Apologia del Suicidio intellettuale

suicidi-reciproci

Consigli pratici a favore d’una serena autosparizione della Ragion Pura

di Gae Saccoccio

“Poi viene lo scrivere che è tormento, fatica, raramente abbandono. Ma è sempre tempo che passa, comunque.” Lucio Mastronardi

Prologo con domanda di Jacobbo

Non c’è cosa più stolta e ben poco intelligente che perseverare nella propria presunta superiorità intellettuale ostinandosi a vivere con intelligenza tra stolti, imbecilli e minus habens.
Tutta questa specie d’apologia di suicidio intellettuale che segue, va intesa quale celebrazione di auto-annullamento cerebrale dell’intelligenza cognitiva, come radicale negazione della profondità analitica. Un elogio terra terra con cui si pretende suggerire una qualche risposta all’interrogativo postomi a gesti dall’intelligentissimo amico Jacobbo, sordomuto per scelta fin da quando aveva 18 anni, (ne compie 88 a fine marzo):

“A cosa serve essere intelligenti in un mondo sempre più stupido, insensato e ottuso?”

Vi starete senz’altro chiedendo: “ma Jacobbo – a parte farsi i cazzi propri – non poteva scrivertela a penna, a matita o sulla sabbia ‘sta rottura di quesito?”
No, la domanda sono riuscito solo a farmela mimare perché Jacobbo si rifiuta nella maniera più assoluta anche di scrivere e non vi dico i mesi a sbatterci la testa con tutto il grugno, prima che riuscissi a intendere i gesti equivalenti alle parole sordomute con cui Jacobbo intendeva significare esattamente:

“A cosa serve… intelligenti… mondo sempre… più stupido… insensato… ottuso... [con punto di domanda finale]”.

Svolgimento con risposta

“Non viviamo in tempi facili…” diceva l’homo abilis mentre tentava di tagliarsi le unghie dell’alluce usando due stuzzicadenti di sughero.
Non viviamo in tempi tanto facili neppure noi oggi pure se abbiamo l’app al telefonino che ci allerta per tempo quando portare i nostri cocker spaniel a pisciare anche se poi non sappiamo distinguere al palato il sapore di una banana Cavendish da un Amarone dei Monti Iblei.
Ricordava il buon Freak Antoni in un suo vecchio refrain che “non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti.”
Ritengo di non allontanarmi troppo dal vero nell’affermare a brutto muso – senza oltretutto far troppi sforzi dato che il muso è ben imboscato nella barba – che non solo non c’è gusto né piacere, ma estendendo il concetto in prospettiva cosmologica, non c’è neppure nessunissimo senso nel provare ad essere intelligenti nella galassia tout-court.

Sono passati oltre duecentomila anni dal salto evolutivo sul vuoto – vuoto entro cui ci siamo infognati dritti dritti come scemi – che sembrerebbe separarci dall’ominide australopiteco da cui s’è scatenato tutto ‘sto po’ po’ di patatrac antropogenico.
Escluse le migliaia di guerre infinite, battaglie sacre, lotte fratricide d’ogni colore, interesse e bandiera, in fondo la storia umana psicopatologica non è stata fino ad ora che un fiorire di civiltà ridenti, un nidificare di arti, scienze, musiche, architetture, culture, trattati d’erotismo, falde acquifere contaminate, piattaforme petrolifere…

Il progresso della tecnica è stato altrettanto fulmineo. Dal tagliaunghie per piedi con i due soli stuzzicadenti in sughero agli algoritmi informatici che hanno votato Donno Trumpo presidente degli Stati Uniti d’America, non è stato che un soffio. Si, proprio un soffio, l’ultima esalazione prima dell’estinzione definitiva dell’ultimissimo scimpanzé comune ovvero il Pan troglodytes, steso sul ramo in cancrena della civiltà orientaloccidentale che si sta spezzando facendoci riprecipitare tutti insieme appassionatamente nello stesso vuoto evolutivo da cui originiamo e dentro cui siamo destinati a sprofondare.

