I nomi delle vigne di Borgogna: un contributo

di Armando Castagno

Inutile negare che ci piaccia un frego* parlare di Borgogna; eppure, per una volta, non toccheremo l’argomento vino. Di cosa diremo, allora? Semplice: di toponomastica: l’onomastica dei topi (Topolino, Minnie, Bianca e Bernie, Angelina Ballerina, Gas Gas, Remy di Ratatouille, Pikachu, Jerry di Tom e Jerry, Speedy Gonzales).
Riferita alla Côte d’Or, e ai suoi 1247 lieux-dits diversi, la toponomastica assume però un valore particolare. Nel nome delle vigne della Borgogna c’è infatti nascosta, sempre, una parte importante della loro storia; il nome ne spiega spesso l’origine, e talvolta addirittura ne anticipa la conformazione; può suggerirci a chi siano appartenute o chi le abbia lavorate, ne tratteggia un desolato passato di abbandono o la gloria dovuta alla predilezione di un re, ci dice che alberi la popolassero o quale edificio le sorgesse un tempo accanto. O qualcosa di altro, magari in forma di enigma.

Sovente, il messaggio da eventualmente decrittare non è scritto, come diversi studiosi francesi del tema sembrano ritenere o sperare, in francese medievale, in lingua occitana, in dialetti germanici o gallici dai suoni sinistramente gutturali, o in un latin vulgaire chiamato in causa quando non si sa più a che santo votarsi, e ammettendo che la parola di derivazione è “ipotizzata” (sic); bensì è in latino classico, e dunque, per un italiano, in una lingua di più immediata comprensibilità, aperta alla ricerca. Da questa riflessione è partita l’osservazione che abbiamo sintetizzato in un ampio volume che tratta, tra gli altri, il tema**; e così, circostanze aneddotiche sfumate nei secoli sono tornate alla luce, talvolta in via dubitativa, certo, ma talaltra con la forza dell’evidenza.

A seguire, ecco dieci esempi, in una hit-parade a crescere di nostra personale affezione, dei quasi duecento etimi di nuova ipotesi che nel citato volume vengono annoverati e posti all’attenzione dei lettori e degli studiosi. Con l’avvertenza di considerarli sì momenti di speculazione scientifica rigorosa e documentata, ma anche parentesi disimpegnate, e in qualche caso ricreative, nell’ambito di un’indagine defatigante come quella che il volume svolge sul senso profondo, storico, culturale e geografico, del vigneto borgognone così come lo si vede oggi.

*frego: antica unità di misura umbro-laziale per designare una cospicua quantità.

** A. Castagno, Borgogna – Le vigne della Côte d’Or, Paolo B. Buongiorno, pp. 804, Roma 2017. Chi fosse interessato a leggerlo, segua il link www.levignedellacotedor.com.

10
Meursault 1er cru
“Clos Richemont”
Vigneto antichissimo di ha 0,63 del quale la famiglia Darnat-Grappin è proprietaria da 125 anni e monopolista da 30, con le insegne del Domaine Henri Darnat.
Il nome del bellissimo Clos, per cui si è avanzata la spericolata spiegazione che si tratti di un rilievo (mont) che faccia ricco (riche) chi lo possieda, è invece dedicato ad Arthur de Richemont (la città inglese di Richmond), genero di Giovanni “Jean Sans Peur”, Duca di Borgogna dal 1404 al 1419. Il vigneto doveva figurare nel quadro della dote portatagli dalla prima moglie, la figlia del “Senza Paura” Margherita di Borgogna (1393-1441). Questa era stata promessa in sposa a due anni di età, nel 1395, nientemeno che al Delfino di Francia, il figlioletto di re Carlo VI di Valois, ma il bimbo, anche lui di nome Carlo, morì prima di compiere i nove anni nel 1401; e così, per la duchessina Margherita si dovette cambiare programma.

