Trattato paracul-turale di percezione del gusto in treno

1

di Gae Saccoccio

Sul treno per Fxxxxx.

Sono forse maturi i tempi per la chiusura di quel cerchio che ci ricongiunge ai dinosauri?
Morte clinica dello spirito. Cadaverizzazione dei cervelli.

Nipote in età pre-adolescenziale teatralmente effeminato e nonno in fase post-tombale – fantasmi di scolastici medioevali dei nostri temibilissimi tempi – con dotta erudizione disputano circa gl’accadimenti o i fatti del giorno relativi al Grande Fratello cioè il Magnus Frater.

Il tema del buon o cattivo (cattiv?) gusto in merito a un dipinto, a un libro, a una composizione musicale, a un algoritmo, a un cibo, a una proporzione architettonica o a un vino, è, oltre ogni immaginazione, dei più complessi, corrivi e corrosivi per la mente dei tanti complessati ben o male (mal?) pensanti che disturbano l’orizzonte.

Col fatto poi che in India ancora oggi la setta indù degli Agori consumino le carni dei cadaveri abbandonati sulle acque del fiume Gange nella credulona credenza di allontanare la vecchiaia… ecco, una forma di relativismo culturale di tal genere non aiuta certo a mantenere le idee tanto chiare in questo porcilaio di scimmie acquatiche raglianti dei nostri simili assieme a cui sovraffolliamo l’orbe terrestre a miliardi senza giudizio, intasando le rotte del pianeta acqueo.

La Veduta di Delft ad esempio, nello sguardo rapace di Proust poteva anche essere “il quadro più bello del mondo” come racconta nell’episodio della morte di Bergotte lo scrittore (ne La Recherche, dove altro sennò?), facendogli sostenere che c’è un minutissimo particolare del dipinto dove su un invisibile lembo di muro giallo sullo sfondo, se guardato con la giusta propensione investigativa, è presente una trama di bellezza indescrivibile… Eppure, eppure siamo arrivati a questa nostra epoca bislacca dove stampe seriali dei Picasso, Dalì, Van Gogh, Vermeer e compagnia pitturante, adornano tazzine di caffè, mutandine infraculo, pareti di vespasiani, pantofole ad uso dei vecchietti incontinenti.

Per tacere delle cantate sacre di Bach Herz und Mund und Tat und Leben o d’un classico standard di Gershwin Do it Again interpretato al piano da Thelonious Monk, che sono riutilizzati come tappezzerie sonore a sostegno d’uno spot TV (oramai Youtube) dei suppostoni multicolori anti-stitichezza: Sciolta-Fast.
A questo punto sembra quasi di trovarsi proiettati nelle cupe malinconie manga anni 80 di Galaxy Express 999, creazione di Leiji Matsumoto, lo stesso disegnatore di Capitan Harlock.

Eccolo qua, che indicibile strazio. Un signore sulla cinquantina ben vestito, palesemente affetto dal morbo di Parkinson, vende “panin’ patatin’ acqu’e cocacòl” su quest’interregionale pidocchioso Roma-Napoli. Suscita in noi un moto d’incolmabile, leopardiano dolore mega-galattico si o no? Avessimo una lira bucata per piangere, compreremmo da lui tutti e due i secchi in plastica colmi di merce che, tremando, strascina con sé, tanto per alleggerirlo un pochino – anche se solo per un giorno – di quel peso inumano? E che sapore avrà la coca-cola di questo nostro povero Cristo dei treni d’Italia? Sarà una coca-cola intrisa d’un retrogusto tragico, amaro, fragile, straziante? di certo non infonde al palato la stessa texture zuccherosa diarroica di quella che mai prenderemmo alla macchinetta automatica o a un anonimo bar della stazione e in nessunissimo altro fottuto posto del grigio – altroché rosso – mondo Drink Coca-Cola!

Ancora qui in treno, sgranocchiando montagne di panin’ e patatin’ al sapor d’ansioso struggimento, immergiamo infine la vista in più edificanti letture da domenica strapaesana.

