Oltre il cancello

di Raffaella Guidi Federzoni

Il mio momento di passaggio fra una giovinezza inconsapevole a quella responsabile fu segnato dal trasferimento dalla mia città natale al luogo dove tutt’ora abito. Lo strumento per attuarlo, la mitica Renault 4, che per brevità chiamerò R4. Per i comuni mortali patente-muniti di quegli anni le scelte erano scarse, ma quasi tutte eccezionali. Oltre alla R4 c’erano la Cinquecento, la Dyane, la 2CV, al massimo la Mini Minor. Automobili entrate nel mito, scomode ed essenziali, dentro le quali venivano consumati i primi rituali di avvicinamento fra i due sessi con notevoli acrobazie. Si guidavano bene però e nel loro essere spartane funzionavano sempre.
L’auto me la comprai con la liquidazione del primo lavoro, integrata da mio padre, fortemente dubbioso sul mio futuro in campagna, ma che si convinse a darmi oltre ai soldi la sua benedizione perché almeno andavo a fare la povera in un luogo altamente vocato per il vino.

Non si contano le strade sassose, piene di polvere e di buche, che percorsi in quegli anni. Nei brevi tragitti in piano spingevo sull’acceleratore per poi cambiare in souplesse alla prima curva, usando quella specie di maniglia di cui era fornita l’auto come il pilota di un jet. Mi sentivo infatti più su di un aereo che per strada, a sessanta all’ora affrontavo le salite come su una pista di decollo.

Tempo un paio d’anni ed i sedili cedettero, erano solo teli di plastica nera legati a tubi di ferro. Mio marito sostituì i teli con un filo plastificato turchese, lo stesso che si usava per i dondoli o per stendere i panni. Legato fitto era una versione accettabile dell’interno di un taxi napoletano, d’estate forniva una certa aerazione, anche se il sedersi lasciava sulla schiena e sulle chiappe segni duraturi.
Tutti riconoscevano la mia R4 rossa dai sedili turchese squillante, quando dopo quindici anni la vedemmo partire per la rottamazione, a me e a mio marito spuntò una lacrima.

La scoperta del territorio, parola allora utilizzata senza alcuna pompa, non finiva mai.
C’era sempre una nuova strada da imboccare, una vigna nascosta dietro una curva. C’erano cantine sconosciute, i cui proprietari mi guardavano arrivare e parcheggiare senza interrompere il lavoro sul trattore. C’era sempre la possibilità di assaggiare, così alla buona. Anche nei posti già famosi le porte erano aperte. La sera si stava a veglia, o a cena, o tutte e due le cose. C’erano poche e belle ville, abitate da gentiluomini cortesi.

Le vigne erano tenute come gioielli, anche nel podere più modesto. La bontà del vino era continuamente confermata. Direi che in quegli anni non assaggiai o bevvi mai qualcosa di cattivo o mediocre. Pure nella sua prima giovinezza, era sempre un prodotto vivo, vibrante e accattivante. Forse non sapevo, o non ne capivo abbastanza, o forse invece era proprio così e tornando indietro col mio gusto allenato di adesso riuscirei ad affermare lo stesso.
Abitavo in un paese altamente civilizzato nella sua semplicità.

Uno dei segni meno evidenti della qualità degli abitanti, ma a suo modo importante, era la mancanza di cancelli. I pochi che c’erano, fra i muri scrostati di qualche villa rinascimentale, erano spalancati da sempre. Al massimo m’imbattevo in qualche sbarra che bastava spingere per oltrepassarla.
Siamo cambiati, sono cambiata e quei luoghi sono cambiati anch’essi.proporzionalmente

Da anni ormai lungo quelle stesse strade i cancelli sono spuntati come funghi in ottobre. Il genere spazia dall’anticato-finto-rustico al tecnologico-spectre style. Sono cancelli chiusi, in mezzo al niente, basterebbe scansarli di un paio di metri ed entrare passando dalla vigna. Più che un ostacolo, un simbolo di potere e anche arroganza. Da qualche parte c’è una telecamera nascosta.

Quel che allora era facile da scoprire e l’avventura era tutta nel percorrere la strada per arrivarci, adesso è faticoso. Se mi trovo davanti ad un cancello chiuso ho la tentazione di voltarmi e tornare indietro. Tanto il vino lo posso assaggiare in una delle tante enoteche in paese, anche queste cresciute proporzionalmente agli ettari di vigna.

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4 commenti to “Oltre il cancello”

  1. la Dyane……quanti ricordi anche per me! è talmente simile il rapporto con questa mitica auto che mi scappa da scrivere anche a me di lei: lo farò quanto prima!

  2. Quanti ricordi ….. grazie! ho avuto anch’io una mitica 2CV bianca scassatissima ma indimenticabile!! e in quanto ai cancelli assurdi: CONCORDO !!!

  3. Mitica Raffaella!
    Io ho avuto sia l’R4 che la 2CV (gialla)!
    …quanto ai cancelli…beh devo dire che al giorno d’oggi, servono…
    …purtroppo…

    Ciao

    PS
    In azienda da me c’è, ma non rappresenta nessuno di questi simboli citati da te…

  4. Sono cambiati i tempi, ma più che altro non sono più quelle le persone che vivono quì. A quei tempi arrivavo con la mia golfina rossa (nel baule mi ci é nato anche il grano) e a qualunque ora arrivassi, e senza avvertire, venivo sempre accolto a braccia aperte. Di cancelli non se ne parlava; non é una questione di razza o di provenienza, chi viveva qui condideva un modo di vivere. Punto. Ma ormai tanti vivono da anni rinserrati dietro le porte blindate dei loro poderi restaurati magnificamente, a vedere la tv satellitare immersi nell’aria condizionata. Tutto il loro rapporto con il territorio e la sua gente è l’acquisto del giornale la mattina e se va di lusso il caffè al bar. E ti meravigli che gente che crede che questo sia il vivere in Toscana metta staccionate e cancelli ovunque? Tanti ruderi sono divenuti ville bellissime, restaurate con amore, gusto e cultura. Si é salvato con attenzione lo scheletro e il corpo della toscanità del territorio, ma l’anima e il modo di vivere è finito nel cassonetto.

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