Trovare la parcella è semplice: provenendo da Volnay lungo la D973, si arrivi al bivio che a sinistra porta a Meursault e a Santenay, e si tenga la sinistra. Immediatamente si noterà, a lato della strada, un muro, con un cancello nero proprio al centro; oltre il muro, una vigna e una bella casa rosa. La vigna è il Clos Richemont, come del resto scritto sulla colonna a destra del cancello. Affacciandosi oltre le sbarre, o se siete alti più di m. 2,40 anche oltre il muro, si noterà un appezzamento in pendenza; scende dai 282 ai 268 metri in uno spazio di meno di 100, per una inclinazione superiore al 14%. La terra è rossa, senza mezzi termini, leggera e sassosa. Il vigneto è interamente piantato a Chardonnay, e il suo impianto ultrasessantenne frutta qualche migliaio di bottiglie l’anno di un bianco nerboruto, di notevole ampiezza e soavità aromatica, e con una tipica speziatura allo zenzero che lo rende non confondibile con quello dei due climat vicini, cioè Les Caillerets e Les Cras.

9
Puligny-Montrachet 1er cru
“Les Chalumaux”
Appezzamento di ha 5,79 del quale il nome – è ammessa e anzi diffusa la grafia Chalumeaux – non è stato finora spiegato dagli studiosi, che lo ipotizzano derivato da uno strumento musicale medievale tipo clarinetto (sic), o da una possibile ex-proprietà della famiglia Chalumeau, presente ancora oggi in Côte d’Or, ma originaria di Nantes. Poco convinti da entrambe le ipotesi, ed essendo questa una vigna posta da sempre accanto all’antica riserva di caccia della Garenne, abbiamo a lungo cercato un appiglio nel gergo della chasse francese. Trovando alfine, non senza un moto di meraviglia, come si chiamasse precisamente chalumeau (o anche pipeau) una rudimentale trappola medievale per la cattura degli uccelli. Si spalmava in sostanza del materiale colloso su grossi rami, che si disponevano poi nella boscaglia, acconciamente incrociati; gli uccelli vi restavano attaccati. È evidente che questa modalità di caccia potesse solo svolgersi a fini alimentari, il che si accorda perfettamente alla accertata colonizzazione del luogo da parte dei monaci di Maizières. Gli Chalumaux comprendono oggi anche il piccolo lieu-dit Sous le Courthil (ha 1,63, rivendicabile tal quale), che gli sta a monte; l’ensemble dei due vigneti forma un piccolo blocco al limite nord di Puligny; l’altitudine è di 282-310 metri e l’esposizione è est; il Sous le Courthil arriva a 327.

Per ragioni impossibili da immaginare operando una ricognizione in loco, una particella trapezoidale di questo vigneto (ha 0,90) è declassata a “Villages”; è la sola di questa categoria nel raggio di diverse centinaia di metri, e perciò si può sospettare che il primato non dipenda da fattori di terroir. Ed è proprio così: accadde nel 1977 che l’allora proprietario decidesse di operare un ripascimento di suolo trasportando carrettate di terra da un limitrofo vigneto di Meursault. La sanzione, accertato il fatto, fu dura, e diremmo “esemplare”: consistette nel declassamento forzoso della parcella da Premier Cru a Villages fino a nuovo ordine; ma la riabilitazione, e sono passati oltre 40 anni, non è mai arrivata. La zona dequalificata appartiene oggi allo Château de Puligny-Montrachet, che non la rivendica (anche perché possiede una parcella nella zona non declassata), ma ne immette il succo, di pacifica categoria Premier Cru, nel suo Puligny “Village”, che non a caso è uno dei migliori.

Il vino è di medio spessore, tonico, floreale, ha classe e souplesse, e un equilibrio ineccepibile; lo propongono – oltre allo Château de Puligny-Montrachet – Domaines o Maisons quali Thierry Matrot, Paul Pernot, Louis Latour, Martelet de Cherisey, Bouchard Père et Fils, Joseph Drouhin, Michel Picard, Jean-Marc Boillot e Aegerter.

