
di Giovanni Bietti
Questo è il resoconto di una serata, e di una bevuta, eccezionali.
Qualche tempo fa un caro amico mi ha comunicato, con molta discrezione, di aver trovato una bottiglia di Romanée-Conti 1929, e di volerla aprire insieme. Avete letto bene, la mitica annata 1929 del vino più famoso del mondo. Si trattava, è vero, di un imbottigliamento belga, una delle rinomate bottiglie del grande négociant Vandermeulen, e non di una Mise du Domaine; ma comunque era un autentico RC del 1929.
Non c’è certo bisogno di spiegare, in generale, di quale vino si tratti, visto che su di esso (come sulla storia della proprietà, sulle caratteristiche geologiche e climatiche del vigneto, sulle attuali pratiche agricole del Domaine, sul tradizionale metodo di vinificazione a grappolo intero che dona al vino una ricchezza sontuosa unita all’eleganza più aristocratica) sono state scritte migliaia di pagine. Ma forse è il caso di raccontare qualcosa sul Romanée-Conti 1929, che oltre a essere il prodotto di un’annata celeberrima era ancora ottenuto da viti prefillossera.
La leggenda vuole addirittura che le viti, riprodotte per propaggine nel corso dei secoli, fossero quelle originariamente piantate nel 1585: secondo le testimonianze il vigneto negli anni Venti del Novecento era costituito da una selva di piante, non ordinate, con le radici intrecciate tra loro. La densità era molto maggiore di quella odierna, quasi trentamila ceppi per ettaro; le pratiche viticole e le lavorazioni si potevano fare soltanto a mano, non riusciva a entrare nel vigneto nemmeno un cavallo.

Le rese erano bassissime, in media soltanto 11-12 ettolitri per ettaro, e per di più tendevano a diminuire anno dopo anno. Il grande 1929 comunque fu un’eccezione: in quell’annata magica la vigna regalò 30 ettolitri per ettaro, un dato che si avvicina addirittura a quelli degli anni recenti (la resa del 1990, per esempio, è stata di 32 ettolitri; ma per avere un termine di confronto all’epoca si pensi che il 1928, eccellente vendemmia peraltro, aveva dato una resa di soli 7,5 ettolitri).
Il Domaine de la Romanée Conti rifiutò ostinatamente di espiantare le vecchissime viti a piede franco di questo mitico pezzo di terra, e quelle che ancora sopravvivevano in una parte del vicino Richebourg, per tutta la prima metà del Novecento, lottando disperatamente contro la fillossera (il terribile insetto che distruggeva i vigneti, apparso per la prima volta in Borgogna nel 1878).
L’unica possibilità che i viticoltori avevano trovato per permettere alle piante di sopravvivere al flagello – in alternativa all’innesto su piede americano, che però nell’opinione di molti modificava radicalmente le caratteristiche della pianta e quindi il vino stesso – era la regolare fumigazione del terreno con solfuro di carbonio: al Domaine questa laboriosa procedura veniva ripetuta due volte l’anno, e fino alla fine degli anni Trenta permise, almeno in parte, di conservare le Vieilles vignes françaises rivendicate con orgoglio perfino sull’etichetta della parte di Richebourg prodotta con il piede franco (si produceva una cuvée di “Richebourgs Vieux Cépages”, distinta dal semplice “Richebourg”).
La guerra però rese impossibile reperire con continuità i prodotti necessari, e quindi effettuare i trattamenti: il venerabile vigneto deperiva a vista d’occhio, tanto che del Romanée-Conti 1945 si produssero soltanto 608 bottiglie! Ciò che rimaneva della mitica vigna fu quindi espiantato nello stesso 1945, dopo la vendemmia.
Com’è noto, la prima annata di Romanée-Conti prodotta con le nuove vigne su piede americano è il 1952, nonostante il fatto che sul mercato siano a volte apparse bottiglie – ovviamente false – di grandi annate come il 1947 o il 1949.
