Il vino italiano del fatale decennio 1990: stoccata e controstoccata

di Fabio Rizzari

Notoriamente – e per notoriamente intendo nella cerchia dei miei amici e in quella dei miei vicini di casa – sono un severo valutatore della produzione italica relativa al cosiddetto Rinascimento del vino italiano.
In sintesi, per me: molte luci e molte ombre.
Ciò tuttavia non mi fa velo nel riconoscere che le bottiglie piazzate nella categoria “luci” fossero molto riuscite.

Qualche sera fa ho discusso, in modo molto civile, con un collega che a riguardo mi rimprovera un atteggiamento qua e là ideologico e pregiudiziale. A un certo punto della conversazione mi sono immerso nella frenetica consultazione (tramite efficiente iPhone) dell’archivio dei miei post. Riuscendo a ripescare quello seguente, che mi pare segnali un atteggiamento critico equilibrato.
Data di pubblicazione, 2011.
Ringrazio il collega per avermi riconosciuto tale serenità di giudizio e anche per avermi permesso di scrivere qui l’espressione “non mi fa velo”, che volevo usare da tempo.

Il commercialista mistico

La tanto criticata enologia italiota degli anni Novanta, spesso iper-interventista in vigna e soprattutto in cantina, ha saputo dare vini degni del massimo rispetto anche riassaggiati a dieci, quindici anni di distanza.

È il destino del nostro ondivago mondo del vino, oggettivamente privo di una visione unitaria, di un percorso condiviso, di un’unità di intenti tra produttori della stessa zona (figuriamoci tra produttori di zone diverse): dover passare attraverso la lente deformante degli stereotipi, dei pregiudizi acritici, delle giravolte capricciose della moda.

Oggi va di moda giustappunto bollare come finta, artificiosa, troppo manipolata la maggior parte dei rossi del decennio 1990/2000. Ma si tratta guarda caso di un cliché, sia pure non privo di fondamento. Si potrebbero portare vari esempi, a cominciare da alcune cuvée tosche attualmente poco “cool” (e che perciò non nomino per non amareggiare i relativi artefici), capaci di insospettabili doti atletiche anche a distanza di un quindicennio.

Di esempio ne pesco nel dettaglio solo uno, fresco fresco di una nuova stappatura: un interessantissimo Turriga 1995. Sulle prime ripiegato su se stesso, respira a fatica, ha bisogno di un quarto d’ora per sciogliersi. La riduzione iniziale lascia poi il posto ad aromi scuri, ombrosi, dominati dalle sfumature terziarie. Buono, ma diciamo che il quadro aromatico non è il suo punto di forza.

Al palato le cose cambiano. L’attacco, di precisione non millimetrica ma perentorio, baritonale, ha senz’altro grinta da vendere. A centro bocca il gusto tende a sollevarsi, a vincere con successo la forza di gravità esercitata dalla consistente massa tannica. I tannini sono in effetti compatti, terrosi, ma concedono un finale arioso, non amaro. Un finale soprattutto rinfrescante, balsamico, che invoglia al sorso successivo. Nessun freno particolare nemmeno dall’alcol, se non modesto – 12,5 gradi dichiarati ottimisticamente in etichetta – di sicuro non invadente.

Un rosso non lontano dalla qualità di un buon Bordeaux della stessa vendemmia. Quindi a conti fatti non proprio da buttare via, direi.

 

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