Il vino del Mai

di Shameless

Non voglio perderti mai.

Vai a sapere cosa ci fosse in quella vigna. In gran parte sangiovese, si capiva dal colore delle foglie esibite dalle viti in autunno, ma qualche clandestina intrufolata nei filari mostrava segni diversi. Nei tempi precedenti non ci si interrogava su questo, quel pezzo di terra era il letto ideale per crescere piante e fortificarle con pioggia e sole, senza mai esagerare né con l’una né con l’altro. Il suolo era antico e l’altitudine giusta, l’esposizione garantiva la ventilazione e la luce, altro non occorreva sapere a chi se ne era occupato.

Non voglio perderti mai, le aveva detto.

Una manciata di generazioni aveva passato stagioni curvandosi sulle viti, innestando, potando e cogliendo poi i frutti di una fatica che sembrava normale, persino leggera in confronto a quella dei parenti saliti su al Nord dove c’era la nebbia. Scarpe povere erano state sostituite da calzature più adatte al terreno smosso e irregolare. Gli stivali venivano lasciati all’uscio per non portare fango e sassi in cucina. I grappoli finivano in una cantina semibuia, bollivano spezzati per giorni e giorni fino alla separazione dal mosto e poi i loro resti ancora umidi e ormai umiliati finivano ammucchiati in un angolo distante.

Non voglio perderti mai, le aveva detto. Lei aveva deposto quelle quattro parole all’interno del proprio silenzio.

Il nuovo vino finiva prima di diventare troppo anziano, bevuto nei giorni di festa in bicchieri dal fondo spesso o trasportato in damigiana fino ad un mercato cittadino. Quel che se ne ricavava dalla vendita serviva a risuolare scarpe, al corredo di una figlia, a rifornire di un quaderno i nipoti, a comprare un maiale da ingrassare fino a dopo Natale.

Non voglio perderti mai, le aveva detto. Il tempo di crederci era stato breve, ma nella brevità era esistita una faticosa bellezza.

La collina sulla cui sommità la vigna si adagiava era diventata famosa. A pezzetti era stata comprata tutta la terra intorno, e in quei pezzetti piantate altre viti. Viti che cominciavano a diventare famose, invece che grappoli d’uva maturavano monete d’oro. Un poco di bosco resisteva fra una particella e l’altra, anche quello era prezioso e protettivo. Sui nastri sterrati che ricamavano il poggio non passavano più carri, ma automobili dai bagagliai capaci e rapaci. Chi aveva la proprietà di quell’appezzamento non se ne accorse e non ne approfittò. Le viti continuarono a crescere per i fatti loro, ma di vino di quella vigna per anni non se ne vide a giro.

Non voglio perderti mai, le aveva detto. Subito iniziò a perderla a pezzetti, uno dopo l’altro, uno sopra all’altro, uno più ignaro dell’altro.

Accadde che la cura di quel vigneto passasse da una mano distratta ad una molto attenta quando un giovane vignaiolo prese a lavorarci con l’intelligenza di chi possiede il senso del vino e l’ambizione a volerlo dimostrare. Con qualche sforzo ne venne fuori un vino signorile che cominciò a far parlare di sé. Un vino senza denominazione se non il nome del luogo stesso. Un vino accompagnato nel suo sviluppo senza fretta. Le bottiglie sparivano inghiottite in qualche lista prestigiosa o svuotate sulle tavole di persone che sapevano mantenere un segreto.

Non voglio perderti mai, le aveva detto. Quando il Mai si presentò lei non si stupì.

Le viti invecchiavano, le loro forme contorte si erano ingrossate e i grappoli diradati e rimpiccioliti. Quel che ne veniva fuori non bastava a sfamare un desiderio di perfezione e abbondanza. La fatica era tanta e il premio scarso. Le ultime vendemmie smagrivano, il giovane vignaiolo era diventato adulto. C’era aria di novità, di possibilità, di cambiamento. Non fu facile decidere, la campagna ha i suoi tempi da svolgere senza accelerazioni.

Non voglio perderti mai, le aveva detto. Lei lottò per restare, nonostante tutto.

L’ultima vendemmia fu un delicato e danzante canto del cigno. Dopo qualche anno una bottiglia di quel millesimo fu aperta senza aspettare la Vigilia del Poi. Il colore era ancora di giovinezza esuberante, piena di promesse. Il naso si aprì con note fruttate e selvatiche di fragoline, lamponi, legno bagnato. Nel corso delle ore l’impronta floreale della peonia e della camomilla fece strada a quella più imperiosa della ginestra e dell’alloro. In bocca la seduzione di un sorso serico indugiò senza pesantezza fino ad una chiusura prolungata e classica con note di liquerizia e foglia di tabacco.

Non voglio perderti mai, le aveva detto. Si persero invece con delicatezza e in silenzio, seppellendo una promessa di eterno futuro.

Le viti ormai sterili furono estirpate e nuovi innesti compiuti. Dopo qualche anno altri grappoli sarebbero stati colti per figliare un vino forse migliore, senz’altro diverso. L’attesa di questo avvenimento portò incertezza sul futuro e nostalgia del passato, sentimenti umani acuiti da un presente teso nel vuoto produttivo. Il Mai se n’era andato e il Poi si intravedeva appena.

Nel crepuscolo le sagome della bottiglia e del bicchiere furono delineate dall’ultima luce, non contenevano più liquido e fu facile per un raggio solitario attraversare la loro trasparenza e illuminare le minuscole tracce di sale rimaste su di una guancia appena umida.

Villa Montosoli 2015 – Pietroso.

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