Il sorcio tra cielo e terra

di Armando Castagno

“Il dottor Kolisko, nel suo prezioso libro “Agriculture Of Tomorrow”, ci fornisce risultati su diversi esperimenti di diluizioni condotti su un protocollo molto rigoroso su animali e vegetali. Effettuando una sperimentazione su topi nutriti quotidianamente con dei semi intinti in diluizioni di diverse soluzioni di nitrato d’argento, nota come, dopo un certo tempo, il loro comportamento cambi.

“Preferiscono rimanere sempre nell’oscurità del loro rifugio senza uscire, perché la luce li infastidisce notevolmente. Si sviluppa uno stato patogeno a livello degli occhi. Si sa che l’argento è molto legato alla luce e che costituisce una base importante per le pellicole fotografiche, Diluendo l’argento, si aumenta considerevolmente il suo legame con la luce.

Gli occhi del topo diventano purulenti in un primo tempo, poi si bruciano e smettono di funzionare. Tramite questo esempio, si rileva tutto il potenziale che l’omeopatia può sviluppare in agricoltura.
Lo stesso esperimento condotto con solfato di rame genera tumori in tutti i lotti di topi sottoposti a diluizioni elevate”.
(Nicolas Joly, “Le vin entre ciel et terre”, Editions Sang De La Terre 2003,
pag. 106 dell’edizione italiana)

Ma tra cielo e terra non ci sono anche i topi?

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59 commenti to “Il sorcio tra cielo e terra”

  1. Quando mi hai parlato di questo passaggio del libro di Joly non ci volevo credere. È davvero stupefacente che si scriva con tanta freddezza e disinvoltura su rivoltanti esperimenti di laboratorio che fanno perdere la vista ad animali importanti come i topi (mammiferi, come giustamente sottolineavi), mentre ci si batte per difendere la “sacralità” delle piantine di piselli. Un concetto di sostegno all’energia vitale perlomeno dubbio e contraddittorio.

  2. L’approccio nettamente scientista – e in qualche caso, direi freddamente scientista – della biodinamica è l’aspetto di questa disciplina che mi sembra si sia perso prima degli altri, lungo la strada (tortuosa e in qualche caso forzata) che porta dalle teorie steineriane (di un genio, Rudolf Steiner 1861-1925, astemio) alla elaborazione di un attendibile protocollo biodinamico per la produzione di vino. Si preferisce dai detrattori additare la parte – residuale e a studiar bene non centrale – in cui vengono teorizzate le influenze astrali sulle piante, oppure deridere Joly fermo in mezzo alla vigna con la mano a coppa come il fante delle carte, oppure mimetizzare la biodinamica nel calderone della “naturalità”. Dimenticando che invece il cardine della produzione “naturale” è la SOSTENIBILITA’, cioè in buona parte l’astensione da certe pratiche perniciose “sul campo” e in cantina, mentre la biodinamica è scienza attiva, che muove da premesse estremamente difficili da veder realizzare e prescrive che alcune cose vengano FATTE, e il suo approccio è differente e spesso opposto. Il tono calmo e sereno di questo scritto di Joly, che io trovo letteralmente raggelante e che ovviamente non smuoverà di un angstrom gli scientisti pro-vivisezione, ne è una prova.

  3. Scusate l’intromissione e complimenti per il post
    Una, spero utile, riflessione: da lettore mi sono imbattuto spesso in testi sulla biodinamica e da appassionato di vino ho partecipato a convegni, visitato aziende, ascoltato produttori ecc ecc. Quello che vorrei sottolineare è compreso nell’intervento di Castagno, ossia: quale è la filosofia che la biodinamica segue in teoria e sul campo per la spiegazione, dimostrazione e applicazione delle proprie tesi?. Mi si potrebbe rispondere: cancella questi tre termini perchè stai ragionando in senso post-illuministico. Non c’è nessun esperimento che deve dimostrare qualcosa, non c’è nessuna teoria da dimostrare ecc. La verità è sul campo. Il problema però è che spesso mi sono trovato di fronte a tecnici e teorici biodinamici che adottano ed utilizzano i metodi della scienza “normale” per avvallare le proprie tesi. Nel momento in cui la stessa scienza normale è utilizzata per confutarle la risposta è quella di prima: non è nel senso di quella scienza che noi ragioniamo. A quel punto allora si impazzisce: sembra di partecipare ad un gioco in cui le regole non sono uguali per tutti.
    Altra riflessione, quella economica: tanti anni fa, nei primi convegni sul vino biodinamico, per spingere agricoltori ad iniziare questa avventura si citava sempre joly come produttore del “vino più costoso del mondo”. E nello stesso tempo si criticava il sistema economico basato sul lucro estremo delle grandi multinazionali del seme ecc

