Capogrossi aveva gli occhi d’oro

di Armando Castagno

Nel 1946 Cesare Zavattini, eclettica figura che più Alterata non si potrebbe – fu tra l’altro scrittore, pittore, cineasta, giornalista, sceneggiatore e collezionista d’arte – commissionò un quadro ciascuno a una cinquantina di pittori legati in qualche modo alla mia città, Roma, per essere romani di origine o per esservi attivi in quel dopoguerra di fermenti positivi. La commissione partiva da alcuni fattori fissi, uguali per tutti: la remunerazione, 8.000 lire; le dimensioni formato cartolina, 20 centimetri per 26; la cornice identica; una più generica richiesta di “attenzione ai retri”, tradottasi in effetti in una miriade di scritte, versi, dediche, precisazioni o sproloqui; e il tema, la città di Roma, nelle molte possibili accezioni di un argomento vasto e indeterminato.

La richiesta venne inoltrata a pittori assai celebri all’epoca; giudicata da taluni osservatori come una mera perdita di tempo, l’iniziativa andò incontro ad un successo immediato. Già a poche settimane dall’invio delle missive, nello studio di “Za” iniziarono a piovere quadri: Donghi, De Pisis, Savinio e Stradone, poi De Chirico, Maccari, Severini, Afro, Prampolini, Ziveri, Guttuso, Pirandello, Scialoja, Capogrossi, Trombadori, Mafai.

La “collezione Roma” contava alla fine 54 dipinti di 51 artisti; venne acquistata in blocco dalla BNL nel 1983 e raramente esposta, ma è ora in mostra (fino al 28 ottobre) alla Galleria Comunale di Arte Moderna di Roma (ora “Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale”), quella di Via Francesco Crispi, finalmente riaperta al pubblico. Ci ho passato due ore abbondanti, perso a scrutinare quei piccoli gioielli; e mi è sembrato di notare come, pure – o proprio in quanto – ingabbiata nei requisiti di cui sopra, la personalità del grande artista esca fuori senza incertezze, come brillasse di suo. Anche in questo bizzarro esame di gruppo sul piccolo formato, si svelano la quieta sicurezza di Trombadori, il portento evocativo di Donghi, le concrezioni di Pirandello e del primo Scialoja, la linea forte e spessa di Afro e la quella sinusoidale ed esagitata di Stradone (che per inciso “vinse” la tenzone con un Colosseo che pare in fiamme), le tinte acide di Montanarini, la concitazione “boccioniana” delle vedute di Arturo Peyrot, la graveolente pittura per sottrazione di De Pisis; e si svela del pari l’impossibilità per pittori che pure andavano per la maggiore all’epoca, i Ferrazzi, i De Sanctis, i Donnini, i Natinguerra, i Fantuzzi, gli Amato, di attirare l’attenzione in un contesto del genere. Poi, a un certo punto, ho notato la tavoletta con i Ponti Sul Tevere di Giuseppe Capogrossi, e d’acchito l’ho amata di più e preferita agli altri quadri, ma dico la verità: sono di parte.

Da una tavolozza limitata a tre o quattro punti tonali dal rosa all’arancio, al giallo limone per il cielo, al viola melanzana per le ombre e un marroncino fangoso per il fiume, Capogrossi ricava una visione aerea della zona di Castel Sant’Angelo vista in sfavore di corrente, con la Mole Adriana cioè a sinistra di chi guarda e San Pietro alle spalle; ed è già una dichiarazione d’intenti, un punto di vista diverso, alterato. L’impressione è che il quadro sia velato d’oro, o abbacinato di sole; s’indovina un tramonto dietro la Basilica. Lo spaesamento di chi conosce il posto è immediato: non c’è anima viva né sui ponti né sul camminamento del lungotevere, e non c’è traccia neppure di morte, tanto il bianco dei marmi è ubriaco di luce fino a farsi opalescente; il grande fiume, ridotto al suo fondo limoso, è una brulla pista che procede sotto i ponti avviluppandosi in gorghi terrosi. Questa abbagliata fissità, che a Capogrossi a un dato punto dev’essere sembrata un limite, e un patrimonio cromatico in realtà non dissimile, si trovano in altri dipinti giovanili dell’artista, uno dei quali esposto al piano inferiore della stessa galleria e risalente a quindici anni prima, il “Giocatore di ping pong” del 1931. Colto in breve meditazione sul suo ormai imminente gesto del servizio, il pongista ha quel rosa e quel viola sulla pelle e sulla maglia, e attende stagliato anche lui su una quinta color fanghiglia, adesa come malta a una parete troppo vicina. Come nei Ponti, l’artista pare osservare la realtà con occhi d’oro, distantissimi e partecipi, roventi e gelidi insieme; un embrione di pietas verso i suoi stessi personaggi, e verso la sua città, si cerca invano.