8
Beaune 1er cru
“Clos de la Féguine”
Piccolo climat di meno di due ettari inserito nel disegno del Coucherias, del quale traccia la linea basale; fu per unanime testimonianza documentale utilizzato a lungo come cava mineraria e non come terreno agricolo. Nonostante questo, continua a essere proposta per questo luogo l’errata etimologia che vuole il termine “Féguine” derivato da fagina (glans), cioè “ghianda di faggio”. È un’idea che non ci convince, perché oltre che cervellotica (perché mai la “ghianda” e non i faggi stessi, allora?) è anche antistorica: riesce difficile immaginare un bosco di faggi prosperare in un luogo poi divenuto una cava a cielo aperto. Infatti, Féguine viene sì dal latino, ma proprio dalla voce ordinaria per “cava di pietra”, che si dice “fodina” (“Clos de la Féguine” quindi da clausum fodinæ: “la vigna murata della cava”).

Il Clos parte dai 253 metri di altitudine e tocca i 288 al suo spigolo settentrionale; è ancora oggi interamente perimetrato da un muro a secco in parte ripristinato di recente, interrotto da un ingresso marcato da pilastri più o meno a metà del suo lato orientale e per vasti tratti ricoperto di fitta vegetazione spontanea. Le viti, esposte a sud, sono piantate su argille chiare, oberate di sassi, che formano uno strato sottile su un colossale blocco di calcare profondamente fessurato, bianco, durissimo; il drenaggio del vigneto è perfetto.

È monopolio del Domaine Jacques Prieur, che ne trae due vini, un bianco da parcella di 0,27 ettari, e un rosso dai restanti 1,59. Il primo ha fisionomia quasi contraddittoria tra naso – aperto, soave, intenso – e bocca, slanciata, tesa, sapidissima. Il secondo ha nei primi anni un bouquet tenero, che ricorda spesso la violetta in bonbon, la ciliegia e la vaniglia, e risulta morbido al sorso, smussato nel tannino e con cenni di liquirizia dolce e sali minerali in un epilogo di una certa classe.

7
Savigny-Lès-Beaune 1er cru
“Les Narbantons”
Pacificamente un terroir da rossi, piatto e argilloso, solcato da vene ferrose; è posto sotto la Dominode, al bordo della Route de Beaune. La sua qualifica di Premier Cru non è mai stata messa in discussione, nonostante la bassa quota altimetrica (si parte da metri 241). L’apprezzamento storico del vino dei Narbantons, oltre alla sua intrinseca qualità, dipende anche da fattori di terroir: il corso del torrente Rhoin, infatti si allontana dalla collina descrivendo un’ansa proprio in corrispondenza con la base del Narbantons, e consente un’ulteriore propaggine di terra vitata ancor più in basso, sulle sabbie fluviali propriamente dette (parcella di categoria “Villages” detta Moutier Amet, dal nome di un antico monastero).

Divaghiamo per qualche riga sul nome della vigna, in quanto non ha mai avuto finora una spiegazione plausibile. Charlotte Fromont (La Côte de Beaune au Grand Jour, pag. 68) annota come ne sia oggi “impossibile trovare l’origine e la spiegazione”. Marie-Hélène Landrieu-Lussigny (Les lieux-dits ecc., op. cit., pag. 131) afferma come Les Narbantons sia nome «che non ci evoca niente», tentando poi in una pubblicazione successiva una derivazione mista dal latino niger e dal gallico banno, che avrebbe il significato di “altura”; quindi Les Nar-Bantons sarebbero le “alture nere”. Tuttavia, il climat tutto è, tranne che un’altura. A indicare la direzione corretta della ricerca, una constatazione: l’origine legata alle specie vegetali del nome di molte parcelle poste, come questa, lungo le rive della Rhoin – es. Les Rouvrettes, le piccole roveri; Les Jarrons, gli arbusti spontanei; Les Saucours, i salici; Champs Chardon, campi di cardi; Champs des Pruniers, campi di pruni. Su quella terra fertile e umida, doveva esserci una piccola selva arborea; il termine odierno, l’enigmatico, inafferrabile Narbantons, non deriva pertanto che dal latino classico in arboreto, cioè “nel boschetto”, o meglio ancora “nel frutteto”.

