Il mistero del segreto dell’enigma

di Fabio Rizzari

Trama: la soluzione di un enigma che riguarda un vino è tenuta segreta per generazioni, tramandata da padre in figlio. Quando l’ultimo testimone scompare, il segreto dell’enigma finisce avvolto nel mistero.

In un paese sperduto nel nord della Spagna, dove è meno difficile coltivare sassi che allevare la vite, un tempo esisteva un vino che tutti in zona ritenevano speciale. Ottenuto da pochi, spelacchiati grappoli di viura (chiamata anche macabeo), una varietà che sopporta il freddo e spesso pure le gelate, poteva essere – ed era spesso – un vino unico. Un vino che somigliava solo a se stesso; ma se proprio gli si doveva ingenerosamente accostare un qualche bianco celebre, i palati dei bevitori più esperti lo definivano una sorta di incrocio tra un Yquem, un Tokaji Eszencia e un Eiswein.

Lo producevano solo quattro o cinque nuclei famigliari, tutti imparentati fra loro più o meno alla lontana. E tutti custodi del segreto dell’enigma della sua fabbricazione. Sì, perché non era di quei vini che “nascono da soli”, per i quali “basta assecondare la natura” e simili romanticherie. Era propriamente fabbricato: come uno Champagne, o un Amarone, o più prosaicamente un rosso dell’enologo di grido (“ahiaiiiiiiii”).

Dalle scarse informazioni “raccolte e coordinate in appresso”, un investigatore degli anni Trenta aveva potuto assodare che il primo, ineludibile passaggio della lavorazione era sciogliere un enigma iniziale osservando qualcosa: la vigna, i grappoli, forse la luce particolare di una mattina gelida, o chissà cos’altro. Poi, risolto l’enigma iniziale, tutto il resto andava in discesa, sia pure una discesa controllata e ricca di passaggi pratici: fai così, fai colì, alza questo, abbassa quello, svuota lì e riempi là, eccetera.

L’investigatore degli anni Trenta investigò per anni (trenta, probabilmente), ma non pervenne a capire cosa cazzarola si dovesse osservare, quale segno nascosto occorresse individuare per far partire la macchina esecutiva del vino. I discendenti delle varie famiglie erano bravissimi ad arroccarsi in difesa. Niente trapelava, neppure un accenno che permettesse almeno di circoscrivere l’ambito della ricerca. Si trattava dell’apparizione di un qualche insetto, o di una qualche erba o pianta vicina alla vigna? Bisognava essere un po’ astronomi, guardare in una certa direzione a una certa ora del giorno o della sera?
Niente. Non si capiva. Il segreto dell’enigma rimaneva blindato e inaccessibile.

Poi l’ultimo disceso scomparve, e con lui il segreto dell’enigma.
Ora il segreto dell’enigma è un fitto mistero. Nessuno saprà mai quale quesito enigmatico ponga la vigna ai suoi curatori, e come si possa risolvere. Il mistero del segreto dell’enigma è destinato a rimanere tale.

Post scriptum
Una bottiglia di quel vino io l’ho provata. Non aveva etichetta né alcun dettaglio che permettesse di risalire a un’annata, a un luogo specifico, allo stesso nome del vino; se ne aveva uno, di nome. Me l’ha offerta anni fa Emanuele, un anestesista fiorentino che vive e lavora a Puente la Reina, in Navarra. A giudicare dalla ricognizione esterna – vetro chiaro, polvere stratificata – doveva avere parecchi decenni. Il tappo era in forma sorprendente per l’età: ancora compatto, non sbricioloso, abbozzava addirittura una sua forma residuale di elasticità. E com’era il vino?
Era, beh, incredibile.

 

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