Pensiamo soltanto alla bizzarria evoluzionistica dei polpi, delle seppie (i cefalopodi in generale) che nonostante la natura li abbia muniti d’un cervello finissimo eppure – almeno all’apparenza – la grandezza di quest’intelligenza è del tutto sproporzionata, non necessaria a prolungare le loro aspettative di vita che non superano il paio d’anni.
Parmenide, Averroè, Antistene fondatore della scuola dei Cinici. Leucippo, Ippocrate, Nicomacheo di Gerasa, Teodoro di Cirene (insegnava matematica al povero Platone), Marco Terenzio Varrone, Speusippo, Diogene da Babilonia, Marziano Capella, Isidoro da Siviglia… a cosa è servita tutta questa somma sapienza scritta e parlata, se poi ci ritroviamo sempre e comunque tra le palle solo le Lady Gaghe i Beppi Grilli i Papi Fransceschi i Maurizi Belpietri i Fabi Voli col loro pecoreccio seguito d’adoratori belanti e la bava da cocker spaniel – si proprio quei bravi piscioni a quattro zampe dell’app di cui sopra – sui labbri?
Codici giuridici sofisticatissimi, regole costituzionali raffinate nei secoli a partire dall’esperienza sociale d’interi popoli. Millenni di perfezionamento dei linguaggi parlati con parallela specializzazione delle lingue scritte. Ora, restando solo a fior d’acqua nel nostro inquieto Tramonto d’Occidente, senza entrare nel merito delle scienze in Asia o nel Sud America, a quale scopo abbiamo innescato un progresso scientifico impressionante grazie al genio degl’Archimede, dei Leonardo da Vinci, dei Keplero, i Copernico, i Newton, i Galileo, i Darwin, i Pasteur, i Wittgenstein… se poi ci si ritrova ancora tutti qua a berciare come mandrie di sub-analfabeti schiavizzati in un’urna elettorale davanti a un SI o a un NO da cavernicoli lecca-culi allo scopo di continuare a farci governare da altrettanti pre-ominidi caca-sentenze?

La Divina Commedia, l’Amleto, Guerra e Pace, il Don Chisciotte, l’Ulysses, l’Eneide, il Decameron, Lolita, I Viaggi di Gulliver, Le Anime Morte, Il Viaggio al Termine della Notte. Cechov, Rabelais, Beckett, Faulkner, Aristofane, Balzac, Dickens, Petronio, Omero, Ippocrate, Proust, Zhuangzi, Ovidio, Flaubert, Freud, Laozi, Buddha, Swami Vivekananda, Alce Nero… tutta questa sublime eleganza e ricercatezza letteraria. Tutta questa sapienza spirituale o matematica. Tutta questa scienza e maestria! Tutta questa profondità di scandagliamento dell’abisso umano a cosa o a chi è utile se poi ci ritroviamo sempre e soltanto davanti a un polveroso cazzo di Burger King strapieno di biascicanti bipedi, aperto in zona industriale alla periferia di Milwaukee o sullo sfintere autostradale di Cinisello Balsamo?

Cosa può un fraseggio al sax alto di Charlie Parker, un dipinto di Rembrandt, una suite per violoncello di Bach, una pagina di Nabokov, un sonetto del Belli, una dimostrazione di Spinoza, una Vita Parellala di Plutarco, un verso di Lucrezio, un ricordo di Marco Aurelio, un pensiero di Pascal, un epigramma di Marziale, una meditazione di Cartesio, una saggio di Montaigne, un lazzo d’Aristofane, una pièce di Moliere, una critica letteraria di Edmund Wilson, una recensione di George Steiner, una riflessione sulla fiamma d’una candela fatta da Bachelard… cosa può tutta la cultura del mondo davanti alla sconcertante, oceanica, merdosissima insensatezza di migliaia e migliaia di facce a culo appartenenti alla nostra stessa razza mentre si apprestano a sfregare un gratta-&-vinci con le fauci bisunte, le viscere gonfie di KFC fried onion rings?
Adesso mi perdonerete se il tono s’incupisce un po’. Altrimenti saltate dritti alla parte su Pirrone lo Scettico, per gl’amici Pirro lo Scetticone.

Non mi pare insomma che tutta questa evoluzione della specie ci abbia portato poi troppo lontano. C’è qualcosa di devastante che unisce lo sguardo pietoso di un primate in gabbia, agl’occhi evacuati d’umanità d’una cassiera al supermercato o a quelli d’un impiegato ingrigito nel loculo d’una banca dopo decenni di lento ma inesorabile coma interiore, così come allo sguardo spento d’un tossicodipendente appoggiato al muro fuori la stazione dei treni d’una qualsiasi megalopoli del mondo.

mascherone

Un intellettuale molto profondo sopravvissuto malamente ad Auschwitz, Jean Amery, come tanti altri scrittori dello stesso tragico periodo – Primo Levi, Bruno Bettelheim, Tadeusz Borowski – è morto suicida forse in ragione d’un senso di colpa insondabile. Non possiamo certo aspettarci da Amery una leggerezza ed un’ironia che non può più darci avendo egli vissuto lo sdegno dell’insensatezza razionale, l’obbrobrio dell’odio degli uomini contro se stessi oltre al sopruso psichico, alla violenza e alla vergogna della tortura fisica sistematicamente applicata tra simili.
Nel suo Levar la mano su di sé (Bollati Boringhieri) Amery afferma e conferma attuandola, la libertà estrema di togliersi la vita contro ogni pregiudizio morale, contro la prepotente logica della sussistenza sostenuta dalle ottuse moltitudini urlanti.
Non andrò così lontano nella terribile verità trovata da Amery perché innanzitutto non mi appartiene e poi perché perderei la faccia con me stesso quale fine ironista che se la ride di tutto e di tutti mentre continua leggiadramente a campare fottendosene allegramente poiché fino a quando si può e si deve ridere di tutto, vuol dire che c’è ancora speranza, una fragile, tragicomica speranza! Morale della favola non avrete il mio scalpo, tantomeno di mia spontanea volontà!