    Non so, la mia non è una critica, ma spero solo un altro tassello a questa riflessione

    un abbraccio

  4. Questi sono dei pazzi. La biodinamica pragmatica tanto tanto la tollero, ma quella spiegata e giustificata proprio non ce la faccio. C’e’ da dire che l’ilare Kolisko faceva i suoi esperimenti negli anni 20 e quindi le sensibilita’ erano diverse.

  5. Ma il testo di Joly è del 2003, Riccardo. La sensibilità era quella di oggi.

  6. Ecco appunto, la sensibilità. A volte diventa ipersensibilità e questo non è un post per ipersensibili, ma per “sensible people” cioé persone sensate, che spero leggano, elaborino, intervengano.
    Ottimo e scoppiettante inzio di settimana da queste parti.

  7. Armando, non ho capito se stai facendo una critica all’approccio scientifico alla biodinamica (ti chiederei anche perché preferisci chiamarlo “scientista” invece di “scientifico”) oppure se stai criticando coloro i quali confondono la biodinamica con il “naturale”, mostrandone gli opposti approcci. Perché nel secondo caso sarei totalmente d’accordo, mentre nel primo ti chiederei di approfondire. Grazie ;-)

    • Ciao Francesco. Ottime domande; la prima: perché è scientista, non scientifico, in quanto molte delle entità che si è storicamente cercato di analizzare col metodo scientifico non sono analizzabili con detto metodo. La seconda. sì: critico coloro che confondono la biodinamica con il “naturale”, mostrandone gli opposti approcci, e dunque sono felice che tu sia d’accordo.

      • Armando, siccome di te mi fido, puoi espormi il tuo pensiero sulla biodinamica. Secondo me e’ agricoltura naturale condita’ da rituali pseudo magici. Una scienza del fare si , ma del fare cose apparentemente assurde.

  8. Lo spunto che io prendo da questo scritto e’ diverso, e riguarda una cosa piuttosto frequente nel mondo del “naturale” e dell’omeopatia (almeno questa parola non ha bisogno di essere virgolettata). Si tratta dell’aneddotica che diventa regola, legge generale: ho innaffiato i miei piselli con pipi di vacca diliuita 1:1.000.000 e sono diventati bellissimi, ergo questo sistema funziona, ergo la pipi di vacca diluita 1:1.000.000 e’ una pratica da poter utiizzare e consigliare. Ci sono voluti secoli di ragionamento, vite di illustri personaggi della nostra storia, persone come Newton e Galileo, per definire e raffinare un metodo che ci consenta di uscire dall’aneddoto e di entrare nelle leggi e nelle regole della natura: questo metodo si chiama Metodo Scientifico, da non identificare con “la scienza”, per evitare il refrain “eh, ma La Scienza ha prodotto danni, inquinato, ecc…”. Il metodo scientifico e’ quello che ci consente di camminare nel buio dello sconosciuto, che ci consente di ridurre le suggestioni derivanti dagli aneddoti e dalle superstizioni, di separare il grano dal loglio. Per dire che una osservazione ha una probabilita’ di essere un regola o un fatto – e sempre di probabilita’ si puo’ parlare e mai di certezza – si devono ridurre gli errori del caso, creare ripetizioni che abbiano una significativita’ statistica, disegnare gli esperimenti in modo che possano rispondere alla domana. E’ normale che altre persone, indipendenti, vaglino il lavoro e i risultati ottenuti, per poter poi dire che si’, c’e’ una probabilita’ bassa che quell’osservazione risulti uno scherzo del caso.
    Fa quindi amarezza notare che oggi chiunque abbia personalita’ e carisma sufficenti possa salire sul palco e dire ogni cosa facendola passare per vera, senza bisogno di provarla, anzi, quasi facendosi forza dell’anedotto in contrapposizione con il metodo scientifico, oggi indentificato con la forza del male, con buona pace di tutti noi che oggi non possiamo piu’ affermare di esserci appoggiati sulle spalle dei giganti http://it.wikipedia.org/wiki/Isaac_Newton