Il vino presenta quasi sempre colore intenso e bouquet maturo, senza eccessi di estratto o tannino al sorso; le note più comunemente usate per la sua descrizione si orientano sulle bacche rosse e nere, le spezie scure e qualche vezzo minerale; solo di rado sembrano filtrare suggestioni floreali. I proprietari del Narbantons sono una ventina. L’individuazione della versione più celebre è semplice, perché sul mercato costa quasi come tutte le altre messe insieme: la produce il Domaine Leroy, nel cui listino è uno dei rossi più sorprendenti, specie nella sua incredibile, veemente nota orientaleggiante di fumo d’incenso. Altri Domaines sfornano comunque ogni anno un Narbantons di valore: tra essi, Jean-Marc Pavelot, Mongeard-Mugneret, Louis Jadot, Jean-Jacques Girard e Camus-Bruchon.

6
Beaune 1er cru
“Clos St. Landry”
Piccolo ma importante lieu-dit di forma rettangolare ubicato sotto i Pertuisots, dai quali è separato solo da una stretta stradina da poco asfaltata; tra i due vigneti non c’è faglia, e quindi sono l’uno la prosecuzione geologica dell’altro. Monopolio di Bouchard Père et Fils dal 1791, il Clos Saint-Landry è il più antico esempio nel comune di Beaune di vigna coltivata a Chardonnay; lo è certamente dalla fine del Settecento. Dal punto di vista onomastico, racconta inoltre una storia bizzarra. Iniziamo col dire che santi di nome Landry (Landerico) ne sono esistiti due: San Landerico di Parigi e San Landerico di Sées. Ebbene, nessuno dei due è il dedicatario di questo vigneto.

Il nome del climat è stato precisato dall’INAO in “Saint-Landry”, e dunque nell’etichetta del relativo vino la lezione è corretta; ma al catasto, il lieu-dit risulta chiamarsi da secoli “Clos Landry”; del “santo”, nessuna traccia. E chi era allora Landry? Presto detto. Si chiamava in realtà Landri de Pommard, ed era il primogenito di un Jean de Pommard, signore di Bouze, avo di quell’omonimo Jean de Pommard che fu sindaco di Beaune tra il 1214 e il 1236 e fedelissimo del Duca di Borgogna Eudes III. I due Jean e Landri appartenevano a una delle più antiche famiglie della Borgogna, piena di vescovi, templari, prevosti, consiglieri del re o del duca, o semplici signorotti locali; diversi di loro hanno monumenti funebri entro cattedrali gotiche della Francia. Su documenti reperiti nell’abbazia di Cîteaux si legge di una querelle concernente alcuni possedimenti agrari in cui risulta tra i testimoni questo Landri de Pommard, figlio di Jean e quindi proprietario terriero tra Beaune e Pommard; Landri aveva preso i voti ed era alla data del 1167 un frate cistercense. Pochi anni dopo, appare in un catasto di Beaune un vigneto di nome “Fiélandry” (per lungo tempo si era letto “Tiélandry”), che sta per “Fief de Landri”, cioè precisamente il “feudo” (fief) di Landri de Pommard. Fiélandry è dunque diventato col tempo “Saint Landry” per corruzione fonetica nella tradizione orale; ma non vi è nessun santo dietro questa vigna.

Il climat è inoltre di arcaica origine; passò nel Quattrocento all’Abbazia di Maizières, fu confiscato dai giacobini ai tempi della Rivoluzione e acquisito da Bouchard nel 1791. Pertanto, questo quadratino di vigna è nato come monopole, come monopole ha attraversato i secoli, ed è arrivato a noi passando alla fine per tre soli proprietari, uno per volta, in non meno di 850 anni. Come accennato, non dona che un vino, il Premier Cru da uve di Chardonnay, prodotto da Bouchard Père et Fils. È il suo bianco più barocco, dolce com’è al naso di fiori e miele caldo, frutta gialla matura e spezie, e con eguale appariscente contegno all’assaggio, consistente e generoso.

