In trent’anni, una vita. Una parabola calcistico-alcolico-esistenziale


di Faro Izbaziri

1982, 2012. In mezzo, due Bordeaux straordinari e una lenta, inesorabile discesa agli inferi della Nazionale di calcio.

Nel 1982 avevo 22 anni. Era ancora vivo Tolstoi (1828-1910), con 200 lire – cioè più o meno 10 centesimi – si compravano un biglietto per l’autobus o un caffè.
Carlo Tavecchio era ancora lo sconosciuto presidente della Pontelambrese e si aggirava solo in terra brianzola, raggio d’azione a basso impatto di smontaggio e devastazione della lingua italica.

La progressione della Nazionale dell’82 fu impressionante. Assistemmo allucinati alla trasformazione di un drappello di ragionieri in mutande* in una compagnia di ballo del Bolscioi.
Di solito ho un atteggiamento anglosassone quando guardo una partita ma dopo la vittoria con il Brasile rimasi afono per tre giorni, emettendo suoni rauchi simili a quelli di una foca.

Per festeggiare la terza Coppa del Mondo, la prima in epoca moderna, stappai un bellissimo Château Pichon Longueville 1978, nonostante all’epoca fossi astemio. Mi aveva suggestionato l’asciutto, scabro racconto di Durrenmatt La panne, da cui traggo la citazione:

“Perfino Pilet, il vecchio calvo che mangiava compunto, pedantemente, imperturbabile, ingoiando porzioni immense, alzò gli occhi.
– Magnifico! – disse e si accarezzò i baffi neri.
Poi tacque e continuò a mangiare.
Il pubblico ministero alzò solennemente il bicchiere.
– Signori, – disse, – brindiamo a questa nostra scoperta con Pichon Longueville 1933.
Un buon Bordeaux per un buon giuoco! Brindarono di nuovo, uno alla salute dell’altro.
– Perdiana, signori! – esclamò stupefatto il rappresentante generale, vuotando d’un fiato il bicchiere di Pichon e porgendolo di nuovo al giudice, – ma è un vino formidabile!”

Passarono gli anni, i decenni. Ci fu, è vero, la fortunosa vittoria del mondiale 2006. Ma non rileva.
Il giuoco italico perdeva implacabilmente di qualità, spessore, profondità, base per altezza.

Arriviamo ai giorni nostri. Nello stesso, tragico lunedì dell’eliminazione dal mondiale 2018, ho aperto un sublime Vieux Château Certan 2012. Sublime per purezza e dolcezza di frutto, per finezza impalpabile, serica, dei tannini, per freschezza balsamica del lungo e melodioso finale.

Quali profumi, quali sapori hanno avuto più gusto, più importanza calicistico-esistenziale? Quelli dolci del trionfo, illuminati dal sole della gioventù (non certo dal fronte della)? O quelli crepuscolari, amari, della cacciata dall’Eden?
Gli ultimi, senza dubbio.

*cit. Carmelo Bene

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One Comment to “In trent’anni, una vita. Una parabola calcistico-alcolico-esistenziale”

  1. concordo con la conclusione di questo amaro post: il gusto della sconfitta, del fallimento, rimane più a lungo in bocca di quello della vittoria (qualcosa del genere l’ha già scritta qualcuno del cui nome adesso non mi sovvengo).

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