Carteggio Borzacchini – Sardelli: un’introduzione alterata

borzacchini-sardelli

È da poco nelle librerie un ampio volume (320 pagine) che raccoglie quasi vent’anni di scambio epistolare tra Federico Maria Sardelli – che in questo sito alterato, e soprattutto altrove, non ha bisogno di presentazioni – e  Giorgio Marchetti, brillante scrittore e umorista celebre in parti’olare con l’eteronimo di Ettore Borzacchini.

Il libro è talmente scintillante da suggerirne una lettura nelle ore serali e notturne, allorquando il nostro Sole (classe spettrale G2, per il momento nella sequenza principale del diagramma di Hertzsprung-Russell), astro che ci consente una più o meno dignitosa sopravvivenza su questo pianeta, attenua e poi nasconde provvisoriamente la sua luminosità.

L’autore e l’editore Erasmo ci concedono con grande gentilezza di far lampeggiare qui qualche frammento dell’opera. Troverete quindi di seguito alcuni passi dell’introduzione del Maestro Sardelli, e di seguito un veloce ma sapido botta e risposta epistolare tra i due.
Questa è stata dunque un’introduzione all’introduzione.

Carteggio Borzacchini Sardelli
Edizioni Erasmo, dicembre 2016
pp 320
Euro 15,30

arabesco calligrafico

Discorsi fra Orsi
Federico Maria Sardelli

Il senso dell’umorismo e l’autoironia
— come il coraggio per Don Abbondio —
se uno non ce l’ha non se lo può dare.
Ettore Borzacchini

Fin dal giorno stesso in cui Giorgio Marchetti ci lasciò, quel maledetto 7 settembre 2014, iniziai a raccogliere e a rileggere tutto quello che ci eravamo scritti, le poche tracce rimaste di un meraviglioso rapporto trentennale fatto di risate, arguzie e invenzioni continue, nel pietoso tentativo di averlo ancora con me e illudermi di risentire la sua voce. La morte di Giorgio Marchetti è stata durissima e lo è tutt’oggi. Mi manca lui, quell’orso alto due metri, bonario e burbero allo stesso tempo, capace di introspezioni fulminanti, di creazioni lessicali geniali. Lui era il creatore di una nuova forma di umorismo alla quale ho attinto di continuo senza accorgermene: la capacità ineffabile di unire il sublime al volgare, il culo con le quarant’ore, incantando il lettore con un’affabulazione totalmente nuova, fatta di grande virtuosismo linguistico e profonda conoscenza dell’umanità.

La laudatio del Borzacchini ingombrerebbe molte pagine e deve ancora essere scritta; non da me, che lo amo, lo conosco bene e sembrerei troppo di parte, ma da tutti quei letterati, critici, lessicografi e giornalisti che ancora ne ignorano, colpevolmente, il genio.
Ecco perché ho deciso di raccogliere ciò che resta delle conversazioni fra me e lui, nella convinzione che vi si trovino numerosi frammenti inediti di grande sostanza, ossi cicciuti ancora da spolpare. È un piccolo tassello che si aggiunge alla conoscenza del suo opus, oggi noto a un pubblico ancora troppo ristretto. Giorgio Marchetti — anzi il suo alter ego creativo chiamato Ettore Borzacchini — dev’essere divulgato, letto, conosciuto, goduto e collocato al suo giusto posto: che poi è li, accanto a Tito Livio Cianchettini, Giovannino Guareschi, Ennio Flaiano, Achille Campanile. [ ]

A rivederlo ora, tutto insieme, il carteggio fra me e lui appare come una congerie di materiali, pensieri e invenzioni incoerenti, privi di senso alcuno. Non ci scrivevamo per dirci qualcosa ma per ruzzare, giocare con le parole, inventare. Ed era quello che a me e a lui piaceva tanto: rotolarsi come figlioli piccini nel nonsense, nell’invenzione lessicale sbrigliata, ridondante e anche un po’ pepsodent.