Inutile dire con quanto entusiasmo io abbia accolto la proposta, naturalmente. Ma volevo comunque contribuire con una bottiglia all’altezza, un compito difficilissimo: cosa si può accostare a un Romanée-Conti 1929? Il vino in questione doveva avere soprattutto due caratteristiche: provenire da vigne a piede franco, prefillossera, e avere un’età paragonabile, almeno novant’anni (inoltre doveva essere un vino prestigioso di una grandissima annata, ma questo è scontato).
La scelta è stata più semplice di quanto si possa pensare: ho portato una bottiglia di Barolo Riserva Borgogno 1931. Un vino ottenuto da viti prefillossera – nelle Langhe il malefico insetto è arrivato molto più tardi rispetto alla Francia, esattamente nel 1931; ancora molti Barolo 1947 provengono dalle vecchie viti a piede franco – e frutto di un’annata mitica, che in Piemonte è considerata una delle più grandi vendemmie del secolo scorso.
Il 1931 lo avevo già bevuto, e più di una volta: molto diverso da un Borgogna, naturalmente (a parte il nome del produttore…), ma un vino straordinario, integro, fantastica espressione della sua zona e del suo vitigno, con la spontaneità accogliente del piede franco e la saggezza tranquilla dei molti decenni passati in bottiglia. L’accostamento, come si vede, era più che interessante.
Entrambe le bottiglie avevano un livello perfetto. Il tappo, piuttosto piccolo per il Romanée-Conti e davvero minuscolo (poco più di 3 cm!) per il Barolo, è uscito senza problemi. Mi è successo spesso di osservare che i sugheri di una volta – frutto di una selezione molto più rigorosa rispetto a oggi – avevano tutt’altra qualità, e anche in questo caso hanno mantenuto integro il contenuto delle due bottiglie, che comunque erano state evidentemente conservate alla perfezione nel corso della loro lunga esistenza.
I vini sono stati aperti due ore prima di cominciare la degustazione, sia pure con un po’ di titubanza visto che i vecchi Borgogna soffrono spesso l’areazione prolungata. Ma questa bottiglia non ha mostrato il minimo segno di cedimento, tutt’altro. Sono stati serviti insieme, contemporaneamente, per poterli confrontare al meglio. Li abbiamo assaggiati, studiati, bevuti, rincorsi per tre ore, e come vedrete sarebbe servito più tempo.

Diciamo subito, per sgombrare il campo da ogni possibile snobismo, che il Barolo ha retto perfettamente il confronto. I due vini, comunque, parlavano lingue diverse e si esprimevano – per fortuna – su due registri totalmente differenti. Il 1931 era, per usare un termine caro a Renato Ratti, maestoso, perfino monumentale. Il 1929 era imprevedibile, a tratti persino inafferrabile. In quei due vini, abbiamo pensato un po’ tutti, si racchiudeva l’essenza delle due zone e dei due vitigni, espressa da una viticoltura antica, senza chimica, pesticidi, diserbanti (e soprattutto senza la “traduzione”, sempre imperfetta, del portainnesto), e da una tecnica enologica tradizionale – sono pronto a scommettere che una percentuale di raspi è stata usata anche nella vinificazione del Barolo – in grado di valorizzare le uve migliori di una grande annata.
L’aspetto che forse ci ha colpito di più nel 1929 era l’evoluzione costante, incessante nel bicchiere: il vino cambiava, letteralmente, ogni minuto. Si sa che questa è, da sempre, una delle qualità più caratteristiche dei vini DRC, ma qui la ricchezza e la varietà delle sfumature andavano oltre ogni precedente esperienza gustativa.
Non a caso, nel corso della serata nessuno ha avanzato paragoni con altri vini: l’unico collegamento che mi è venuto in mente, per un breve istante di evoluzione nel bicchiere, è stato con un La Tâche 1993 bevuto circa vent’anni fa; ma la suggestione si è affacciata ed è subito scomparsa, fulminea. Questa bottiglia di Romanée-Conti 1929, a quasi un secolo di vita, era sempre un passo avanti. Ogni volta che ci sembrava di averla inquadrata, di riuscire a comprenderla, sfuggiva trasformandosi in qualcos’altro.