5
Nuits-Saint-Georges 1er cru
“Clos Saint-Marc”
La più meridionale e la più piccola (ha 0,90) delle ex-parcelle dell’antico Aux Corvées è il Clos apparentemente dedicato a San Marco. Scriviamo “apparentemente” perché non è affatto da escludere l’ipotesi per cui sul primo documento (1739) che annota il toponimo del vigneto – il quale sarebbe divenuto un Clos successivamente – la scritta a penna “Saint-Marc.” potrebbe rivelarsi una abbreviazione; un fatto comunissimo nei registri dell’epoca (altro esempio: “fae.” Per la vigna oggi nota come Les Fèves, a Beaune). Ovviamente, nel caso, doveva essere una abbreviazione di immediata interpretazione per chi leggesse la carta; e così è infatti, perché la chiesa parrocchiale di Prémeaux, vicinissima, è da nove secoli dedicata a San Marcello (Saint-Marcel), non a San Marco; il lieu-dit poteva all’epoca ben essere una sua pertinenza. L’avvocato Arsène Perrier, cassazionista a Parigi, fu invece il titolare del vigneto che ne decise la recinzione con un muro, e così dal 1890 il Saint-Marc è divenuto l’attuale Clos Saint-Marc.

Oggi il lieu-dit è monopolio della cantina posta proprio di fronte, quella di Michèle e Patrice Rion, i quali hanno rilevato il vigneto dopo la vendemmia del 2005; in precedenza, le uve del Clos erano vinificate da Bouchard Père et Fils. Il Clos ha una struttura geologica sua propria, che ne giustifica il distacco dalle vigne contigue: le argille di superficie, per via di fenomeni erosivi e di dilavamento della parte sommitale della “Montagne” di Prémeaux, costituiscono uno strato tra i più spessi della Côte de Nuits, pari a quasi tre metri. In queste argille, tuttavia, si trovano elementi come il calcare e la silice, che contribuiscono ad un perfetto drenaggio del suolo. Il vino che sortisce da questa situazione è ricco di materia, eppure suadente e sfaccettato ai profumi, di ciliegia, fiori e terriccio, e nobilmente composto al sorso, percorso da una corrente acido-sapida che ha l’effetto di alleggerire l’intero coacervo.

4
Monthelie 1er cru / Auxey-Duresses 1er cru
“Les Duresses”
Scenografica vigna alta sulla Montagne de Bourdon, che separa i territori di Monthelie e Auxey-Duresses, entro cui prosegue cambiando esposizione da est a sud-est – e si dice infatti che in tema di eleganza il Duresses di Monthelie offra superiori garanzie. Siamo tra i 255 metri di quota minima e i 286; oltre, il vigneto continua per altri 80 metri a salire, fino all’intrico di boscaglia che corona la collina, e sempre con il nome di Duresses, ma con la categoria “Villages”. La storia del luogo risale all’alto medioevo, ma la destinazione d’uso di questo lembo di terra in quell’epoca è sconosciuta; è possibile che vi si trovassero entità agricole complesse, perché l’origine del nome (M. H. Landrieu-Lussigny) rimanderebbe attraverso una oscura parola gallica (doratia) alle barriere di chiusura in legno dei recinti per il pascolo del bestiame.

Oppure, hanno suggerito altri, Duresses può risalire al termine rurale borgognone che indica “le sponde laterali del carro agricolo”. Ipotesi per ipotesi, mettiamo un mattone anche noi, respingendo sia la prima, sia la seconda teoria. Il termine daraise indica un condotto per lo svuotamento dall’acqua; è di etimologia ignota, ma è francese corrente. È possibile quindi che il luogo che compare come En Darayse in un testo dell’aprile 1306 fosse stato in qualche modo bonificato, o più probabilmente vi fossero stati installati sistemi idraulici di scarico, necessari nel caso ad esempio di zampillio di acque sorgive. Nel caso la nostra teoria necessitasse di una ulteriore prova a sostegno, ecco pronti due antichi vigneti (vedi mappa) posti subito a nord dei Duresses, lungo il fianco della stessa collina: uno si chiama La Goulotte (da gouler, scorrere, detto dell’acqua) e l’altro Les Rivaux (“i ruscelli”). L’esposizione del Les Duresses, come di rado si registra a Monthelie, è un est quasi preciso; le argille, in strato sottile, sono cariche di ciottoli dalla base alla cima; le temperature sono le più basse del comune e il vigneto è regolarmente l’ultimo a venire vendemmiato. Logico perciò che vi sia piantato anche del bianco; ad esempio, ne produce uno il Domaine Monthelie-Douhairet-Porcheret, ed è il vino più ossuto e minerale della cantina; il più celebre tra i Duresses a base Chardonnay è peraltro quello, puro e dettagliato, dello Château de Puligny-Montrachet (parcella di ha 0,27).