2

“Figli del nosto tempo ci è vietato bamboleggiare (se non forse la domenica a mezzogiorno) con impossibili ritorni all’indietro. In un paese posseduto dalle macchine, fortemente industrializzato, i sogni edenici e le fantasie preraffaelite sono rigorosamente vietati. (…) Non è raro incontrare magliari e pataccari della cucina saliti in trampoli, pontificare ex cathedra, predicare nuovi vangeli. La nostalgia dei “mulini bianchi” e delle conserve della nonna giuoca brutti scherzi a tutti eccettuata l’industria alimentare che manovra con intelligente spericolatezza sull’italiano affamato di passato, nostalgico della nonna, orfano della mamma. Per fortuna ci sono le mogli premurose che, sotto l’occhio felicemente autorevole della genitritice, aprono trionfalmente “per farlo felice” scatolette di carne in gelatina.” Piero Camporesi (1990)

Quindi cedo subito il passo a una pagina interna del New York Times intitolata, traduco à la volée: “Cibo di domani. Sviluppare il gusto per i pasti a stampa.” Trattasi di un articolo sulle applicazioni in cucina delle stampanti in 3 D, visto che l’industria alimentare non si accontenta solo di eruttare brutte copie di alimenti in serie, a breve avremo anche delle tristissime fotocopie di cibo sintetico, personalizzato in 3 D. Già penso all’abuso di queste 3-D printers in enologia ad esempio. Pregusto i vini “sostenibili” fatti con programmazione “bla-bla-bla-eco-sostenibile” e impostazione “bio-minchio-qualcosa” attraverso l’utilizzo delle stesse stampanti in fase di vinificazione… e mi monta dentro un nervoso, un urto psicosomatico m’assale dalle caviglie alla carotide che ci schiatto di bile in corpo mentre i Signorotti del Vino se la ridono allegramente pontificando progresso, moltiplicando utili, prolificando figli, mentecattaggine e stronzate come tanti vuoti a perdere.

Allora, gigi-marzullescamente, mi domando: “Vuoi mettere le ineguagliabili conquiste del progresso?” e rispondo:

“Oggi da Roma in meno di 3 ore sei a Istanbul! Sorvolando la Bulgaria puoi spalmare del burro confezionato in Svizzera su pane scongelato d’Albania ma imbustato a Budapest o Belgrado; sorseggiare acqua dell’Ucraina mentre spilucchi pasta precotta fabbricata ad Abū Dhabī bevendoci su un acre blend di Cab-Sauvignon/Syrah prodotto in Turchia.. ma insomma, tutto questo cibo-vino diffuso ad uso e abuso delle masse non ha che un medesimo, monocorde sentore acidulo, piatto, insapore; un cazzo di gusto – un gusto del cazzo – sterile e plasticoso che sa sempre e solo di cellophane/alluminio/polistirolo/metallo emulsionati assieme.”

E poi noi siamo ancora sempre qua che poveretti ci si accapiglia tanto – maggiormente i calvi – su grette questioni di lana leonina (tigrina? giraffina? fochina? gattopardina? pecorina?) relative all’omologazione e alle anomalie di puzze, cattivi odori, profumi blasé che interessano in fondo una frivola, privilegiatissima nicchia infinitesimale di consumatori enogastronomici sparapippe quasi nostri simili, sempre raglianti come voi e me, anche se un po’ più fuori dal porcile.

C’arrabattiamo cioè bizantinisti a elucubrare quanti angeli ci sono sulla punta del collo d’una bottiglia di Jayer, quando la stragrande maggioranza del Paese, del Continente del Mondo fin dalla placenta si nutre ed è nutrita farmacologicamente a vangate di Cibo/Acqua/Vino/Latte/Uova ovvero a container d’EMULSIO [Epatica Merda Uniformativa Liofilizzata Sintetica Idrogenata Omologante] così che i nostri parametri di “anomalo” e “regolare”, “puzzolente” o “fragrante”, “autentico” o “artefatto” sono completamente sballati, indecidibili rispetto ad un ideale buon-gusto originario, naturale. Anche qui poi, cosa sarebbe mai questo benedetto “buon gusto originario, naturale” soprattutto se siamo nati e cresciuti a badilate di pappette dolciastre e omogeneizzati?

Oltretutto siamo circondati tutta la nostra vita biochimica ed iper-protetta a botte di nicotina, pillole anticoncezionali, latex, cellophane, acque distillate, salmoni iniettati d’antibiotici, bovini anabolizzati, formaggi a base di latte in polvere, detersivi, polli da batteria, surrogati del caffè, del tè, del cacao, dell’uva… altroché i Petrus, gl’Yquem i Romanée-Conti, i Trockenbeerenauslese, i Krug, i Monfortino, i Biondi Santi.