Dal canto suo il Barolo era, semplicemente, granitico, come tutti i 1931 assaggiati finora. Il naso mostrava straordinarie, intensissime note di erbe officinali macerate, di fiori secchi, di rabarbaro, perfino un po’ di agrumi. (Respirando questo vino appariva evidente come un farmacista-imprenditore geniale, Cappellano, possa aver avuto centocinquant’anni fa l’ispirazione per realizzare il Barolo Chinato: chiaramente i migliori vini dei suoi tempi avevano proprio quei sentori intensi di erbe e spezie.)
Bocca incredibile, pienezza e sostanza, ancora una tremenda energia, vivissimo, lungo, continuo. I tannini erano serratissimi ma ampi, perfino gentili. Si è aperto con lentezza, svelando pian piano sempre più sfumature, e quattro giorni più tardi il fondo della bottiglia era ancora più ricco e profondo, restando comunque perfettamente riconoscibile. Un vino trionfale, assolutamente indimenticabile. (A posteriori comunque ho pensato che volendo provare una bottiglia con uno sviluppo olfattivo e gustativo paragonabile al 1929 sarebbe forse stato più interessante aprire la Riserva Borgogno 1947, l’unico vino che io abbia assaggiato capace di mostrare – in particolare nelle bottiglie originali non “ricondizionate”, quelle dei primi anni Cinquanta – un’espressione altrettanto cangiante, ricca, imprevedibile.)
Il racconto della serata in realtà potrebbe fermarsi qui. Ma mi rendo conto che chi legge queste righe sarà, giustamente, impaziente di sapere qualcosa di più sul 1929, di leggere una descrizione più completa delle caratteristiche olfattive e gustative di questa bottiglia introvabile. Ci proverò.
Il punto è che, come ho accennato più sopra, la caratteristica più indimenticabile di quel Romanée-Conti 1929 era proprio il fatto di non lasciarsi afferrare, di sfuggire all’analisi e a ogni tentativo di fissare, definire una volta per tutte le sue caratteristiche. Facendo una ricerca ampia, è possibile trovare tra riferimenti on-line e carta stampata qualche rara, anzi rarissima nota di degustazione del RC 1929; ebbene, mi ha stupito notare come quelle poche osservazioni quasi sempre parlino del vino come se si trattasse di un prodotto perfettamente messo a fuoco, con caratteristiche precisamente riconosciute e descritte.
Naturalmente è possibile che la bottiglia assaggiata da altri degustatori fosse completamente diversa rispetto a quella che ho bevuto io, più definita e meno cangiante – tutti gli appassionati di vecchi vini conoscono bene il sacrosanto detto “non esistono grandi vini, solo grandi bottiglie”. Ma allo stesso tempo è anche possibile che il vino sia stato assaggiato in poco tempo, magari durante una degustazione professionale, senza quindi lasciargli modo di sprigionare tutte le sue sfumature.
Nel bel libro di Richard Olney Romanée Conti (Flammarion 1991: da qui provengono molte delle informazioni storiche e tecniche riportate nelle righe precedenti) c’è per esempio il resoconto di una stratosferica degustazione di quarantacinque annate (!) di Romanée-Conti, dal 1990 al 1918 – incluso il 1929 -, realizzata in una singola giornata. Durante un assaggio del genere, quanto tempo è stato dedicato a ogni vino? Dieci minuti? Dodici? Perfino quindici (quattro bottiglie di vecchi Romanée-Conti in un’ora)? In quindici minuti la bottiglia che abbiamo bevuto noi ci ha mostrato forse un decimo del suo potenziale, e dopo tre ore continuava a rivelare sfumature sempre nuove e imprevedibili.
