare la costumanza di degustazioni al buio, così come di incontri intimi nella fitta penombra. Se gli occhi non riescono a vedere, gli altri sensi acutizzano la percezione di un corpo e di un vino. La mente abbandona certi pregiudizi e lascia spazio al resto.

A parte che un vino bianco, bianco non lo è mai.
Può presentare diverse sfumature di giallo, dal pallido all’oro. Nessuno lo chiamerà vino giallo.

Può essere verdolino. Da qualche parte nel mondo esiste una tipologia Vinho Verde, ma questa comprende anche vini rossi (Vinho Verde Tinto), basta che siano giovani, quindi non conta. Poi naturalmente c’è il Verdicchio, vino che offre la sua parte migliore quando il verde è tutto nel vetro della bottiglia e non nel suo contenuto.

Può essere arancione, di un arancione che manderebbe in solluchero i seguaci di Osho. Qualche volta l’arancione ha delle sfumature di ruggine, in questo caso spesso viene chiamato “orange wine”, almeno per adesso, in futuro probabilmente cambierà nome in “rusty wine”.

A completare la confusione cromatica ci sono vini bianchi come il Pinot Grigio, ancora ci sono bevitori in giro per il mondo che rimangono male quando il vino non mantiene la promessa contenuta nel nome e si presenta di colore giallognolo e non cadaveraceo.

L’unica certezza è che un vino bianco non è mai rosso.

In verità, il motivo reale di questo mio sproloquio nasce dal desiderio di mettere fine all’equivoco che pone il vino bianco “tout court” in posizione di inferiorità rispetto al vino rosso. Lo so di sfondare una porta aperta in questi luoghi frequentati da lettori eno-scafati, profondamente cognoscenti della bontà suprema di bianchi borgognotti o germanici. Non ci siamo solo noi però, ci sono orde di eno-consumatori che relegano il primo ad un ruolo secondario rispetto al secondo. Secondo me è più difficile produrre un vino bianco veramente buono o eccezionale che un vino rosso di pari qualità.

Quando questo accade, e non accade solo in Francia o in Germania, ma sempre più spesso anche a casa nostra, il risultato è un magico caleidoscopio di aromi che si dipanano prima al naso e poi in bocca. Vini in grado di reggere qualsiasi prova e quasi tutti gli abbinamenti possibili e immaginabili. Vini che invecchiano benissimo e che in una degustazione “al buio” stupiscono il degustatore dimostrandosi qualcosa di diverso e migliore da quello che ci si era aspettato.
Proprio come una donna che faccia l’amore come va fatto, indipendentemente dal colore della sua pelle.

Per concludere e tornare alla prosaicità della vita non posso fare a meno di puntualizzare come non sempre una zona ad alta vocazione per vini rossi, offra la stessa opportunità per la produzione di vini bianchi. Recentemente ho pescato dalla mia cantina una bottiglia nuda, senza etichetta né capsula. Nella fretta l’ho confusa con un’altra, dono di un produttore “rossista”, proveniente da un lotto non ancora etichettato.

Questa invece, portata alla luce e stappata, ha rivelato un vino di colore giallo intenso, tendente allo stanco. I sentori anche erano stanchi e statici. In bocca suonava un poco stonato, sebbene con un’ impronta decisa di vino di vignaiolo e non industriale. Per intenderci, non omologato, non anonimo, solo sbagliato.

Mi sono ricordata di chi me l’aveva regalato un anno prima. “Bevilo, fammi sapere cosa ne pensi. Ne abbiamo ancora diverse bottiglie, fallo sapere a qualche tuo amico che è del mestiere (!)”

Non mi ricordavo né l’anno, né i vitigni utilizzati, né come era stato vinificato. Il produttore è uno dei miei preferiti da queste parti. Un’azienda piccola e meticolosa, in grado di garantire una qualità fra il buonissimo e l’eccelso per quanto riguarda i vini rossi. Per i bianchi, evidentemente, no.

Non credo che abbiano continuato a vinificare così negli anni a seguire. Hanno fatto bene.

Ho fatto assaggiare il vino a chi da tre decenni condivide il mio stesso tetto e che conosce perfettamente i vini dell’azienda di cui sopra. “Bad wine” è stato il suo commento laconico.

La bottiglia ci ha messo tre giorni per essere svuotata. Pervicacemente ho assaggiato il vino, sorso dopo sorso, con intervalli di ore. Il vino era sempre uguale, non si muoveva né di là, né di qua. Non era un problema di tappo, bensì di visione.
Una volta tanto vale il detto “Se nasci rosso, bianco non ti fare, perché chi ti conosceva rosso non ti vorrà più amare e chi ti vede bianco non ti viene a cercare.”*
* F.U. Hoff.

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