    • Caro Gianpaolo,
      mi sembra aneddotico anche il post di cui sopra però?
      O sbaglio?
      Comunque il Metodo Scientifico non è il male, anzi, il problema nasce quando l’oggetto della scienza diventa anche soggetto della stessa e diventa un processo circolare e autoreferenziato.
      Carissimi saluti.
      Luigi

  9. Sig. Castagno,
    mi spiega brevemente il senso di codesto post?
    Io non ne ravviso alcuno se non della facile provocazione che nulla toglie e nulla, purtroppo, aggiunge.
    Cari saluti

    • Sarei felice se lei – io l’ho già fatto più volte, se ha la bontà di leggere – mi spiegasse il senso di questo suo, che davvero, lui sì, nulla aggiunge. Se lei non ravvisa senso nel dibattito tra persone civili in calce al quale ha scritto, ciò non significa che non ce ne sia; mi spiace le sfugga e rimando al mittente l’insultante insinuazione che io abbia voluto fare della “facile provocazione” – e che ovviamente si riflette come insulto anche verso coloro che evidentemente, a suo parere, stanno sprecando inchiostro.

      • Quando uno non ha il coraggio di esporsi con il proprio nome e cognome dà puntualmente il peggio di sé. Meglio non perderci troppo tempo sopra.

      • Io avrò esagerato ma qui gli amici dello scrivente in quanto a insulti non si lesinano! Capisco l’affronto di lesa Maestà però…

        Comunque sia chiedo scusa a tutti perchè saltando il primo commento di Armando Castagno ho invertito il significato del post e questo mi ha portato ad una terribile incomprensione dalla quale non riuscivo più a venire fuori.
        Ok sono d’accordo e come dicono i teen ager quoto il post.

      • Incrocio un Luigi Fracchia anche su vinix. Pare abbia preso un abbaglio. Mi scuso.

    • Che nulla tolga e nulla aggiunga è una sua opinione. In realtà è molto evidente che il post da un lato toglie (parte della sacralità inattaccabile del personaggio Joly, acriticamente osannato da molti) e dall’altro aggiunge (l’evidenza di una forma di incoerenza e di insensibilità sorprendente).
      È chiarissimo, per chi legge senza pregiudizi.

      • Il post in questione, perdonatemi l’ardire, provoca e inasprisce le divisioni, spaccando in due i lettori e non aumenta la capacità critica degli stessi, si getta solo benzina su un problema che potrebbe essere affrontato sui fatti e non sulle parole, queste sì deliranti di Joly.
        Chi vi ha detto che Joly, oggi, abbia tutta questa influenza? Forse c’è l’aveva un tempo.
        Proviamo a raccontare fatti e non sobillare animi.
        Cari saluti
        Luigi

        ps
        E’ di questi giorni una class action, di agricoltori del tabacco Messicani, contro la Monsanto per gli effetti sulla loro salute del Round up.
        Questa info ad effetto bilancia a sufficienza quella di Joly? In ogni armadio c’è uno scheletro.
        Bisogna cambiare il punto di vista della discussione affinchè sia un dialogo e non uno scontro.

      • Basta anche solo aver sfogliato poche pagine del manuale “Freud in 10 pratiche lezioni” (in dispense, calendario freudiano gratis incluso) per accorgersi che il suo è un ovvio fenomeno proiettivo: lei proietta all’esterno una sua pulsione e l’attribuisce agli altri.
        Lei infatti scrive “facile provocazione”, “nulla toglie e nulla purtroppo aggiunge” e subito dopo, con nonchalance ignara della contraddizione stridente, “proviamo a raccontare fatti e non sobillare animi”.

        Nel post di Armando non c’è nulla di gratuitamente polemico né tantomeno di offensivo. C’è invece parecchio di gratuitamente polemico nei suoi interventi. Si tenga quindi le sue esternazioni proiettive, oppure le lasci a Freud o anche ai fratelli Lumière.