Credo insomma che in molti casi, e soprattutto quando si aprono bottiglie particolarmente vecchie e rare, la degustazione professionale abbia dei limiti evidenti rispetto a un tranquillo, lento assaggio a tavola. (Ma questo naturalmente non significa che se dovessi essere invitato a una degustazione di quarantacinque annate di RC rifiuterei, sia chiaro…)
Vi propongo quindi un tentativo di scheda di degustazione del Romanée-Conti 1929, nella quale ho cercato di sintetizzare il ventaglio davvero stupefacente delle sensazioni che la bottiglia mi ha regalato, e allo stesso tempo la rapidità con cui queste cambiavano e si trasformavano in qualcos’altro.
La scheda andrebbe letta come se si osservasse la fotografia di un soggetto bellissimo ma in lento, aggraziato movimento (immaginate per esempio di intravedere, ma solo per qualche istante, il passo felpato di una tigre che cammina tra le piante della giungla, o le movenze sinuose di un animale marino che fende la corrente): contorni sfumati, lineamenti che si indovinano ma non si fissano mai in modo definitivo.
In fondo questa bottiglia è stata anche una lezione di umiltà: mai giudicare in fretta, mai pretendere di capire ogni sfumatura, sempre concedere tempo, con la massima disponibilità all’ascolto. Dovremmo farlo anche con le persone, non solo con i vini.

Romanée Conti 1929 (imbottigliamento Vandermeulen, Ostende)
Il colore è un cerasuolo carico, brillante, molto integro, sorprendente. Verso la fine della bottiglia la tonalità si scalda, tende al granato.
Appena versato la prima sensazione olfattiva è di frutti rossi, nitidi (lampone e ribes, in particolare), veramente incredibili per freschezza e croccantezza. Credo che se la bottiglia fosse stata assaggiata alla cieca sarebbe finita in cinque minuti, tanto l’impressione iniziale era scorrevole e fresca. Soprattutto, penso che nessuno gli avrebbe dato più di una trentina d’anni: l’integrità ci ha lasciato veramente senza parole.
Subito dopo escono note di tabacco (per la verità non riconosciute da tutti, almeno in questa fase), e più in generale un accenno affumicato: effetto del raspo, probabilmente, che si fa ancora sentire – ed è una presenza molto gradita, almeno per me – dopo un secolo.
Gradualmente si affaccia una sensazione floreale, la classica e splendida viola.
Ora il vino attraversa una breve fase in cui la vinificazione a grappolo intero diventa evidente, sentori più “verdi”, che evolvono ben presto verso le spezie (paprika, davvero tipica per un vino DRC, e un accenno di curry), molto intense; ma anche queste spariscono presto, si nascondono nel corpo del vino per riaffiorare soltanto molto più tardi.
Rapida fase di chiusura, si fa più “scuro” (si affacciano le uniche sensazioni terrose, perfino animali, dell’intera degustazione); e anche questa nuova trasformazione dura pochissimo, solo qualche secondo. Allo stesso modo, di quando in quando esce una nota più scontrosa, di ferro, perfino di china, che però si fonde ben presto con la frutta, le erbe, i petali di fiore (dopo un’ora dall’apertura sembra di sentire più la rosa che la viola, quasi che il vino volesse convergere con il Nebbiolo).
Alla fine del bicchiere escono, del tutto inaspettate eppure perfettamente naturali, fuse con il resto del bouquet, note di pesca e albicocca (molto netto in bocca il vellutato della buccia): il calice vuoto potrebbe quasi sembrare un passito leggiadro come il magico, rimpianto Patrizia Bartolini di Massavecchia, anche se qualcuno azzarda un paragone con il distillato di albicocca.
Versiamo il secondo bicchiere e il processo ricomincia, ma il vino è più complesso e ricco (un po’ di fondo inizia a mescolarsi al liquido, il colore ora è più intenso): di nuovo la frutta rossa, ancora più fragrante, poi la viola, le leggiadre sensazioni speziate del raspo, e così via in un susseguirsi di toni sempre cangianti, sempre “alti”, nobili, e sempre sorprendenti.