In ogni modo, se questo è oggi un vigneto reputato, lo deve ai rossi. Circa un ettaro del Premier Cru appartiene al Domaine des Comtes Lafon, che ne cava un gran vino, generoso per il luogo da dove origina. Altri Duresses da raccomandare sono quelli di Bouchard Père et Fils, Faiveley, Violot-Guillemard, Terres de Velle e Xavier Monnot, ed è spesso interessante la Cuvée Lebelin degli Hospices de Beaune, interamente ottenuta da uve di questo climat, che infatti vi figura rivendicato in etichetta.

3
Auxey-Duresses 1er cru
“Les Bréterins”
La parte est del vigneto detto Les Bréterins può essere rivendicata in etichetta, oltre che col suo nome, o con l’antica variante “Bretterins”, anche con quello di “La Chapelle”. La zona più occidentale, invece, resta esclusa dalla duplice opzione, ma è rarissima da vedere su un’etichetta di vino: il solo a produrlo (e col raddoppio della “t”) è infatti il Domaine Jean-Marc Vincent di Santenay, che vi ha un impianto di rosso pari a 0,21 ettari risalente a mezzo secolo fa. Il proprietario principale di questo climat è il Domaine du Comte Armand, il quale ne sfrutta le uve, in assemblaggio con quelle del Les Duresses, per il suo Auxey Premier Cru senza indicazione di vigneto.

Confessiamo di esserci divertiti a ricercare l’origine di questo strano nome, di etimo finora ignoto. A suggerirci una possibilità, magari non definitiva ma spassosa, è stata proprio la duplice grafia attestata per il vigneto (Breterins o Bretterins). Abbiamo infatti trovato una parola del francese tardomedievale (in Antoine Oudin, Recherches italiennes et françoises, vol. II, A. de Sommaville, Parigi 1665, pag. 82) che ammette le due varianti, ed è brète, o, appunto, brette: significa “spada” (jouer de la brette, duellare all’arma bianca). I bretterins, o bréterins, sono dunque gli spadaccini, o forse i duellanti: possiamo pensare che questo fosse il luogo convenuto per i duelli d’onore, anche perché isolato alle spalle del paese, e quindi adatto a un’attività che andava svolta all’alba e clandestinamente, perché vietata in Borgogna sin dal 1260. In Francia, peraltro, la pratica del duello rimase diffusa fino almeno al 1715, nonostante la ridda di leggi ed editti di proibizione, il primo dei quali firmato addirittura dal re capetingio Luigi IX “il Santo”.

2
Vosne-Romanée 1er cru
“Cros Parantoux”
Unico vigneto in Borgogna a presentare il termine “Cros”, che non deriva da “Clos” – questo lembo di terra non è mai stato recintato, come vedremo – ma o da “Cras”, legandosi quindi nel significato (“terreno pietroso”) agli omonimi, numerosi lieux-dits borgognoni, oppure dal più convincente Creux, avvallamento. Complicato invece determinare l’origine di Parantoux (in origine Parentoux). Qualcuno, davvero non privo di fantasia, sostiene provenga da pierres en tout (“pietre dappertutto”), altri dal nome ignoto di un antico proprietario; è curioso che nessuno abbia avanzato finora l’ipotesi che il termine possa derivare dal lemma latino parentium, che significa “dei sudditi”, “dei sottoposti”.