  10. Io non credo che nessuno abbia la pretesa di trarre una regola generale partendo da sporadici aneddoti. Il punto è che esistono dei fenomeni legati alla biodinamica che la scienza non sa ancora spiegare, documentati da studi scientifici che dimostrano che questi fenomeni accadono davvero. Occorre dunque trovare una spiegazione, ma, come già detto sopra, molte cose non possono essere spiegate con gli strumenti che possediamo oggi. Lungo la storia, molte teorie scientifiche sono state rese possibili grazie a strumenti che prima non si possedevano, e molte volte è occorso addirittura cambiare il modello standard con cui si era soliti affrontare un certo tipo di problema. Ad esempio la teoria della relatività non si sarebbe potuta affermare se si fossero usati i principi della fisica classica. Ritengo dunque che, di fronte a questi fenomeni, sia più corretto richiedere una teoria che ne dia spiegazione, in senso affermativo o in senso negativo, piuttosto che bollare tutto come “superstizione” senza provare nemmeno a confrontarsi. Questo è il principio fondante del Metodo Scientifico.

  11. La biodinamica è una rivoluzione epistemologica. Solo molto molto più in basso una pratica agronomica, quindi agroalimentare, nonchè in potenza anche industriale eventualmente. Perché no.

    L’agronomia biologica è semplicemente una prassi della riduzione del danno, come tale non ha in sé alcuna intenzione quindi alcun potenziale realmente innovativo, tanto meno rivoluzionario.

    Se però ci mettiamo sopra anche il carico da 90 dell’etica ovvero della deontologia scientifica, io mio povero cervello fa tilt e non sa da che parte cominciare.

    Almeno oggi che è lunedì, in ora postprandiale, non ce la posso fare.

    Un’avvio di settimana scoppiettante. Bene.

  12. @Amodeo. Che non tutto oggi sia spiegabile o spiegato dalla scienza e’ un affermazione condivisibile. Non e’ condiviso da tutti invece il fatto che per poterli spiegare sia necessario il metodo scientifico, anzi, alcuni sostengono che sia proprio esso inadatto a spiegare alcuni fenomeni, tra i quali anche quelli che sottengono ad alcuni effetti che la biodinamica avrebbe. Questo ragionamento ha purtroppo la conseguenza che, per assimilazione, ognuno si possa alzare una mattina e dire che una cosa qualunque sia vera, solo perche’ la scienza non l’ha ancora studiata o scoperta, il che purtroppo ci ripiomba direttamente al “mile e non piu’ mille” che si sperava superato.
    Io credo che ci sarebbe invece bisogno di piu’ ricerca, quando qualcosa non e’ spiegato o spiegabile, e non il contrario, e in questo senso mi pare che alcuni sostenitori del vino “naturale” si stiano muovendo, ancorche’ a volte con metodi poco ortodossi. Per ritornare al suo esempio, quella della teoria della relativita’ di Einstein, si noti come ancora oggi, e probabilmente anche di piu’ domani, siano in corso studi importanti, profondi, costosi e rigorosi (per es. l’accelleratore del Cern) per verificarne la solidita’, non essendo sufficente il fatto che l’abbia enunciata Einstein, figuriamoci Joly.

  13. Premessa: gentile sig. luigi fracchia si vergogni duplicemente. Mentre qui fa il serioso commentatore, su facebook tratta Castagno come un pivellino. Abbia la decenza di avere un solo stile e non si mostri come un giano bifronte a seconda del contesto in cui interviene!
    ………..
    Apprezzo la discussione apertasi che mi spinge a riflettere ed ad arrivare ad una conclusione all’insegna del buon senso: di fronte al biodinamico che poi utilizza il pied de cuvé, che “un po’ di solforosa ce la devi mettere sennò….”, che si dichiarano tali e poi “qualche bella falciatina tra i filari non guasta” (cit. http://lescavesdepyrene.blogspot.it/2012/04/ero-convinto-di-migliorare.html?spref=fb ). io continuo a credere nel principio del Genius Loci: un mix di tradizione, sensibilità dell’agricoltore fatto di rispetto e, dove necessario, rivitalizzazione di terreni distrutti da concimanti, diserbanti, anticrittogramici, antiparassitarii gettati a gogò. Credo nell’esaltazione del suo potenziale come unica via per l’esaltazione sincera del suo frutto, a sua volta unica via per un’evoluzione controllatta in cantina senza giullaresche “conciature” omologanti e per l’ottenimento di vini veraci. Mio padre ha fatto il contadino e faceva il vino fino ai suoi 20 anni e quando gli racconto tutte queste vinnaturalezze mi guarda come a dire “hai scoperto l’acqua calda”. Insomma se non si fosse capito sono un Tradizionalista pre 1968 (primo anno di uscita del Sassicaia)”

