Rabbia spaziale

io e la mia rabbia

di Raffaella Guidi Federzoni

I vostri argomenti non fermeranno la mia rabbia. Neanche la vostra buonafede. Nemmeno quello che è successo in passato, i morti sempre tirati fuori quando vi pare. Quando fa comodo si riesumano le salme, vittime di una tragedia orribile e perfettamente evitabile. Si usa di tutto per amplificare quei colpi di tosse, quello sgomitamento mediatico che si nutre di declamazioni sensazionali, come i funghi velenosi che crescono nel marciume del sottobosco.

Sto bevendo vino per cercare di formulare in modo articolato i miei pensieri rabbiosi. Una rabbia fredda e meditata. Un vino semplice e per niente terapeutico.
Ecco, partiamo da questo, dal vino. Chi se lo sceglie come compagno giornaliero lo sa, o dovrebbe sapere, che non è poi così sano farlo. Meglio non bere alcol, non affaticare il fegato. Meglio rimanere lucidi e sobri. Meglio far andare avanti nella vita il nostro contenitore fisico in modo incontaminato. Crescere ed invecchiare puri, scevri da cadute in tentazioni. Liberi da dipendenze.
Ma noi siamo umani, vogliamo vivere e godere. Vogliamo correre dei rischi, consapevolmente. Quindi ben venga il vino, e anche il resto se è possibile. Moriremo prima o poi, meglio poi.

La terra e la natura sono state a messe a servizio dell’uomo. Il suo compito è quello di trarne frutto. La sua etica è di farlo senza svilirla. Solo l’uomo può, perché solo l’uomo ha l’intelligenza, l’esperienza, il ricordo e la visione di quello che può essere il futuro.
In questo presente del mondo enoico, in questa frazione di tempo che a noi sembra così importante, ci troviamo un’avanguardia piccola, molto piccola ma anche molto agguerrita, che ci fa presente come sia possibile scegliere un’agricoltura meno invasiva, meno sottomessa ad un’industria globale, ribelle a certe leggi di mercato che sembravano immutabili.
Se c’è un campo (!) dove tale rivoluzione sembra più fattibile è proprio quello della produzione vinicola. I consumatori sono sensibili a certi richiami, generalmente più attenti a quello che c’è scritto sull’etichetta di una bottiglia che ad un testo stampato su di una confezione di piselli congelati.

Tutto bene? Mica tanto.

La maggior parte dei produttori che hanno scelto, o stanno scegliendo una strada di viticoltura “bio” in senso lato, sono troppo occupati in vigna ed in cantina per andare appresso ai vari ruscelli-torrenti- fiumi- inondazioni, di discorsi, parole, provocazioni che appestano i blog vinosi, affini e collaterali. Anche i produttori che giustamente non si vergognano a chiamarsi “convenzionali” hanno lo stesso daffare.

Per entrambe le categorie è inoltre iniziata la stagione delle vendite, si tratta di andare a giro e darsi da fare per piazzare le ultime annate. Far rientrare i soldi spesi ed investiti. Ben pochi si possono permettere il lusso di starsene a casa con la fila di clienti fuori.
Invece tanto tempo libero lo hanno altri. Coloro che ci informano senza tregua riguardo ai veleni velenosissimi contenuti nei vini degli altri. Ci viene poi comunicato in modo bizzarro come possiamo salvarci la vita scegliendo un vino puro, un vino libero.
Ahimè la parola “libertà” ormai è diventata una meretrice dalle gambe sempre aperte in cui ci si infila chiunque.

S’ode a destra uno squillo di tromba che afferma perentorio “60 possibili veleni ammessi nei vini provenienti da vigne la cui terra è immangiabile”. A sinistra risponde uno squillo “Niente più solfiti o lieviti selezionati, buttiamoli nel rogo insieme ai reggiseni sopravvissuti al femminismo” .
D’ambo i lati calpesto rimbomba/ da furbetti e da guru il terroir.

Questo è il motivo della mia rabbia. Che il lavoro di persone veramente motivate ed eticamente a posto venga spiegato in modo ridicolo e superficiale. Che si sostengano scelte giuste con argomenti sbagliati. Che si consideri nemico e bandito chi non fa come noi. Che si affermi in modo ispirato come la maggior parte dei vini non siano vini ma liquidi diabolici sgorganti da menti criminali. Che ci sia chi se ne approfitti e appesantisca con i soldi e la propria visibilità la già fragile barca di una produzione enoica “alternativa” e con le idee non proprio chiarissime.
La rabbia di chi ama il vino e le tante persone che ci lavorano sul serio.
Persone viste in vigna ed in cantina, o anche nelle fiere mercantili, non lette su barricate mediatiche.

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2 commenti to “Rabbia spaziale”

  1. Oh, come è vero. Com’è odiosa la banalità con cui si sintetizza e si divide il mondo enoico tra buoni e cattivi con superficiali schematizzazioni.

  2. Com’è paradossale questo manicheismo d’accatto, più che sento zeloti urlanti e più che solidarizzo con quei porcelloni impenitenti dei Medici che attostarono il Savonarola. Meglio dieci anni da epicureo che cento da Calvino!

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