La dama di compagnia

di Giampiero Pulcini

“Che profondità di assaggi hai sul Barbachianti di Serralunga Irpina?”

La domanda sbuca a bruciapelo nel gruppo Whatsapp o nei commenti in calce al post su Facebook; con minor frequenza in un convivio in carne e ossa, dove interpellante e interpellato dovrebbero sorbirsi l’ipocrisia del rispettivo aplomb dietro cui coverebbero ringhianti “mo’ te vojo” e “fatte li cazzi tua”.

Il quesito – forbito e velenoso – pondererebbe la sussistenza del diritto di parola in capo al destinatario che, ove non abbastanza esperìto, verrebbe ridotto al silenzio dall’ammissione implicita nel suo esitare: “tre anni fa dovevo andare a visitarli ma erano alle Maldive, poi però a una cena mi è capitato e…”. Bollato, bannato.

Se l’autorevolezza discendesse per gravità dal bevuto, potrei allora proclamarmi cintura nera di Sfuso Bianco 2020 de La Distesa visto che da Novembre a Natale ne ho fatta fuori una damigiana da cinque litri. Cinque litri: quantità anacronistica che rende impossibile ogni nota di degustazione e al contempo avalla una paradossale sicumèra di giudizio. Lo riconoscerei pure bendato senza saperlo fissare in un identikit, perché non è stato una cosa sola: nel vetro l’ossigeno lo ha cambiato gradualmente lasciandogli intatti i lineamenti ma non lo sguardo, come una persona salutata a colazione e rincontrata a cena.

Il pulsante calore soffuso nel primo bicchiere si è colorato nell’ultimo di un giallo vangoghiano, pastoso di trama e nervoso di tratto. Propoli, mandorla, limone, camomilla, l’amaro dell’erba e il salato del mare amalgamati da una focosa coralità all’inizio e da un’aguzza vitalità alla fine. Verdicchio con ricco saldo di Trebbiano, controselezione di uve non ritenute all’altezza dei vini da imbottigliare unite alle torchiature di Eremi e Terre Silvate. Fermentazione spontanea senza controllo di temperatura in una vecchia botte da 32 ettolitri, contatto con le bucce inferiore a una settimana, affinamento in acciaio, nessuna chiarifica o filtrazione, un unico travaso prima della messa in dama a Maggio. Due euro e cinquanta centesimi al litro, preso in cantina.

Non lo additerei a paradigma della tipologia ricamandoci sopra riflessioni populistiche. Avrebbe meritato la bottiglia da 0,75 e un prezzo di vendita quadruplicato: una sorta di intruso che, svettando, si tira fuori. L’omologo Rosso della stessa azienda, pur profittevole e figlio di altrettante premure, è per ora lontano dal lambire tali esiti restando ancorato alla dimensione dichiarata in etichetta; potrebbe dedursene, al limite, un indizio della prevalente vocazione bianchista del comune di Cupramontana. L’eclatante distanza tra collocazione commerciale e qualità intrinseca, in ogni caso, fa dello Sfuso Bianco 2020 de La Distesa un virtuoso equivoco non rappresentativo.

Attingere ad libitum un succo tanto buono da un contenitore tanto grande, pagato così poco, ti proietta in una specie di festa autogestita: dà gusto, ce n’è a sfinimento, è gratis. L’ho spillato in attesa che si freddasse un Sorbara di Venturelli, che un Terrano di Marko Fon smettesse di somigliare a un sollazzo da fachiro, che l’Accade de Il Signor Kurtz si accendesse di un nero da ossidiana. Un jolly gregario divenuto spesso solista nella cena, grazie a una plasticità da Barbapapà nel conformarsi alla roba messa al volo sul piatto dopo aver chiuso fuori dalla porta gli impicci e le madonne. Trarre l’obice infilando indice e medio nella maniglia a bordo collo, sostenere il fondo col palmo dell’altra mano e – dal terzo giro a secco – socchiudere gli occhi per centrare il Bormioli da Sauvignon. Suggere pensieri dal sapore. È stato bello.

Credere che il vino faccia compagnia è un modo sicuro per rimanere soli. Alcuni vini nutrienti, generosi nel dare senza chiedere, tutt’al più aiutano a farsi compagnia da sé. Alleggeriscono la realtà senza rovesciarla: ti fanno sorridere della tua faccia da schiaffi, mettono i crucci in stand-by, facilitano la digestione di una brutta risposta.

Sarebbe stato lo stesso con un Grand Cru di Borgogna o un Negroni? No, perlomeno per me. Col primo mi sarei imbucato a discettare di vigne, di stili, di lui; col secondo avrei indagato gli spirits alle spalle del barman per bissare e sentirmi Hemingway. Il vino appassionante mimetizzato da sfuso agevola divagazioni più eccentriche, totalmente scisse da quel che si beve: uno specchio senza cornice poggiato sbilenco tra muro e pavimento, mentre Spotify pesca nell’etere Quello che non ho di Fabrizio De André. E nel caleidoscopio del bottiglione, per osmosi, fa balenare la speranza che anche noi – una volta su cento – si possa essere migliori di quanto ci credano.

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