  14. La provocazione non deve per forza avere una connotazione negativa e mi pare che in questo caso non ce l’abbia per nulla. Il provocare una riflessione su un tema delicato portando ad esempio un pezzo di indicibile freddezza – concordo sul fatto che lo sia, pur non essendo assolutamente un animalista – mi pare abbia piuttosto una connotazione positiva in quanto la riflessione in quanto tale è quasi sempre motivo di approfondimento e quindi di positività in un certo senso.

    Si parlava di sensibilità. Direi che il pezzo estrapolato esprime senz’altro una bassa sensibilità verso il mondo animale per una sensibilità molto più alta verso quello vegetale. Questione di priorità dell’estensore del pezzo. Pur sforzandomi, non riesco ad avere un moto di sufficiente empatia verso il piccolo mammifero baffuto tale da consentirmi di avviare un percorso di introspezione psicologica sul mio io più profondo. Penso che il problema sia di più semplice soluzione: se esistono o meno alternative (nel momento storico in cui l’esperimento viene condotto) e quali siano i fini, gli obiettivi e il maggior beneficio da contrapporre al riprovevole sacrificio.

    Perdonerete la mia insensibile pragmaticità.

    Fil.

  15. Faccio fatica ad indignarmi di fronte alla candida accettazione di Joly di fronte alla crudeltà inflitta ai topi da parte del dott Kolisko.
    Perchè viviamo in un mondo che infligge ogni giorno pene a tutti i suoi abitanti anche più severe, sia ad esseri superiori sia a quelli inferiori, spesso per futili motivi se non per avidità e sfruttamento.
    Perchè non vedo in Joly (sicuramente precursore e faro della biodinamica francese ma attualmente in fase di delirio di onniscienza e onnipotenza) una persona comune, distratta, talvolta abborraciata e allo stesso tempo geniale, trascinatrice ormai più mediatica che pratica. Temo che lo scrivere degli esperimenti sia stato un passo falso (da nessuno corretto neanche in fase di traduzione) terribile se vogliamo ma non centrale nel suo pensiero (se di tale si può parlare).
    Ci sono sicuramente dei biodinamici cacciatori e pescatori e gli stessi allevatori uccidono i loro animali (e il discorso sulle sofferenze provocate dalla morte nei macelli è capitolo tutto aperto).
    Anche la portata rivoluzionaria della biodinamica come scienza attiva è da considerare ma non da sopravvalutare.
    L’aspetto a mio avviso importante è il ritorno ad una concezione “olistica” della vita e quindi del fare agricoltura, il promuovere il tentativo di ritorno alla naturalità dell’esistenza, dell’essere natura e della sacralitità del territorio e delle cose inanimate (il genius loci citato da Fabbretti) svilite dalla banalizzazione iperriduzionista di certa scienza .
    Aspetti questi non propriamente rivoluzionare ma “tradizionali” delle civiltà antiche che avevano un approcio esperienziale e filosofico nei confronti del mondo e della sua comprensione.

  16. Io però abbandonerei il filone “animalista” in quanto credo non fosse l’obiettivo dell’autore, o perlomeno non l’obiettivo principale, quello di parlare dei diritti degli animali; quanto più sottolineare che la biodinamica, a differenza della filosofia “naturale”, fa della componente attiva-partecipativa dell’uomo un aspetto di primaria importanza. Ritengo sia un’osservazione su cui riflettere, per poter una volta per tutte smettere di confondere i due approcci, ma sopratutto per rendersi conto, in questa visione, di quale significato abbia l’uomo all’interno del famoso trittico del terroir (uomo-vigna-vitigno).

