God save the King

di Shameless

Una ragazzina di quattordici anni parla alla radio in tempo di guerra. “Migliaia di voi in questo paese sono stati obbligati a lasciare la propria casa e a separarsi da vostro padre e vostra madre. Mia sorella Margaret Rose e io ci sentiamo molto vicine a voi poiché sappiamo per esperienza cosa voglia dire essere lontani da coloro che amiamo di più.” Questo accadde circa ottantadue anni fa e fu il battesimo pubblico di colei che sarebbe diventata Elisabetta II, una sorta di imprinting del suo modo di comportarsi ed essere percepita.

“I consider myself an Elizabethan, when I was born she was already Queen” questo è stato l’unico commento del mio britannico consorte alla notizia della dipartita della Regina; egli ha nel DNA una certa astringenza nel mostrare i propri sentimenti. Ce lo aspettavamo, non c’è nulla di strano nel morire a novantasei anni, solo ringraziare il Signore di aver campato così a lungo e in buona salute.
Siamo rimasti spiazzati però, sembrava eterna nel suo abbigliamento a tinte pastello; quei cappellini, le borsette, le scarpe comode, la pettinatura immutabile, i fili di perle, il tweed, le spille.

Invece, se n’è andata a riposarsi dopo aver lavorato per decenni.
Non appena la notizia è rimbalzata sui social è partito un diluvio di commenti, alcuni veramente cattivi. Anche questo mi ha spiazzato. La contemporaneità è spesso esprimersi senza sapere, basta farlo.

I commenti più frequenti nella categoria “malevoli” sono stati:
– una vecchia tirchia e acida
– non ha mai lavorato
– lei e la sua famiglia sono scrocconi che vivono nel lusso a spese dei contribuenti
– ha rappresentato il colonialismo imperialista e razzista
– ha ricoperto un ruolo inutile, anacronistico
– moglie cornuta
– ha complottato per assassinare Lady Diana

Tutto ciò espresso da italiani nati e vissuti in una Repubblica, con alle spalle una storia molto breve come Regno. Italiani per i quali the Royal Family è tutto un teatrino ridicolo.
Pazienza, personalmente ho reagito come il meraviglioso Stephen Fry*:

Oh dear. Oh my. Oh heavens. Bless my soul. Oh lor. Heck.
I don’t know why I’m sobbing. Silly really. Oh dear.

Un Re non governa, non ha potere legislativo, giudiziario, esecutivo; un Re regna. Ciò consiste nel porsi come elemento unificatore di una nazione, un punto di riferimento al di sopra delle parti; una presenza costante dedicata a sostenere i deboli e contenere i forti. La Regina Elisabetta è stata tutto questo e lo è stata più a lungo di chiunque altro. Figlia di genitori che no, non sono scappati in tempo di guerra, ma sono rimasti dove dovevano stare, perché lì era il loro posto.

Sarebbe il caso di apprezzare la vita di una donna che già da giovanissima ha avvertito la responsabilità del suo ruolo, alzandosi la mattina per andare a lavorare in mezzo a chi l’aspettava per sentirsi considerato, rispondendo a migliaia di lettere, sorbendosi una sfilza di primi ministri e politici vari, presenziando infinite cerimonie, stringendo mani, stando in piedi sempre sorridendo. Una donna in grado di sorridere anche con lo sguardo.
Una vita inutile? Proprio per niente.

Prendiamo mio marito, figlio e attore di una generazione ribelle, passata attraverso la protesta beat, i figli dei fiori, la tentazione di esperienze lisergiche, l’antimilitarismo, il senso di colpa soprattutto verso gli irlandesi, la rivoluzione rock, l’autosufficienza delle comuni, i Monty Python, la vocazione ecologista, il dispiacere per la Brexit. Egli si sente europeo, ma è fondamentalmente inglese; per questo la Regina Elisabetta ha fatto parte del suo arredamento esistenziale come un divano comodo anche se un po’ demodé e lui non ha mai messo in discussione il ruolo della Gracious Queen.

Nei numerosi Natali passati presso i miei suoceri non è mai mancata l’ora di religioso silenzio nell’ascoltare il messaggio augurale della Regina, al termine del quale Auntie Betty (stesso nome, una coincidenza?) commentava “Non vi sembra che sia un po’ ingrassata?”.

Quindi è con affetto e stima che saluto la dipartita terrena di una figura simbolica e significativa non solo per i circa sessantaquattro milioni di British citizens, i quali sono consapevoli che i sussidi per la Royal Family sono in soldoni assai meno di quanto le proprietà reali pagano in tasse allo stato inglese; oltre al contributo economico che il “teatrino Windsor” fornisce grazie al turismo.

E adesso?

Adesso lunga vita al Re Charles III, un uomo sensibile e colto, più moderno della sua mamma, più attento a quella che è la Gran Bretagna del Terzo Millennio. Il mio augurio è che possa adoperarsi per migliorare il mondo in cui è chiamato a regnare, non a governare.
Infine, adesso ci rimane solo Keith**, l’ultimo degli Immortali.

* attore, doppiatore, comico, autore televisivo, regista, sceneggiatore, attivista e scrittore britannico.
** Keith Richards, Rolling Stones, UK.

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