Nuovo Testamento

di Raffaella Guidi Federzoni

Sono da molti anni membrA – in modo molto passivo, lo ammetto – dell’Associazione Donne del Vino, un’istituzione che ha dato e continua a dare molta visibilità al lavoro delle donne nel campo del vino. Ne fanno parte produttrici, enologhe, comunicatrici, lavoratrici tout court come la sottoscritta. La loro opera è meritoria e anche efficace. Il solo fatto che esista e prosperi mi fa sperare affinché in un futuro non troppo lontano si avverino le istanze relative al mondo femminile in generale e a quello enoico in particolare.

Da quando più di tre decenni fa cominciai a percorrere la strada professionale vinosa che mi ha portato ad essere quella che sono oggi la posizione della donna è senza dubbio migliorata, anche se c’è ancora molto da fare.
Sono consapevole dell’argomento ”donna-vino” e anche se non lo fossi esisterebbe sempre qualcuno pronto a ricordarmelo. Può avvenire durante una fiera, una degustazione raggruppante diversi produttori o una presentazione con me, il mio vino e basta. Da dietro un cespuglio immaginario spunta immancabile la domanda
“Esiste un vino femminile?”.

Non mi riesce mai di rispondere per bene, non c’è tempo e chi me la pone ha già la sua risposta. Si tratta di una domanda oziosa che naturalmente si può rivolgere solo ad una Foemina Vinosa, come se l’Homo Vinosus fosse ancora aggrovigliato nel mistero dell’Eterno Femminino e quindi incapace di fornire un rimpallo adeguato. Non sarebbe male invece che ne parlasse anche l’altra metà della mela, spesso infognata in ragionamenti del tipo “Il vino è come le donne, non ci capisci niente”.

Tornando alla quaestio, la risposta è composta di due lettere:

NO
Non esiste un vino che versato in un calice ti riveli che il/la suo/a facitore/a sia di un particolare sesso.

Le caratteristiche femminili nella cultura umana moderna e occidentale sono identificate in intelligenza intuitiva, flessibilità, pazienza (ehm!), empatia, sensibilità, multifunzionalità. Io aggiungerei anche il coraggio e la capacità di valutare un problema da angoli diversi.
Queste numerose tracce di femminilità marcano sicuramente la comunicazione, il lavoro di squadra, la gestione e la pianificazione di un’azienda. Ma non il prodotto finale, cioè il vino.
Il vino è gender free.

L’ultima testimonianza a favore della mia teoria si è manifestata quando recentemente ho prima sorseggiato e poi tracannato un vino rosso che ha nel colore una brillante concentrazione scarlatta, quasi cardinalizia, eppure trasparente. Il naso è pulito con note immediate di ciliegia a cui fa seguito un aspetto selvatico, speziato e leggermente salino. In bocca il sorso è mascolino, carnale, con una muscolatura slanciata e tannini leggermente ruvidi, molto persistente.
Un vino che è la sintesi del maschio come piace a me e ad altre milionate di femmine etero.

Bene, ad accompagnare questo liquido testosteronico dalla vite alla bottiglia è stata una donna, una persona umana che racchiude tutte le caratteristiche femminee di cui sopra e che da molti anni è in grado di interpretare pazientemente un luogo, dei vitigni, una vendemmia particolare, senza prevaricare, senza alcuna ambizione di rappresentare una presunta femminilità in un vino che è semplicemente l’espressione di quel che – lo scrivo obtorto collo – sintetizza il concetto di “territorio”.*

Tornando alla domanda iniziale la mia risposta ipotetica e mai formulata in modo articolato proseguirebbe, facendo desiderare all’incauto interlocutore di non essersi mai avventato nel chiedere.

Quello che si riesce molto più facilmente ad individuare in un vino ora che siamo arrivati al terzo decennio del Terzo Millennio, non è l’orientamento sessuale bensì un’identità generazionale.
Non mi riferisco all’età anagrafica di chi sta dietro ad una bottiglia, bensì alla differenza di cultura attuale rispetto alla precedente. Per cultura intendo l’insieme di esperienza ereditata e personale, di studi, di ambiente di crescita, di contaminazioni ideologiche.
Il cambiamento prevedibile ed auspicabile è avvenuto nonostante qualche deriva eccessiva e una certa ottusità di alcuni nel rimanere ancorati ad una percezione critica decisamente demodé.

Cosa significa questo mio Pippone Evangelico?

Si tratta di un nuovo messaggio manifestato in vini più centrati, netti, immediati, comprensibili, puliti, espressivi senza fronzoli, convinti. Vini nient’affatto banali, anzi molto caratteristici e originali.

Non appartengono ad una sola categoria di vignaioli e/o enologi, l’aspetto di novità io personalmente lo trovo un po’ ovunque. Siano essi convenzionali, sostenibili, secessionisti, biologici, biodinamici, ignudi del tutto, sono sempre vini con un’impronta contemporanea che si avvia a diventare classica.

A questa tendenza inarrestabile corrisponde l’attenzione dei consumatori, in gran parte formati nello stesso modo. Esiste una buona maggioranza di fedeli discepoli che segue, sostiene e diffonde la novella, per me buona e giusta.
A questo punto salta su un membro del Sinedrio che sentenzia “Vero, ci sono molti più vini ben fatti e buoni, ma non più grandi vini che emozionano.”

Beh, che dire? Io continuo ad emozionarmi ed entusiasmarmi nonostante il mio palato sia contaminato dal ricordo di assaggi compiuti quarant’anni fa.
Non si beve così bene ed in modo così vario come adesso, e oso dire in Italia più che altrove. La varietà di proposta è dinamicissima, dalle Alpi a Pantelleria, da Gorizia a Carloforte.

Si può bere senza compromessi, senza sovrastrutture mentali, senza nostalgiche seghe.
Si può bere e cercare di vivere felici e contenti a riguardo.
Basta crederci.

*Rosso di Montepulciano 2018 – Poderi Sanguineto I e II.

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