Il nostro sogno, coltivato fin dalle nostre primissime frequentazioni, era quello di comporre insieme un libro ponderosissimo pieno di reperti, cartine geografiche o mappe di posti inventati, disegni di macchinari immaginari (come la famosa Macchina per Levarlo di Culo), foto sbiadite di personaggi storici inesistenti, animali mostruosi doviziosamente spiegati tramite frecce e didascalie, citazioni apocrife, largo corredo di note atte a fuorviare il lettore e a introdurre ulteriori materiali spuri. [ ]

Questo libro non l’abbiamo purtroppo mai composto e non lo potremo più comporre. Giorgio lo ha realizzato in parte nei suoi magnifici Dizionari del Borzacchini, corredandoli di un labirinto di note e bibliografie apocrife messe li per stordire il lettore e farlo pisciare addosso dalle risate. Io lo realizzo in parte pubblicando questi scambi privati, che tanto ricordano quella nostra vagheggiata babele d’invenzioni senza costrutto tesa a nobilitare la merda per accostamento col sublime e a demitizzare il sublime per comparazione con la merda. E, come diceva Eraclito, dall’unione dei contrari scaturisce una bellissima armonia. [ ]

Bisogna rammentare che Giorgio Marchetti era un architetto di buona scuola, di quelli che ancora sapevano disegnare, e amava farlo, fuori dalla sua professione, riempiendo di disegni e vignette una pletora di taccuini ancor oggi inediti. Il nostro scambio è stato quindi, fin da sùbito, alla pari: potevamo esprimerci entrambi a parole o col segno. Il carteggio è quindi anche grafico e, dove non disegniamo, sentiamo comunque il bisogno di partire dall’immagine di oggetti o personaggi da esporre al ludibrio del commento.

Frutto di questa commistione fra disegno e parola èstata quella felice stagione in cui io e Giorgio Marchetti ci firmavamo «Sardelli & Borzacchini — Concessionari Piaggio»: sotto questa sigla producemmo svariate vignette — quasi sempre a base d’orsi, nostro tema privilegiato — e qualche tavola che apparve su Comix e su II Vernacoliere. [ ]

D’altra parte, uno degli aspetti più belli della nostra amicizia (ma credo di ogni vera amicizia in generale) era che, come scrive lui in una lettera, «ci si va nel culo l’un l’altro che è una bellezza». [ ]

Affiorano, qua e là, le più turpi abitudini e le debolezze dei due interlocutori: la mia fobìa per le falene o l’abitudine di fasciarmi come una mummia quando dormo, del Borzacchini l’uso perlomeno disinvolto delle toilettes o le sue tormentose sedute sul water. Nessuno di noi ha mai fatto mistero all’altro delle proprie debolezze, ben sapendo che queste sarebbero state usate come bersaglio facile in caso di lite o rappresaglia; d’altra parte, l’arte del satireggiare i costumi altrui deve includere necessariamente i propri, se la si vuole esercitare. [ ]

Giorgio, mi manchi, sai che risate si farebbe ora, accident’atté.

Mi firmo ma non mi fermo,

Balatresi Rag. Ivo

arabesco calligrafico

30 maggio 2013

Borzacchini

Grande Sardelli in un grande Farnace* di un grande Vivaldi: aspettiamo l’edizione critica del Batrace e quella paragnostica del Versace che c’è a chi piace e c’è a chi ’un piace; l’esecuzione per uovasode e pèttini di Gombitelli sarà a cura del Sessantaquattr’etto (ott’etto x ott’etto e un po’ di topa al bimbo) di Coppedè Coppedè, diretto dal maestro Guthruno Coppedè e dalla di lui sorella Cybalgina Coppedè in Bedarida. L’assunto è semplice: Farnace, valido odontotecnico di Babylonia Val di Cecina, viene colto da una crisi mistica e sviene: tutti e sei gli atti del dramma vengono impiegati per cercare di farlo rinvenire; ma niente. La tenoressa sopranico-baritona Mary Ellen Nesi chiede l’aspettativa e va a fare la commessa da COIN. Trionfo del Maestro Sardelli che – come al solito – viene pagato con un targone di focaccia con i ciccioli e un quartino di vino.

(E. Borzacckini-Soderbaum Paglianti)

 

Sardelli

Ciò pianto.

*Qui Borzacchini si riferisce all’opera Il Farnace, RV711-G, di Antonio Vivaldi, diretta da Sardelli in quei giorni presso il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino.

 

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