Che la manutenzione di un climat del genere potesse essere assegnata in epoche lontane a sudditi di basso rango è certamente possibile, considerandone il clima freddo rispetto al resto dei vigneti del finage di Vosne, l’altitudine elevata e l’estrema difficoltà di accesso e di lavorazione, per l’assenza di strato lavorabile in superficie. In un passato fatto di annate spesso tardive e fredde, questi erano elementi che incidevano negativamente sulla valutazione del Cros Parantoux: Jules Lavalle, nel 1855, sdegna il climat confinandolo allo stesso rango di parcelle oggi di livello “Villages”.

Il cru deve dunque la sua fama planetaria a un singolo uomo: Henri Jayer, colui che seppe trarne il meglio sotto ogni punto di vista, fino a determinare oggi, a oltre quindici anni dalla sua morte, una sostanziale inestimabilità delle sue migliori annate al Cros Parantoux. Sarà a questo punto necessario ripercorrere brevemente la vicenda. Henri Jayer era nato a Vosne-Romanée, in casa, nel 1922. Aveva studiato enologia a Digione, dove si era diplomato nel 1940, e aveva poi avviato una produzione vinicola lavorando le due parcelle di famiglia all’Echézeaux (lieu-dit Les Cruots) e al Beaux-Monts. Jayer portò gradualmente avanti un progetto in cui molte erano, col senno di poi, le innovazioni visionarie a livello di protocolli di vigna e di cantina: la messa al bando di prodotti chimici, la riduzione delle rese, la pre-macerazione a freddo, la rinuncia alla filtrazione del vino, la diraspatura totale.

Verso il 1945 Jayer aveva avuto la ventura di iniziare una collaborazione in métoyage con Madame Noirot-Camuzet, proprietaria di varie vigne tra cui una minuscola e ripida, tutta sassi, inerpicata sulla collina di Vosne e battuta dai venti freschi della Combe-Brûlée: il Cros Parantoux, un ettaro quasi preciso, di cui un terzo suo, quello più alto e lontano. Questo climat era scarsamente considerato, ma Jayer lo ritenne perfetto per la sua idea di vinificazione, per la quale aveva necessità di buoni valori di acidità nelle uve. Così iniziò ad appassionarsi al “Cros”: e parcella dopo parcella, acquisì dagli altri proprietari piccole parti di vigneto sufficienti a produrre, nel 1978, il suo primo Cros Parantoux firmato, e il primo in assoluto nella storia – le uve di Madame Noirot erano sempre finite nel Vosne-Romanée “ordinario”. I Camuzet tennero sempre per sé la parcella (0,29 ha), che è loro ancora oggi; il métoyage con Jayer era terminato nel 1987. Infine, Jayer trasferì la sua proprietà (0,72 ha) a suo nipote Emmanuel Rouget nel 1996, produsse personalmente fino alla vendemmia 2001, e morì infine il 20 settembre 2006, a 84 anni.

Ai giorni nostri, le sue bottiglie migliori di Cros Parantoux valgono come l’oro: il loro prezzo medio è di quasi 9.000 dollari, cifra che sistema il vino tra i tre più costosi del mondo. Incredibile destino per un pezzetto di terra rimasto per buona parte incolto per 75 anni (1878-1953), salvo che durante tutta la seconda guerra mondiale, quando era stato sfruttato per coltivare i carciofi.

Si sale al Cros Parentoux con fatica; non ci arriva che una mulattiera, che sale ripida sulla sinistra dalla D109 nel punto in cui si spalanca l’ingresso della Combe-Brûlée. Il luogo è in forte pendenza, completamente cosparso di sassi appuntiti, quasi bianchi, sotto cui in vasti settori si distingue la pietra nuda. Il primo reimpianto di Jayer del 1953 (una parcella acquistata dalla famiglia Roblot due anni prima) venne effettuato servendosi di candelotti di esplosivo. L’esposizione è quasi interamente a est, ma la parte che piega insieme alla Combe guarda verso un inconsueto Nord-Est. I Cros Parantoux oggi prodotti sono due, quello di Emmanuel Rouget e quello di Méo-Camuzet.

