Memorie dall’enofronte: una valanga di pr vi seppellirà

PR 2070

di Daniela Mugelli

Ci sono atteggiamenti, momenti, situazioni, strani fenomeni che osservo in questo mondo enoico che mi fanno sentire ciò che in realtà sono: un ali-eno.

La misura la dà il fatto che sono venti minuti che mi dico:

finiscono le idee.

Finiscono i giorni.

Finiscono gli amori.

Perché non dovrebbero finire anche i giornalisti?

E infatti finiscono. Perché una valanga di pr li seppellirà. Tanto che chi si occupa di comunicazione alla fine mi pare si ritrovi a mandare spesso comunicati stampa e inviti a chi fa lo stesso mestiere.

La chiusura di giornali (o di editori che pagano adeguatamente, verrebbe da pensare) ha di sicuro sollecitato l’allegra migrazione dall’informazione alla comunicazione. E la promiscuità tra le due cose. Bisogna pur mangiare, è ovvio, e l’italiano tiene sempre famiglia. Il problema dunque non è quello di scrivere di un vino o di un’azienda. Che può essere bella o brutta, interessante o insulsa. Il problema è capire perché un giornalista che non fa il giornalista dovrebbe occuparsene. Se tutti i giornalisti si bombardano a vicenda di comunicati, chi e perché dovrebbe pubblicarli o leggerli? Così sbocciano e fioriscono i blog in cui ciascuno recensisce i propri clienti o potenziali tali. Vetrine espositive fatte da, per e su il proprio carnet clienti. Autoreferenziali. Anacronistiche. Noiose. Sulla qualità della scritttura, poi, spesso meglio stendere un velo pietoso.

In un mondo United States of Marketing, velinato, pettinato, ritratto, fotografato, accomodato, perché si dovrebbero leggere giornali e guardare siti internet o trasmissioni TV se è tutto un’unica grande continua marchetta? Non esisterà più soluzione di continuità tra un articolo e un redazionale, tra i consigli per gli acquisti e un pezzo di informazione. E allora benvenuto zapping libero, anche nella lettura.

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13 commenti to “Memorie dall’enofronte: una valanga di pr vi seppellirà”

  1. Il problema è reale. La crisi dell’editoria di certo non sta risparmiando il mondo del vino, da sempre particolarmente restio nei confronti di ogni tipo di innovazione, a tutti i livelli ed in particolare nell’esplorare nuove forme di comunicazione.

    Tuttavia non sarei così tranchant, perchè se è vero che “sbocciano e fioriscono i blog in cui ciascuno recensisce i propri clienti o potenziali tali” (uh? dove esattamente?) è anche vero che non c’è mai stata una pluralità dell’informazione enoica come negli ultimi tre/quattro anni. Ed è sempre valida una regola, quella che vede proprio la rete luogo in cui non ci si può nascondere, posto in cui la marchetta alla lunga (ma a volte anche alla brevissima) emerge e che inevitabilmente viene relegata a “macchietta”. Non si può barare, non qui, non oggi: si viene smascherati troppo in fretta.

    Tra l’altro, e scusate se vado un momento off-topic, credo che una piccola parte della sopracitata crisi sia da imputare allo stesso identico atteggiamento della carta stampata, così sicura della propria sopravvivenza da perdere di vista il lettore e la necessaria trasparenza nei suoi confronti. Anche se questo è tutto un altro discorso.

  2. Far la maitresse è un gran mestiere per capire la società di massa. Lo scriveva Buadelaire.
    Dunque non mi scandalizzato affatto.

    La differenza autentica sta nelle finalità di ciascuno. Tutto qui.

  3. infatti, verrebbe da dire: perche’ prima era meglio di adesso?

  4. Riprendo un pò quanto detto da Jacopo, ma in rete chi fa le markette lo si vede lontano da un chilometro, basta analizzare la qualità e quantità della pubblicità (banner) presente sul blog/sito, il contenuto degli scritti per notare subito se è fatto a schiena diritta o china e veramente poco altro.
    Se poi si legge a bocca aperta ingurgitando tutto da chiunque come dei babbei, questo allora non è un problema di chi scrive (che porta l’acqua al suo mulino) ma di chi legge senza discernimento e spirito critico.