telesaccoccio

Il germe patogeno della comunicazione tout-court oggi, a maggior ragione il linguaggio del vino, mi pare incubarsi nella totale sostituzione/sterilizzazione della sostanza a favore dell’aggettivo qualificativo in voga del momento che a furia di abusarne diventa vuoto slogan privo di qualsiasi connessione con la realtà: “naturale”, “libero”, “bio”, “sostenibile”, “macerato”, “puzzamerdino”, “anforato”, “non-solfitico”, “orangiato”, “vegano”…

Parole svuotate di senso. Aggettivi senza alcuno slancio, termini castrati d’energia vitale. Orrendi cliché messi a giro come bestie addomesticate alla frusta e allo zuccherino da circo Barnum del marketing che alla fin fine auto-certificano soltanto l’EGO megalomane di chi quel vino non si limita solo a farlo come si deve ma pretende anche comunicarlo. E lo comunica talmente male, con una tale protervia ed irritante goffaggine che confonde la tecnica di vinficazione con la bontà effettiva del prodotto ultimo o presume addirittura di assumere l’effetto del vaso vinario – che è solo un “mezzo” – con la qualità concreta – o “causa finale” (per continuare con questa mummificata terminologia d’impronta aristotelica) – della sostanza ultima (substantia) vino.

Non è già di suo aberrante l’impiego di Giotto, Masaccio, Leonardo, Michelangelo come fossero collarini a biechi brand commerciali allo scopo di propagandare sciroppi d’acero per il catarro, merendine alle scie chimiche e carta igienica ai 7 veli di Calipso? Il punto decisivo è forse solo questo: ricercare, riconoscere la sostanza e la verità dietro agli “slogan-falsità” come usava rammentarci il filosofo della scienza modulare Battisti Lucio. Non basta dire Barolo o Brunello utilizzati quasi come “qualificativi” validi a priori e significativi in sé, ma bisogna identificare zona, tipicità, andamento stagionale, lavorazioni in vigna e cantina. Riconoscere il volto direi quasi del vignaiolo per poter instaurare un solido patto di fiducia produttore/consumatore. Giotto, tanto per dire, rischia di restare parola vuota se non si è mai stati in visita ad Assisi o alla cappella degli Scrovegni!

In alcuni paesi islamici s’infila il pollice nella pasta del pane prima di metterlo sul fuoco o nel forno, per convalidare che a farlo è stata proprio la mano dell’uomo. Quello che sempre più uomini e donne stanno perdendo al giorno d’oggi è difatti l’uso della mano concatenata al cervello a confermare un pensiero profondo che traccia un saper fare evolutivo non sintetizzabile dalle macchine defeca-soldi e da troppi spersonalizzati automatismi caca-cibo.

“Biglietto, biglietto grazie…” questo il capotreno rivolto a me e agl’altri viaggiatori nel vagone mentre io, sicuramente in preda a un raptus di paracusia, più nota come allucinazione uditiva, immagino che il capotreno stia farneticando a voce alta un passo dal Codeluppi Vanni de Il Biocapitalismo:

” (..) il “biovalore” può essere estratto dalle proprietà vitali delle creature viventi (…) l’intero corpo umano è diventato oggetto di sfruttamento economico (…) un processo di progressiva invasione dei corpi e delle menti da parte del sistema capitalistico.”

A questo punto non riconosco più se sono stato vittima d’un altro delirio mentale, una vana illusione pareidolitica però ‘sta volta. Giunto a destinazione m’appare una zingarella, una madonnina vestita di stracci. Mi appoggia sul ginocchio un biglietto stampato come fanno alcuni, autentici e meno autentici, sordomuti che chiedono l’elemosina sui treni lasciando questo tipo di messaggi scritti. Il bigliettino stampato della zingarella, poi per sempre scomparsa alla mia vista, tra parentesi graffe puntualizzava quanto segue:

{Analisi c(l)inica d’una categoria merceologica apparentemente umana.
Radiografia sociale del mangiamerda tra evoluzione della specie e disagio della civiltà
– il mangiamerda va sempre di fretta per non andar da nessuna parte;
– il mangiamerda va sempre di fretta per andare a guadagnarsi la pagnotta verso una destinaz. di lavoro improbabile che era meglio “andar da nessuna parte”;
– il mangiamerda azzanna qualsiasi oggetto di sembianze alimentari purché costi poco e dia la senzazione immediata d’appagamento psicofisico;
– il mangiamerda si riproduce frenetico alla stessa maniera casuale con cui è stato riprodotto. Respira a casaccio nel modo del tutto inconsapevole con cui anche superficialmente s’ingozza, moltiplicando a sua volta una prole d’altri piccoli, mocciosetti mangiamerda in crescita e forma.}

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