Ansia da prestazione

di Raffaella Guidi Federzoni

“Questa è stata una vendemmia che se si lasciava fare alla natura, si era fottuti”. Il mio primo pensiero assoluto nel mentre mi impegnavo all’assaggio delle diverse prove montalcinesi relative al Brunello 2018. Ho avuto la fortuna di poter disporre di due sessioni differenti: una più intima, privata e fornita di alcuni sovversivi che non volevano confondersi con il mainstream del Consorzio; puntualizzo come la degustazione fosse a pagamento e che non ho visto neanche l’ombra di giornalista/critico/blogger presenziarla. Un avvenimento privato e basta.
La seconda, quella ufficiale, si è svolta come sempre negli spazi del Chiostro di Sant’Agostino, il cui Museo adiacente è visitato in quei giorni solo da chi ha impellenti bisogni di minzione, essendo le toilettes locate alla fine del percorso museale.

Tornando agli assaggi e alle conclusioni successive, poiché non ho alcuna autorità critica, solo un palato affinatosi negli ultimi decenni, oltreché una certa memoria di come i vini alla nascita siano diversi dalla loro successiva maturità, non voglio dilungarmi su di una singola vendemmia. Mi limito a constatare come l’interpretazione umana sia indispensabile per partorire un prodotto chiamato “vino”. In alcune annate basta semplicemente curarsi che le uve arrivino in cantina sane e poi procedere nella vinificazione successiva senza scelte drastiche. In altre c’è bisogno di polsi saldi, determinazione, sacrificio. Soprattutto c’è da evitare l’ansia di prestazione, ignorando la critica specializzata e non, il mercato che chiede sempre l’impossibile e tutto l’enofighettume che aspetta al varco.

Direi che il lavoro dei vignaioli, grandi-medi-piccoli-minuscoli, ha fornito vini altalenanti dall’astringenza e timidezza all’estremo opposto, cioè evoluzioni spinte ed esagerate. In mezzo però ho degustato prove mature e affidabili, eseguite non solo da vecchie volpi, anche da una consistente percentuale di giovani o semi-giovani che hanno imparato velocemente cosa sia il Sangiovese di qui destinato al vino più importante. Il risultato è fragranza, succulenza, in alcuni casi struttura significativa, eleganza e promessa, tanta promessa. Non si può chiedere di più.

Qui mi permetto una digressione su cosa ci si aspetta da un Brunello di Montalcino nel Terzo Millennio. La poesia del lungo o lunghissimo invecchiamento è diventata crepuscolare come gli “occhi d’un azzurro di stoviglia della Signorina Felicita”*; un buon novanta percento degli acquirenti si beve il contenuto nel giro di due-cinque anni. Il resto appartiene ai collezionisti o a qualche genitore volonteroso che mette da parte un paio di bocce per la maggiore età della prole; probabilmente finirà per bersela egli stesso, mentre quello che una volta era un adorabile infante ora è un adolescente brufoloso, chiuso nella propria camera davanti a uno schermo e sai che gli frega del vino comprato da babbo.

Ormai si tratta di mettere sul mercato un vino integrato, identitario, accattivante, complesso e degno di indossare l’etichetta che indica la Denominazione. Un vino che non complichi la vita di chi lo serve in un ristorante o chi lo offre a una cena fra amici. Senza doverlo lasciare in eredità alla generazione successiva.

Quindi, il debutto in società del Brunello di Montalcino, per quanto anticipato, deve già rendere il vino leggibile alla schiera di degustatori che a loro volta sono in gran parte preda della propria ansia da prestazione. Mica sono solo i produttori a soffrirne, anche tanti di quelli che tuffano il naso nel bicchiere, poi lo rituffano, poi sorseggiano, poi gargarizzano, poi sputano, sono vittima di tale sindrome.
Perché il mondo è in attesa di un loro verdetto, meglio se ammantato da aggettivi e descrittori fantasiosi; più, naturalmente, sintetizzato da punteggi, i quali sono diventati inevitabili come il cambiamento climatico.

I bravi degustatori/critici/giornalisti/blogger ce la mettono tutta per arrivare in tempo – cioè un paio di giorni al massimo -a pubblicare il loro autorevole giudizio. Pazienza se poi il vino arriverà al consumatore finale dopo mesi. Pazienza se il mercato molto smaliziato non li considera perché non fanno parte di quella cinquina che sposta casse e pallets.
Essi scrivono perché non se ne può fare a meno, ormai è un gioco perverso peggio di Squid Games.

Esagero? Beh, un po’ sì, lo ammetto. Ritengo che la lettura di un giudizio ben articolato e cauto possa indirizzare il consumatore verso cosa comprare.
Nel caso dell’ultima annata presentata mi auguro che i lettori e possibili acquirenti siano abbastanza autonomi nelle loro scelte, e non si tirino indietro nell’acquistare esempi di un’annata pur sempre molto brunellesca, per quanto più lineare, meno sfaccettata e strutturata.
Un’annata bevibile e godibile senza troppe seghe.

Come mia consuetudine, anche perché ormai fuori tempo massimo, non riporto il nome di alcuna azienda. Abito qui e qui voglio restare senza essere additata per strada.
Però, dato che preferisco giocare con le parole e non con i numeri, riporto in ordine cronologico l’aggettivo consegnato a ogni vino assaggiato, solo uno a testa.

Migliorato – Deludente – Banale – Promettente – Succulento. – Presuntuoso – Esuberante – Composto – Ambizioso – Dinamico – Sforzato – Femminile -Eccessivo – Spompato – Compiuto- Ineccepibile – Futuribile – Coraggioso – Espressivo – Piatto – Corretto – Deprimente – Scomposto – Interrogativo – Ruffiano – Vorrei ma non posso – Impostore – Scontato – Confezionato – Adolescenziale – Sincero – Cesellato – Scorretto – Emblematico – Irruento – Impeccabile – Costruito – Prudente – Volonteroso – Nerd – Carnale – Prevedibile- Lussureggiante – Lezioso – Classico – Amatoriale – Inconfutabile – Identitario – Serio – Zelante.

Alla fine della maratona, mi sono voluta regalare un balocchino e ho assaggiato cinque Rosso di Montalcino, solo cinque. Mi sono bastati come conferma che se si fanno le cose per bene, entrambe le categorie giocano degnamente il proprio campionato, senza confondere il consumatore finale su chi è chi.

Delizioso – Sorprendente – Affidabile – Studiato – Agreste.

* da Signorina Felicita, poesia di Guido Gozzano.

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