Se un weekend d’autunno un produttore

serata in famiglia

di Shameless

Appoggia deciso l’imboccatura del suo bicchiere contro la propria guancia e con quello comincia a grattarsi la barba di almeno quattro giorni. Poi mi porge lo stesso calice per l’assaggio. Io verso. Egli annusa, sorseggia, inghiotte e sentenzia “C’è un’evoluzione alcolica strana.”

Sono circa le 17.30 del secondo giorno ed io potrei anche uccidere per molto meno, se non fossi ottenebrata dalla noia e dall’alcol accumulato per disperazione.

Il tutto è cominciato circa 30 ore fa, con il mio arrivo dinamico dopo l’ennesimo soggiorno temporaneo chez le Ferrovie dello Stato. Dopo aver sborsato ben 4 euro per il guardaroba – cappotto e trolley, meno male che la sciarpa mi è stata abbonata –  molto agilmente ho disposto le bottiglie sul banchetto, ne ho aperte un paio, assaggiato il vino per vedere se fosse a posto, ho sistemato schede tecniche, depliant, biglietti da visita ed ho aspettato.

Aspettato, aspettato.

Dopo tre ore, dopo aver salutato a più riprese amici produttori, dopo aver assaggiato anche i loro vini, dopo aver condiviso convenevoli con qualche scarso visitatore giunto lì non per noi, ma per il Congresso, ho cominciato a compilare mentalmente la lista di chi avrei voluto con me su di un divano a guardare di seguito tre o quattro puntate di Homeland.

Gli ampi spazi della Leopolda venivano attraversati da giovani o meno giovani sommelier, tutti molto professionali e simpatici, tutti. Erano lì per un congresso importante, oltre che disponibili ad aiutare e/o sostituire noi produttori. Sostituirci per il nulla o quasi.

Il banchetto del produttore iconico, quello le cui bottiglie valgono una rata del mutuo di casa, continuava ed essere impresenziato. Durante il pomeriggio, una per volta le bottiglie sarebbero state stappate ed il vino assaggiato di soppiatto. La mattina dopo ne  rimaneva solo una, aperta e quasi colma. Assaggiata soppiattamente anche dalla sottoscritta, rivelava un vino per niente corrispondente al nome, uno scherzo?

Al’ora del tè la lista degli immaginari concubini sul divano si era allungata a dismisura. Intanto, cominciati i seminari, questi sì interessantissimi,  l’affluenza ai banchi d’assaggio era ancora diminuita.  Alle 19.30 con l’ultimo colpo di coda ho raccattato cappotto, sciarpa, trolley e giovane amica altrettanto disperata. Ci siamo riconsolate con una cena thai e birrozza.

Ora sono di nuovo qui, per gli ultimi fuochi degustativi. Poco più in là continuano i seminari con verticali di aziende più che prestigiose, condotti da fuoriclasse. Non è la prima volta che ho la netta sensazione di trovarmi nel vagone sbagliato del treno sbagliato (cit. Stardust Memories). Fuori piove e non ci sono partite di serie A, quindi si potrebbe sperare in una maggiore partecipazione. In fondo, sì, c’è più gente. Anche molti giovani appassionati che non hanno altra possibilità di assaggiare tanti vini pagando un prezzo modesto.

Ragazzi gentili e umili dalle guance arrossate, con tenerezza verso loro il vino e racconto di noi. Non posso però fare a meno di pensare quanto sia costata alla mia azienda la partecipazione ad un evento in cui siamo chiamati a fare le belle statuine. Un costo non solo in moneta, ma anche in dispendio di personale (la sottoscritta) e campionatura.

Il proprietario delle guance irsute si risveglia dal trance, riassaggia e poi, finalmente mi sorride ed esprime un grugnito apprezzativo. Miracolosamente è un enotecario, forse comprerà. Un cliente in più per un weekend di lavoro. Mi posso consolare. Posso tornare a casa a notte fonda, facendo piano per non svegliare i miei condomini, spogliarmi e ficcarmi a letto pensando “mai più”, come una sposa contrita per aver  cornificato il consorte senza che ne valesse la pena.

Domani sera, giuro, mi inchiodo al divano di casa, anche da sola.

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