    Poi la prostituzione è sempre esistita e sempre esisterà e non solo sui marciapiedi!

  5. forse prima era meglio di adesso perché il giornalista aveva uno stipendio, doveva rendere conto solo al suo editore, e questo consentiva una maggiore libertà d’espressione. Oggi deve navigare a vista, tutti sono potenziali clienti, e allora meglio non farsi troppi nemici.

  6. Una volta, non troppi anni fa – 10-15 al massimo -, in Italia c’era praticamente una sola testata di informazione sul vino, una sola guida del vino. Il suo potere era fortissimo, ed orientava le vendite in modo sostanziale.
    Oggi le testate sono tantissime, le vendite sono poco o nulla influenzata dalla stampa, c’e’ una pluralita’ di voci che mette in risalto stili e tipi di vino diversissimi tra di loro. Il loro potere unitario si e’ ridimensionato di molto.
    In quale mondo e’ meglio stare, quello di prima o quello di ora? Io ho la mia preferenza, ed e’ quello di ora.

  7. Milioni di anni fa c’erano le radio libere, poi vennero le televisioni libere. Ora ci sono altri mezzi di comunicazione “liberi”. Come giustamente scrive Daniela si tratta spesso di un mischione fra comunicazione ed informazione.
    La libertà si è liberata dalla responsabilità. La polverizzazione ha indebolito il potere di pochi, anche il loro stipendio. Non mi sento di dire quale sia meglio, se il mondo “informativo” di un tempo o quello di adesso.

    Quello che deprime, dal mio punto di vista, è che un atteggiamento “volage” da parte di certi professionisti dell’informazione, pagava allora e paga anche adesso. L’utilizzo della rete viene cavalcato benissimo anche da vecchi babbioni accorti.

    Chi viene penalizzato di più non è l'”informatore” di un tempo riciclato in un blog pieno di banner a pagamento, bensì chi fa del suo lavoro un prodotto di qualità, ma ancora legato a certi schemi formali non più adatti ad un linguaggio così mutevole come quello della rete.

    Chi viene penalizzato di più è anche il giovane entusiasta dell’argomento “vino” e preparato dal punto di vista comunicativo, che però è uno dei tanti e che finché fa tutto gratis per passione può contare su di un certo seguito, appena si prospetta la voce ” a pagamento” , gli si crea il vuoto intorno.

    Infine, una parola accorata relativamente all’uso della lingua italiana. Lo scrivo, seppure consapevole di come io stessa azzechi i congiuntivi ogni tre mesi circa. Consapevole anche che sarà una preghiera inascoltata.
    Va bene esprimere le proprie idee, quando ci sono, le proprie emozioni, sensazioni, ribellioni, con un linguaggio spigliato e contemporaneo. Tale linguaggio deve essere veloce e penetrante, ma a volte si intorta in frasi che non hanno né capo né coda, o in termini bastardi, frullati dall’inglese, parole rimasticate e buttate là per vedere l’effetto che fa.
    Mi dicono che questa è la “Blogghistica”, appunto.

  8. Da “Selezione del Readers Drinkest” Per ospitare scritti serve un editore. Per fare l’editore servono idee passione e soldi. Questi vengono da vendite e da pubblicitá. Poi servono giornalisti ma nel mondo del vino troppi sono disposti a soddisfare il proprio ego e vanitá pur di scrivere di cose enoiche. Dnque perchè un editore dovrebbe pagare per qualcosa che può avere a gratis e quando poi non incassa nulla o quasi? Tutto parte da li, quante persone sono disposte a pagare per avere un servizio? Je no lo se pa.

  9. [vorrei rassicurare anonimo-mica-tanto-romagnolo che il narcisismo redazionale (chi scrive per leggersi) è un morbo così diffuso in tutti i settori – non solo quello enoico – che in confronto l’epidemia di tifo petecchiale e la peste nera han fatto meno vittime. scusate l’interruzione, continuate pure]

  10. Se è per quello ne sono affetto anch’io. In una forma senile e quindi prossima all’autoestinzione, sia chiaro.

  11. Ah giá,dimenticavo le marchette. Più facile a dirsi che a scovarle.

  12. Volage è raffinatissimo, e non va dato in pasto a codesti bloggerS potenziali. :)

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