Ne abbiamo esperienza diretta ridottissima, ma ci sono parsi due vini del tutto diversi, e la cosa non sorprenderà vista l’abissale distanza di stile tra i due Domaines. Quello di Rouget, ramificazione diretta del Cros Parentoux di Jayer, è un rosso trasparente, che a un naso cangiante ed elegantissimo, misurato in ogni componente, fa seguire una bocca minerale e rigida, ma di inusitata lunghezza e con una eco floreale di splendida complessità in uscita. Il Cros Parentoux di Méo-Camuzet è vino dal colore più scuro sia nel bicchiere sia nell’evocazione del frutto, ha una densità superiore, una soavità tannica più marcata e un allungo meno rabbioso, si direbbe più compiaciuto. Qualunque dei due si prediliga, sono testimoni di una delle vicende più singolari che un volume sulla Borgogna possa raccontare.

1
Marsannay
“Au Champ Salomon”
Ci sono molte vigne in Borgogna il cui nome ricorda che entro il loro perimetro veniva un tempo amministrata la giustizia; per non girarci troppo attorno, vi venivano impiccati i reprobi, in genere agli alberi di olmo (ormes), in pubblico, e fuori dal centro cittadino per ragioni intuitive. Vediamone alcuni. A Gevrey-Chambertin il luogo si chiama, con una certa ricercatezza, “La Justice”. A Nuits-Saint-Georges vi era un tempo il più diretto “Clos des Fourches” (le forche), oggi Clos de la Maréchale; Fourches è nome che compare ancora oggi tuttavia in denominazione Côte de Nuits-Villages. A Morey-Saint-Denis si trova l’elegante “Clos des Ormes”, in diversi comuni “Les Ormeaux”, a Ladoix-Serrigny il macabro “La Mort” (affiancato dal “Les Madonnes”, comprensibilmente) e a Chablis l’esplicito “L’Homme Mort”; spietatamente, a Beaune il probabile luogo di esecuzioni è il Tuvilains (Tue-Vilains, ammazza-villani; e non nel senso della fatica, perché il suo nome antico è Boute-vileen, batti-villani: forse vi fu un inasprimento delle pene).

Il più bello però è questo: Au Champ Salomon, al Campo di Re Salomone, l’antico sovrano d’Israele proverbiale esempio di saggezza giudiziaria. Come a dire: “vi impicchiamo, ma state sereni che è giusto così”. Il vigneto, che porta questo nome almeno dall’anno 980 d.C. (Cronaca dell’Abbazia di Saint-Benigne, cattedrale di Digione) è dunque uno dei più antichi del mondo. La sua superficie, piatta e dunque perfetta per l’utilizzo di cui sopra, ha una base argillosa forte e un colore rossiccio, che rivela la presenza di ossidi di ferro. È avvincente cercarli e trovarli nel profilo del vino, sempre intriso di una mineralità quasi rugginosa persino nel suo tempo giovanile; il dato comune a tutte le etichette ottenute da questa vigna è l’intransigente austerità, che si esprime per alcuni anni in un tannino rude e incisivo.

Altro elemento interessante dal lato geologico è la presenza, più cospicua che altrove, delle cosiddette laves, pietre piatte anticamente usate per la costruzione dei tetti. Ce ne sono in particolare nella sottoparcella detta Clémengeots, come tale rivendicata in etichetta da Sylvain Pataille. Serve comunque del tempo, almeno cinque o sei anni, ad un Marsannay Champ Salomon che si rispetti, per rivelare il suo potenziale. Oltre a Pataille, i Domaines Audoin, Bart e René Bouvier gurano tra i cinque o sei che rivendicano la denominazione, e il loro indubbio valore di vinificatori contribuisce a spiegare l’ottima fama del cru.

fotografie di Andrea Federici

 

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One Comment to “I nomi delle vigne di Borgogna: un contributo”

  1. Bellissima lettura. Non vedo l’ora di ricevere il libro. Un lavoro straordinario.

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