Mischione

di Giancarlo Marino

Trevinano è una frazione del Comune di Acquapendente e conta duecento anime. Siamo nella sottile lingua di terra dove il Lazio si insinua tra la Toscana e l’Umbria. È dominata dal Castello, da secoli di proprietà dei Principi Boncompagni Ludovisi, e a nord-ovest vede distintamente il Monte Amiata.

È uno di quei posti dove non arrivi per caso, perché la Cassia oltrepassa velocemente Acquapendente mentre si appresta a entrare in Toscana senza neanche volgere lo sguardo verso la strada che, con modi tortuosi ma svelti, si inerpica agli oltre 600 metri del crinale che divide questa vallata da quella che declina dolcemente verso Orvieto, attraversando la riserva naturale del Monte Rufeno.

Uno dei motivi per lasciarsi alle spalle la Cassia, accettando il consiglio di un amico gourmet, è la visita al Ristorante La Parolina, poco prima di Trevinano. Ma non è questo il motivo che mi ha portato qui i primi di agosto, in una giornata che da par suo già suggeriva la ricerca di luoghi con temperature e umidità meno insopportabili di quelle cittadine.

Giuliano Salesi è un compagno di bevute da molti anni. Riflessivo, di poche parole, amante del bello e del buono in tutte le declinazioni possibili, dopo anni di florida attività imprenditoriale si è ritrovato quasi per caso da queste parti. Pochi mesi dopo aveva già acquistato un casale poco oltre Trevinano. La vigna, quasi un ettaro esposto a ovest/nord-ovest che accompagna il casale quasi fin su, in cima alla collina, è nata con parto naturale, frutto della medesima visione della vita che lo aveva portato fin qui.

Sapevo del casale e sapevo della vigna e mi ripromettevo da tempo di andarlo a trovare. Ovviamente per far visita all’amico, ovviamente per la curiosità di vedere cosa stava “combinando”, ma soprattutto perché l’ultima volta che ci eravamo sentiti avevo colto nelle sue parole quello stesso miscuglio di affascinazione, mistero e timore che può ingenerare l’eruzione di un vulcano in un bambino. Il casale è ormai ristrutturato, con grande eleganza e buon gusto, e comprende anche poche stanze adibite a B&B. Tutto porta il nome di Podere Orto, lo stesso che in origine era stato dato alla costruzione e alle terre che lo circondano. Ma questo vuol dire innanzitutto che Giuliano ha deciso di lasciare Roma e di trasferirsi a vivere qui con tutta la famiglia, e a me ha fatto un certo effetto.

Passeggio su e giù per la vigna. La parte più alta racchiude le varietà a bacca rossa (grechetto rosso, sangiovese e ciliegiolo). Raccolgo un chicco di ciliegiolo e lo assaggio: mi mangerei l’intero grappolo ma mi contengo, anche per non fare concorrenza ai cinghiali che da queste parti scorrazzano liberamente e gradiscono, all’alba, fare colazione con l’uva. La parte mediana è dedicata al Moscato “à petits grains” (o moscato d’Alsazia), quella più in basso ad altre varietà locali (rossetto, romanesco, verdello, grechetto, greco, malvasia di Candia e malvasia toscana).

Dal primo raccolto, un anno fa, sono state prodotte pochissime bottiglie con attrezzature e metodi di vinificazione che eufemisticamente potremmo definire “approssimativi”. Fra pochi giorni vedrà la luce la prima “vera” vendemmia, e il vino verrà fatto nella nuova cantina, con attrezzature ben oltre il minimo sindacale e quindi più che sufficienti per ottenere buoni risultati. Il resto verrà con il tempo.

A pranzo mi fa assaggiare i tre vini del 2011, un rosso e due bianchi. Il primo non riesce a nascondere tutti i difetti di una vinificazione che potrei definire “eroica”, Giuliano novello Enrico Toti, che pur in mancanza di armi non si arrende e combatte con quello che ha, la sua stampella. Sotto la spessa coltre dei difetti pulsa però una bella materia, a dimostrare quello che avrebbe potuto essere se in luogo della stampella ci fosse stato qualcosa di più utile alla bisogna. Il bianco da moscato, pensando alla stampella, è quasi un miracolo, tanto che durante il pasto me ne sono bevuti un paio di bicchieri. Anche qui diverse imprecisioni, azzarderei anche una raccolta fin troppo ritardata, e il vino, con fare indisciplinato, si allarga al naso e in bocca su toni caldi di frutta e di fiori gialli, cedendo a metà bocca per una leggera mancanza di acidità. Piacevole, però, nonostante tutto si lascia bere. Con l’immaginazione vedo in lontananza un possibile vino dolce e ne faccio timidamente cenno a Giuliano.

Dopo un po’ mi porge la terza bottiglia di bianco. Di traverso sul vetro, su una piccola striscia di carta adesiva leggo “mischione 2011”; è il vino realizzato con tutte le altre varietà bianche. Ho assaggiato ripetutamente, in silenzio, per essere certo che l’affetto per Giuliano e per la sua nuova avventura non disperdesse in me anche l’ultima traccia di lucidità e obbiettività. Anche qui qualche imprecisione, ma il vino è fresco, dritto, lungo, complesso e, se me lo perdonate, minerale. Ripenso al terreno della vigna, che nella parte superficiale mostra una struttura sabbiosa più che argillosa, con abbondante ciottolame intarsiato di quarzite (che fa sospettare un substrato di arenaria metamorfica), e mi viene spontaneo pensare che le varietà bianche del mischione siano riuscite a “leggere” meglio di tutte le altre varietà la natura più intima e vera di quel pezzo di terra.

Mi parla del vino con grande pudore, e mi viene spontaneo pensare che con il termine “mischione” abbia inconsciamente voluto evitare di chiamarlo “vino”. Non gli faccio cenno di queste mie elucubrazioni e, temendo di dargli l’impressione di compiacerlo, mi limito a un banale “mi piace di più”.

È l’ora di rituffarmi nell’afa romana. Lancio l’ultimo sguardo alla cima della collina, scapigliata dal vento che si è fatto più intenso, e lascio che scorra lungo il pendio per abbracciare l’intera vigna e catturarne nella memoria l’immagine. Chissà se da questa vigna uscirà mai un vino degno di essere chiamato vino. Ma già mi immagino la piccola figlia di Giuliano che tra pochi anni prenderà a correre tra i filari, rubando ai cinghiali qualche chicco di uva zuccherina e cogliendo le differenze tra le diverse varietà. Chissà se Giuliano è consapevole di aver già vinto la sua scommessa. A prescindere, come avrebbe detto Totò. Saluto Giuliano e la moglie (prima o poi vi parlerò della sua confettura di peperoncino, 100/100), salgo in macchina e mentre riparto ripenso al mischione.
Mi sfugge un sorriso.

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One Comment to “Mischione”

  1. Me ne accorgo solo ora.

    La scrittura di un gentiluomo.
    E mi metto in fila per qualche bottiglia di Mischione se mai dovesse uscirne qualcuna da quel posto lì, che prima o poi vorrei visitare.

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