Giusto un anno dopo aver spedito il quadretto a Zavattini, per Capogrossi sarebbe arrivata la svolta astrattista, “segnica” meglio, che gli avrebbe garantito un posto tra i più celebri artisti italiani del Novecento. La sua “nuova” pittura diventa dal 1947 una questione di tempi e non di spazi, di ritmi ancestrali, di scansione della superficie, priva di titoli descrittivi e senza il filtro chiaro e la calura rosacea dei suoi quadri giovanili; e senza suggestioni da ascoltare che non siano il ritmo cardiaco, sussulti del nervo ottico, sbalzi dell’emotività e salti della memoria: gli infiniti significati partono da un unico segno, come scriveva Argan.

Campo Verano, Roma, 17 luglio 2012
Batto a piedi nel solleone la via che dall’ingresso principale porta al Campo 28, alle tombe dei miei familiari. Ogni sei mesi, passo di qui con due mazzi di fiori in mano grondanti acqua scelti per me da Jole, l’ultima fioraia del Piazzale, quella che fa meno chiasso, e faccio sempre lo stesso tragitto. La prima fermata è per lasciare qualche fiore davanti alla lapide di Capogrossi, che mi è di strada; mi avvidi anni fa di dove il maestro fosse sepolto allacciandomi una scarpa, e ricordo che mi si mosse un contrasto di sentimenti. Se ci si guarda attorno qui, si è quasi aggrediti dal gusto enfatico delle antiche famiglie nobili, eppure la sepoltura del Conte Giuseppe Capogrossi Guarna (1900-1972) è segnalata da una scabra lavagna ad altezza di battiscopa, un sussurro nel trambusto, una scritta sparuta in mezzo a statue, aquile, teschi, festoni, colonne, croci, sculture e smisurati sacelli nell’ala destra del Quadriportico del Verano. Longe alius, di lontano è un altro, recita il motto degli Alterati: ma il nostro esagera. Anche stavolta, ritrovo solo i miei fiori di sei mesi prima, che come al solito si polverizzano al tocco. Ne metto di freschi, azzurri e bianchi, eludo colonie di zanzare, indugio in una smorfia, passo oltre.

PS un ringraziamento alle dottoresse Maria Catalano e Chiara Sanginiti per l’aiuto nel reperimento del materiale fotografico

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8 commenti to “Capogrossi aveva gli occhi d’oro”

  1. Pezzo di bellezza incommentabile.
    Solo grazie.

  2. Io, in silenzio, cito Giampiero.

  3. Scrivi da dio, già te l’ho detto su lidi più vinosi, ma leggerti è davvero un piacere….

  4. L’avrò riletto tre o quattro volte; purtroppo di arte non ci capisco nulla, non ne so nulla e non saprei quindi che dire. Nonostante ciò, il pezzo si fa leggere e rileggere con estremo piacere; forse perché, più che il valore dell’oggetto descritto, traspare l’ardente e invidiabile amore per lo stesso da parte di chi scrive. Comunque un salto a Roma prima del 28 Ottobre lo faccio.

  5. Non ti sapevo appassionato d’arte. Sei sempre una sorpresa.
    P.s.: in un’altra vita, l’arte era il mio primo mestiere: se penso a quanti mafai, maccari e guttuso mi sono passati fra le mani, ancora piango.

  6. Che bellezza commovente. E poi quella sottile linea infuocata tra le scarpe e il suolo di Roma che ti accompagna, fa venire i brividi.

  7. Affascini parlando di arte, di vino, di Roma. Grazie per aver scritto questo articolo toccante, entro il 28 ottobre andrò obbligatoriamente nella Capitale a godermi visivamente quanto hai scritto.

  8. Delicato, toccante e diritto al cuore, come sempre.

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