Il palato mostra un’evoluzione simile, anche se forse un po’ meno rapida e mutevole: all’inizio è quasi aspro, succoso; poi comincia ad allargarsi, dopo una ventina di minuti ha un’ampiezza indescrivibile (una definizione classica per la dinamica gustativa dei grandi Borgogna parla di “apertura a coda di pavone”: qui sembra di essere in un allevamento di pavoni).
Il sorso è progressivamente più morbido, suadente e gentile, ma il paradosso è che questa sensazione si accompagna a una lunghezza sempre più evidente. Il “tatto” è davvero unico, non è possibile paragonarlo ad altre bottiglie assaggiate, nemmeno dello stesso vino: i commentatori in genere parlano di seta, ma in questo caso la seta sembra intrecciarsi con fili d’aria, di luce, di brezza marina.
Probabilmente sono le vigne prefillossera che danno questa leggerezza finissima, che si accompagna comunque, in una combinazione per me inaudita, a un’eccezionale continuità gustativa (mi viene in mente una bella descrizione data da un amico viticoltore assaggiando insieme una meravigliosa bottiglia di Bonnes Mares 1978, qualche mese fa: “gran volume, ma senza peso”). Fine bicchiere quasi dolce, formidabile untuosità e persistenza.
Con il secondo calice i tannini sembrano moltiplicati, la sensazione di frutta rossa aspra e viva è anch’essa amplificata. Come sempre, man mano che il deposito – leggero, peraltro – si mescola nel vino questo diventa più ricco e sfaccettato, recuperando sensazioni giovanili: più tannino, più note “verdi”, di menta e quasi di erbe officinali fresche (il raspo, di nuovo); un po’ di mare, caffè, il tabacco dolce ora è chiaramente percepibile per tutti.
Il fondo della bottiglia, bevuto due giorni più tardi, mantiene una grande eleganza pur mostrando all’inizio note più viscerali di cuoio, humus, perfino un po’ di volatile; il frutto è ancora spiccato, anche se più “caldo” (frutti neri, ciliegie, petali di fiori secchi) rispetto all’apertura; questi aspetti sono però compensati da una pienezza ancora più percepibile, come se l’ultima parte della bottiglia riuscisse ad acquistare in struttura e volume quello che ha perduto in leggerezza aerea. Perduto momentaneamente, comunque: con il passare dei minuti ci si accorge che il vino mantiene la sua imprevedibilità, e che fino all’ultimo vuole continuare a regalarci nuove sensazioni e a trasformarsi nel bicchiere: ora tannico e quasi denso, ora di nuovo fine e succoso, il raspo che torna a farsi sentire con una nota balsamica inaspettata, le spezie e le note “orientali” (curry, salsa di soia) che punteggiano lo sviluppo olfattivo.
L’ultimo sorso – che comprendeva tutto il deposito, naturalmente: non mi sono certo sognato di buttarlo via… – sembra concentrare ulteriormente le qualità di questa bottiglia davvero indescrivibile: acidità, tannino, fiori, lieve spezia. Il sapore resta in bocca molto, molto a lungo, come se il vino non volesse saperne di farsi dimenticare. Il bicchiere vuoto (l’ultimo, ahimè) rivela perfino una lieve nota di agrumi, che si accompagnano alla pesca e ai fiori.
Una considerazione finale: nonostante la stupefacente ricchezza e varietà, ciò che colpisce maggiormente è forse la misura, perfino la discrezione di questo vino. Ha una complessità per così dire saggia, naturale, senza alcun lato severo o intimidatorio. Parla a bassa voce, con un tono tranquillo, non ha bisogno di proclamare la propria grandezza come invece tendono a fare – un po’ dappertutto – i vini ambiziosi di oggi.

Rispondi