Calendario

di Shameless

L’inverno è troppo lungo, la primavera troppo corta, l’estate troppo calda.
L’autunno è la sola stagione giusta nei tempi e nelle temperature.
Può essere solare, asciutto, umido, bagnato, ventoso. Può essere di tutto meno che statico.
L’autunno è l’inizio lunghissimo di una fine che arriva sempre, intristendoci. Per fortuna a questa fine si giunge sazi dopo lo splendore dei colori e la maturità dei frutti.
Nel calendario occidentale l’autunno è scandito da mesi i cui nomi sono formati da deformazioni di numeri. Nemmeno quelli giusti, c’è uno scarto di due.

Sono nomi musicalmente piacevoli. Ricordo tante estati fa un ragazzino che si aggirava fra i muretti del porto con fra le braccia un batuffolo bianco. Il cucciolo aveva lo sguardo spaurito e il suo padrone ci teneva a rassicurarlo. Come si chiama? Settembre, si chiama settembre.
Un bel nome per un cucciolo dal pelo morbido e bianchissimo. Meno per la bestia isterica che sarebbe diventata. I pastori maremmani non sono i miei cani preferiti.

Settembre rimane un bel suono. Anche ottobre e novembre si pronunciano volentieri.
Sono sconfitti però da tre fratelli i cui nomi sembrano usciti da una fiaba di Perrault:

Fruttidoro, Vendemmiaio, Brumaio.

Poco importa se il primo tecnicamente appartiene all’estate, ne lambisce la fine e la trasporta nelle braccia autunnali. Ha un viso rotondo e solare, le gambe corte ed un aspetto rubicondo. Sorride sempre. Indossa delle braghe gialle ed un panciotto rosso vermiglio. Fra le mani piccole e tozze ha un cesto pieno di fichi e pesche dorate.

Il secondo è il mio preferito – ho un debole per i “secondi” intesi come nascita anagrafica e piazzamenti – . Non potrebbe essere altrimenti, è carnale e sensuale, ha una testa riccioluta e le gambe lunghe. Gli occhi sono grandi e cangianti fra il bruno e il verde. Ha un’espressione seria e concentrata, sulle labbra indugiano delle macchioline purpuree, forse succo d’uva o di mora.

Il terzo è silenzioso, lungo e sottile. La sua carnagione è olivastra, a contrasto con gli occhi chiari ma non freddi. Ha i capelli eburnei, portati sciolti a sfiorare le spalle dritte e strette. Ogni tanto sorride a tradimento, illuminando magicamente quello che altrimenti sembrerebbe distante e fermo. La sua giacca color corteccia ha grandi tasche dove si nascondono castagne. Cammina con il vento del nord nei passi facendo dondolare una bisaccia di cuoio e stoffa da cui emana un odore intenso di funghi e bosco. A volte cambia la bisaccia con una gerla piena di olive piccole e scure. Dei tre è il più misterioso, forse il più felice.

Ai francesi dobbiamo molto, fra il molto c’è quel piccolo gioiello fantastico costituito dal Calendario Rivoluzionario Repubblicano. La volontà di sovvertire qualcosa considerato immutabile, anche lo scandire del tempo. Non durò a lungo, solo tredici anni dal 1792 al 1805– più diciotto giorni nel 1871 -. Rimane la fascinazione dei nomi scelti per definire la qualità di un periodo.

Nel caso, lo scorrimento fra la tarda estate e l’autunno pieno come lo intendo io è rappresentato da tre fratelli che ancora si possono incontrare a giro se teniamo aperti gli occhi dell’immaginazione.
Possono spiarci mentre ci fermiamo per cogliere dei fichi da quell’albero appena al di là di un muretto. Rimangono nascosti dietro un rovo quando veloci ci riempiamo la bocca di more.
Non diranno a nessuno di averci visto staccare un grappolo rubizzo prima del passaggio dei vendemmiatori. Saranno solo contenti di notare un lampo di approvazione nei nostri occhi.

Infine ci faranno compagnia durante le prime ore fredde, seduti con noi ad incidere la buccia delle castagne prima di arrostirle e a sfregare il pane bruscato con uno spicchio d’aglio prima di bagnarlo con l’olio nuovo.
Il vino che berremo con loro sarà quello asprino rimasto dalla vendemmia precedente, mai andato in bottiglia. Oppure il liquido rosso, imperfetto, vibrante e saporito, appena spillato, appena nato.
Uno dopo l’altro ci faranno compagnia fino a quando saremo consegnati a Frimaio e alla sera del tempo.

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