Eppure voglio qui proporre un’altra forma di suicidio che non si applica affatto al corpo ma solo all’intelletto (“hai detto niente!” sento già mugugnare dalla sublime bocca multiuso della pensatrice coitale, più che kantiana, tal Nappi Valenti).
Dato che, come si diceva all’inizio, millenni di evoluzione, secoli di cultura, di storia dell’arte, d’invenzioni e innovazioni tecniche, di scoperte scientifiche, d’esplorazioni geografiche ci hanno portato comunque al metanolo, alla bomba atomica, alla encefalopatia spongiforme bovina, a Fukushima, al Grande Fratello, a Il Bruno dei Vespa, a BangExtreme… tanto vale allora “suicidare” dentro di noi qualsiasi velleità di formulare risposte giuste o scatenare azioni intelligenti, perché tanto a che serve? A chi serve? Chi le raccoglie? Perché studiare tutta una vita, leggere i libri giusti, frequentare i musei più importanti, le sale concerto migliori, i teatri più interessanti, le biblioteche più fornite? Che senso ha sbattersi così accanitamente nel quotidiano con ragionevolissimi schemi di logica formale sia nel pensiero che nell’azione? A che pro esaurirsi in sapientissimi argomenti colmi d’ineccepibile verità? A quale scopo lanciarsi in grandi propositi, adoperare belle parole, credere in nobili sogni, fissarsi su ideali legittimi, farsi paladini di pensieri giusti, in buona sostanza, se poi lo sforzo è del tutto inefficace oltre che irrealizzabile poiché indirizzato al vuoto illogico, all’ingiustizia sociale, al caos planetario e al caso biologico?

Tranquilli, non vi sto rifilando alcun pacco cercando di piazzarvi il nuovo sottoprodotto Scientology con inclusa una morale Padre Pia d’accatto scontata dell’IVA. Non sto certo qui a svendervi una filosofia d’autoconforto a portata d’urbi et orbi. Non faccio anzi che ripercorrere i passi del mitico Pirrone allievo di Stilpone di Megara il quale due/trecento anni prima di Cristo, incarnandola principalmente su se stesso, professava l’acatalepsia, ovvero l’impossibilità di conoscere qualsiasi cosa nella sua natura più intima.
Scetticismo drastico quello del sòr Pirrone. Il sottile pensatore insegnava appunto a ritirarsi in se stessi e a praticare l’autocontrollo sulle proprie emozioni (“l’arbitrio dei sensi”) o sulle sensazioni neuronali cioè ad autogestire quei derelitti fantasmi della mente che hanno poca o nessuna connessione con la realtà.
Siòre e Siòri, col Pirrone qui presente quindi, un pioniere tra gli agnostici antichi moderni e futuri, vado a proporre anch’io la sospensione immediata dell’intelletto la cui diretta conseguenza è uno stadio perenne di atarassia ovvero di liberazione da ogni preoccupazione. Mi faccio quindi propugnatore post-atomico dell’epoché ovvero la sospensione del giudizio ancor meglio del pregiudizio.
Propongo quindi d’assassinare il nostro intelletto adottando il pirronismo come stile di vita. Una genuina attitudine d’indifferenza ai pericoli che si manifestino sotto qualsiasi forma, siano carri, precipizi, cani rabbiosi, devastazioni ambientali, squallore urbano, irrazionalità comportamentale, additivi chimici aggiunti, mogli inviperite e mille altri disastri, inquinamenti naturali, disagi e brutture innaturali eppure connaturate a noi tutti uomini e donne d’ieri, d’oggi, domani.

Caldeggio infine il suicidio della Ragion Pura, professando un amorevole atto di gratitudine all’amicizia pratica fra i sessi, alla spassionata solidarietà delle membra, alla fusione e confusione delle carni tra pensatori coitali consenzienti – eehhm, pensatrici soprattuto – liberi di mente (e di corpo), vivaci d’eros sudaticcio-orgiastico anche se pur sempre suicidati nell’intelletto.

Questo riporta il solito Diogene Laerzio nelle Vite dei Filosofi IX, 62 a proposito del nostro buon Pirrone di Elide:

“La sua vita fu coerente con la sua dottrina. Lasciava andare ogni cosa per il suo verso e non prendeva alcuna precauzione, ma si mostrava indifferente verso ogni pericolo che gli occorreva, fossero carri o precipizi o cani, e assolutamente nulla concedeva all’arbitrio dei sensi. Ma, secondo la testimonianza di Antigono di Caristo, erano i suoi amici, che solevano sempre accompagnarlo, a trarlo in salvezza dai pericoli”.

Epilogo con interrogazione senza risposta

Ma da quand’è che si fa Amarone sui Monti Iblei?

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