    • Abbandoniamo il filone animalista (però anche la commozione per i decessi dei topi, per cui forse Joly docet).
      La funzione dell’uomo come attivatore di energie sottili è sicuramente interessante, però fatico un poco a scinderla dal concetto di prevenzione (attuare pratiche volte a evitare certe situazioni di disagio dei vegetali), pratica che in realtà cerca di evitare la cura (che ovviamente interviene in caso e solo in caso di disagio). La cura è il sistema abbracciato sia dal bio sia dal convenzionale con tutti i rischi che ci sono in tale pratica e la necessità di utilizzare sistemi inodativi e non selettivi.
      A questo punto trovo interessante che la Biodinamica faccia rientrare le pratiche preventive e di stimolazione all’interno di una visione olistica complessa che a mio avviso caratterizzano questo modello agronomico (se così si può definire).
      Però mi pare che spigolando fra le esperienze agroscientifiche si possa scorgere la nascita di approcci più preventivi e stimolatori anche in queste pratiche che considerano il vigneto come ecosistema complesso.
      A memoria cito il microbiologo Giovannetti (sui gli studi sulle micorrize radicali e i consorzi microbici applicabili anche per trattamenti foliari), i coniugi Bourguigon e il loro lavoro sull’humus (questo è il tema centrale dimenticato dalle pratiche convenzionali),
      entomologi che stanno lavorando sulla presenza di antagonisti naturali alle infestazioni, i comppostaggi vegetali e l’inerbimento interfilare.
      Sia la biodinamica sia quest’ultimi hanno come perno l’uomo e la sua presenza attiva nell’organismo-vigneto.

    • Precisamente il mio intento.

  17. Sto cercando di approcciarmi alla biodinamica cercando aiuto da Carlo Noro. Spero che mi faccia capire che tutte ste menate siano equivalenti alla parola BUON SENSO. Appena capisco qualcosa cercherò di interfacciarmi con i più esperti che qua, vedo, non mancano.

    Grande sito ragazzi, complimenti

    • La biodinamica non è banalmente né semplicemente buon senso. E’ la ricerca delle cause e delle spiegazioni a tutti quei fenomeni lungamente sperimentati da generazioni di agricoltori, che la scienza accademica non sapendo per ora spiegare, in attesa di verificare se abbia intenzione o interesse a farlo, nel frattempo ridicolizza e cancella con la boria del potere assoluto, con l’arroganza metafisica della casta sacerdotale.

      E’ un affare terribilmente complesso, anche pericoloso, per quanto profondamente va ad incidere nelle strutture portanti della nostra civiltà, della nostra società.

      Fermarsi a riflettere sulle contraddizioni interne è importante. Tuttavia il gelo razionale con cui il dottor Kolisko conduce e poi riporta i suoi esperimenti, come pure la neutralità documentaria con cui Joly maneggia questo materiale storico dal mio punto di vista rafforzano la mia idea di fondo: la biodinamica è anche, se non principalmente, una rivoluzione epistemologica, quindi un atto di riformulazione non solo della conoscenza, ma anche della realtà, non solo della gnosi, ma anche dell’ontologia. Un fatto prima di tutto filosofico, intellettuale. Un processo che parte certamente dall’esperienza diretta e viva della natura, ma che compie la sua parabola dentro la mente, in quegli spazi dove è la ragione nella sua libertà più folle a dettare legge.

      Ne nasce un fenomeno sociale, il movimento steineriano prima e la biodinamica in campo agricolo dopo, che si sviluppa solo come esito finale, che porta ad una sensibilità nuova e profonda verso la natura solo come necessità, come inevitabile implicazione logica.

      E’ lo sporco lavoro di chi deve mettere in ordine le architravi della conoscenza, perché altri possano godere dei frutti.

      Prendetela come la provocazione intellettuale che vuole essere, per fortuna molti di voi mi conoscono e sanno quanto profondo, verace e intenso possa essere il mio impulso etico e morale, ma è lo sporco lavoro che fanno i vivisezionatori quando si addossano l’onere di macchiarsi i guanti di silicone del sangue e la memoria della sofferenza degli animali, per portare a tutti soluzioni che fanno il bene di milioni e miliardi di esseri viventi. Umani e non.

