Dai vini gassati ai vini naturali

di Francesco Romanazzi

Fonti certe ma segrete ci hanno rivelato il primo scoop del 2012: il noto e stimato nonché agorafobico degustatore Rizzo Fabiari è stato avvistato nei locali dell’hotel Columbus sabato 18 febbraio. “Ero lì per caso”, ci ha frettolosamente risposto allontanandosi da microfoni e telecamere: “Terminata la mia regolare visita sabatina presso la libreria A.V.E. di v. della Conciliazione dovevo andare in bagno, e sono entrato in questo magnifico nonché sorprendente albergo”. Occhi attenti ma indiscreti l’hanno invece visto dialogare con la nota produttrice e contestatrice Bruna Ferri dell’azienda Ca’Russin: la conversazione tra i due è però in mano al procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli coperta da segreto istruttorio. C’è chi invece lo ha notato divorare voracemente 350 grammi di lardo toscano a morsi di fronte il banco espositivo dell’eccellente Alberto di Podere Pradarolo: un grammo di lardo per ogni giorno di macerazione delle sue profumate e croccanti malvasie di Candia.

Per rifarsi la bocca da tannini così agguerriti il Nostro – povero illuso – si è recato presso il banchetto di assaggio dell’espansiva ed accogliente gerente della cantina Antoniolo: per i Gattinara 2007 Rizzo ha preteso l’opzione “mischione”, ovvero bere tutti e quattro i vini presentati in un unico bicchiere. Altro approccio ha invece riservato agli assaggi dei vini frizzanti. Come ci racconta Roberto della cantina Quarticello (meglio nota tra i sobborghi romani come “Quarticciolo”) il venerabile Maestro andava alla ricerca di note stallatiche e casearie comunemente chiamate “puzze” spesso tanto frequenti nei vini rozzamente rifermentati in bottiglia, ma che nei vini mossi del giovane e fervente emiliano non è stato possibile rintracciare: un’ennesima delusione per il “curatore”, sempre più stordito dall’enorme quantità di succo d’uva ingerito.

Per rifarsi bocca e certezze, il prode si è avvicinato al promettente Sébastien Bobinet et copine (et quelle copine!): il cronista che ha assistito alla conversazione tra i due racconta in italiano le spiegazioni del vigneron: “Un terzo delle uve fa macerazione carbonica, un terzo viene frullato col Bimbi insieme ai raspi, un terzo viene cotto in un grosso calderone dove aggiungiamo letame di pipistrello, vecchi cognac senza zolfo (!) e un po’ di sauvignon vinificato in rosso che faceva mio nonno negli anni 30 di cui conserviamo ancora qualche bottiglia. A quel punto, un terzo del primo terzo delle uve viene gettato, insieme a parte del mosto ottenuto, nel medio corso della Loira, all’interno di tonneaux di 18esimo passaggio, che poi recuperiamo a bordo di zattere trascinate dalla corrente senza l’ausilio di forze motrici meccaniche quali remi o vele di stoffa. Dopo il terzo giorno di luna calante o il sesto di luna crescente prepariamo le cuvées, che rifermentano in bottiglia tra il 23 dicembre ed il 7 gennaio successivi alla vendemmia. Il risultato del nostro semplice e naturale lavoro è lì nel tuo bicchiere”. Pare che di fronte all’eleganza dei profumi e alla scorrevolezza di beva dei vini frizzanti di Bobinet, Rizzo si sia sentito come il temibile critico di Ratatouille, che proustianamente ripercorre tutte le fasi della sua vita sino ad arrivare a quel sapore di chicco d’uva schiacciato tra i denti che tanti anni di lavoro presso le più importanti testate enogastronomiche italiane gli avevano fatto dimenticare.

Stordito da tanta naturalità, il celebre giornalista si è dunque rivolto alla raffinata espressione di un più rassicurante Syrah da Cortona: se rassicurante significa potente ma slanciato, morbido ma reattivo, complesso eppur beverino, allora sì, troviamo la conferma che il Syrah in Italia, se custodito da sagge mani e governato da saggi intenti – quali quelli di Stefano Amerighi – può esprimersi con la stessa dignità dei suoi “cugini d’oltralpe” (espressione ormai leggibile anche tra gli scaffali della Conad) o dei suoi nipoti dell’oltre Tevere, come testimoniano alcune perle dell’Agro Pontino. Proprio accanto alle magnum di Amerighi il caso ha voluto piazzare le bottiglie del sardo Dettori, la cui linea di “base” ha piuttosto tentato la curiosità del nostro esperto degustatore: tornando al capitolo “puzze”, il Renosu bianco da uve moscato ed il rosso da uve cannonau hanno convinto il Fabiari che i detrattori del vino naturale dovranno trovare altre strade da percorrere, altre retoriche ed altre scene per permettersi di demolire il lavoro dei (pochi?) viticoltori “naturali” italiani che portano avanti un lavoro di qualità, ricerca e definizione degno del suo palato, ad onta dei numerosi attacchi che tali viticoltori ricevono costantemente.

A riprova di ciò, voci di corridoio ci raccontano il “responsabile” inginocchiato davanti l’eleganza tannica dei prugnolo forsoniani (Montepulciano), ed ammirato per la freschezza d’un Castelnuovo morgantiano (Chianti). Altre voci narrano d’un Fabiari meravigliato dall’espressività della viticoltura slovena, sbalordito dall’instancabile dolcezza di malvasie passite o dalla corroborante semplicità delle poche birre artigianali incontrate. Ma – ribadisco- queste sono solo voci giuntemi all’orecchio verso la fine della fiera, quando stanchi e un po’ alterati tutti se ne tornano a casa, e dispiaciuti: perché in Italia, dopo tutti questi anni di repubbliche dell’uva e delle banane, del presidio slow e della “grande distribuzione di qualità”, ancora si dà più importanza alla performance che non all’espressione, al risultato che non al movimento, alla sicurezza che non alla mobilitazione – dello spirito e del gusto. Ovviamente.

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One Comment to “Dai vini gassati ai vini naturali”

  1. si sa: l’italiano è portato più all’inaugurazione che alla manutenzione. e io, come Longanesi, sono un convinto sostenitore delle preposizioni articolate: sempre e comunque

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