      Chi di voi è contro la vivisezione, per questo rifiuta di servirsi dei tanti ritrovati ottenuti con la vivisezione, quando si tratta di curare sé stessi e i propri cari, magari da problemi più gravi che le rughe incipienti o l’herpes labiale?

      • Mi sembra ingrato dire che la “scienza ufficiale” (e poi quale sarebbe quella ufficiale e quella non ufficiale) non si prende cura di esaminare fenomeni pogo spiegati, come la biodinamica. Per es., sull’omeopatia, che ha dei risvolti sociali piu’ importanti perche’ si propone come cura delle malattie umane, a volta al posto della medicina tradizionale, sono stati compiuti molti studi, che hanno portato a dire che non esiste un effetto omeopatico, ma esiste semmai un effetto placebo (lo studio era, tra l’altro, volto ad esercitare pressione sull NHS britannico perche’ togliesse i fondi, 4 milioni di sterline, che vengono utilizzati per l’omeopatia). Sulla biodinamica qualche studio e’ stato pubblicato, anche su riviste “peer reviewed”, da ricercatori che la sostengono, come Carpenter-Boggs e Reganold, ma al momento non sono stati dimostrati effetti significativi che siano superiori all’agricoltura “semplicemente” biologica (neanche il sempre citato studio svizzero del FiBL).
        A me sembra piuttosto che se esiste boria, questa provenga da alcune frazioni dello sfaccettato universo della biodinamica, che sembra irridere a qualunque tentativo di richiesta di validazione scientifica, spesso con argomentazioni del tipo “non tutto si puo’ spiegare con la scienza”. Questa affermazione mi sembra piu’ adatta a fenomeni religiosi o di culto, che ad una pratica agronomica. Se esistono degli effetti tangibili, e non escludo che ne esistano, sono sicuramente fenomeni chimico-fisici che con un po di ricerca seria possono essere svelati, sempre che lo si voglia veramente. Allo stadio attuale chi ha piu’ da perdere da una verifica di questo tipo non e’ la “scienza ufficiale”, ma quelli che, ufficialmente o meno, hanno fatto della biodinamica una professione.

      • Ciao Gianpaolo, stavo per risponderti seguendo la traccia del tuo post, ma poi mi sono chiesto: “ma quanti anni sono passati da quell’interminabile dibattito sugli OGM con cui inaugurammo il forum del Gambero Rosso?”

        Mi è venuto da sorridere, e ho pensato che avrebbe davvero poco senso replicare tutto uguale, da capo, qui.

        Che sia nato prima l’uovo o la gallina, che il disprezzo reciproco che spesso si frappone fra il mondo della biodinamica e quello delle accademie sia da addebitare agli uni o agli altri, credo poco importi.

        Io credo che questo succeda perché troppo spesso gli uni e gli altri non hanno chiaro il punto cruciale: non si tratta di una contrapposizione fra scienza e non-scienza, fra scienza e fede o fra scienza e altre dimensioni che fanno parte della sfera emotiva, quindi non più pienamente di quella razionale. Si tratta invece di una riformulazione epistemologica. Si tratta di discutere se sia il caso o meno di rivedere alcune basi del metodo scientifico.

        Forse più semplicemente è una questione di linguaggio, di nomi, di etichette. L’accademia ha la pretesa di monopolizzare l’anagrafe dei soggetti, degli oggetti e dei predicati verbali con cui si può comporre una teoria scientifica, che vuol dire semplicemente un modo di spiegare quello che succede nella realtà. Se qualcosa non è ancora stato censito nell’anagrafe delle accademie, allora non esiste, non può avere cittadinanza in qualsiasi discussione che voglia essere presa sul serio. La biodinamica da parte sua invoca invece con orgoglio il diritto a sostenere la capacità esplicativa di alcune teorie che si basano su nomi e concetti non (ancora) affrontati, metabolizzati, ufficializzati dall’accademia. Nomi e concetti nuovi che senza una posizione di rottura come quella biodinamica, forse l’accademia non arriverebbe mai ad indagare, tanto meno a conoscere.

        Ho assistito tre anni fa alla presentazione di uno studio condotto in collaborazione fra agronomi biodinamici e Università, che rilevava su basi statistiche limitate ma comunque adeguatamente strutturate come l’insorgenza di talune malattie aumentasse passando dall’agricoltura convenzionale a quella biologica. Con l’adozione della conduzione biodinamica invece tali malattie non risultavano solo meno frequenti e intense che con la coltivazione biologica, ma anche con quella convenzionale, e di gran lunga.

        In questo senso pensare che biologico e biodinamico siano contigui, o addirittura allineati sulla stessa direttrice di avvicinamento alla natura è il più grosso degli errori. Anche a questo credo che Armando indirizzasse parte centrale delle sue riflessioni.

        La biodinamica non persegue gli stessi risultati perseguiti dall’agricoltura biologica. Affatto.

        L’agricoltura biologica si propone di aumentare “semplicemente” la salubrità dei campi e dei prodotti agricoli, attraverso l’abbandono o la diminuzione al minimo di quelle pratiche e prodotti considerati inquinanti o diversamente dannosi per la coltivazione e per l’ambiente. L’effetto è che, diminuendo la dose di quelli che sono a tutti gli effetti dei veleni, si hanno sì prodotti meno tossici ed un ambiente meno inquinato, ma le infestazioni aumentano, come aumenta la perdita di prodotto, e spesso anche la sua qualità, laddove le infestazioni e le malattie intaccano la sanità della pianta pur non arrivando a compromettere un’utile raccolta dei frutti. Di fondo, il sistema è sempre il medesimo dell’agricoltura convenzionale, solo tarato diversamente rispetto al trade-off fra salubrità e produttività.

        La biodinamica persegue il risultato di ristabilire un appropriato equilibrio fra le cosiddette energie vitali presenti in ogni ecosistema. Contesta alla radice l’approccio autoptico della scienza, che si approccia allo studio del vivente principalmente attraverso la sua dissezione, fisica e concettuale, studiandolo così da morto, e non da vivo, perdendo con ciò la sua specificità di vivente. Il risultato di questo nuovo equilibrio è quello di evitare alla radice l’insorgere di infestazioni, malattie e altri problemi legati alla biologia della pianta e all’ambiente, in modo che non sia più necessario usare che una piccolissima parte di medicamenti, scelti ovviamente fra quelli compatibili e coerenti con la concezione biodinamica dell’ecosistema in cui si va ad operare, perdendo completamente di vista la proposta teorica, tecnica, industriale e commerciale dell’agronomia convenzionale. Quella volgarmente detta “chimica”. Il che non rappresenta semplicemente un diverso approccio all’agricoltura e al consumo dei prodotti della terra, ma una diversa concezione della natura stessa, a livello fisico. E forse persino metafisico, mettendo in discussione l’approccio galileiano, per ripensare con serietà al significato che può avere oggi quello aristotelico.

        Inutile dire che quando si parla di queste energie e di questi equilibri, secondo un certo modo di vivere la scienza e l’accademia, ogni buono scienziato dovrebbe sentirsi in dovere di inorridire, sorridere, o entrambe le cose. A meno che lo scienziato di turno si faccia prendere dalla curiosità, che si ricordi che uno scienziato DEVE sapere anche di filosofia, perché parte della scienza riposa su una branca di essa, e anche in quella direzione niente è immutabile.

        Con tutto questo, anzi proprio per questo, non è necessario che biodinamica e accademia si trovino incompatibili, tanto meno che debbano per forza osteggiarsi reciprocamente.

        L’approccio scientifico alla biodinamica esiste, ed è in crescita. Nato dall’idea di parte della scuola biodinamica di portare la loro esperienza fuori dalle nebbie di quelle pose esoteriche che tutti conosciamo, è approdato da ospite in diverse università e scuole di agronomia ed enologia.

        Se mi dai un po’ di tempo recupero qualche materiale, potrebbe essere utile.

  18. @Rossano. Mi ricordo bene…e’ passato cosi tanto tempo?
    La cosa che mi fa dispiacere, in sintesi, e’ questa di una visione della scienza (non la tua visione, ma una visione che esiste e che percorre un certo mondo dove la biodinamica e il “naturale” vivono) come qualcosa baronale, ingessata, indispettita dal diverso e da quello che sfugge dal suo miscroscopio. Immagini di camici bianchi in ambienti asettici, o irritanti tromboni in monocolo e abito in tweed che parlano solo tra di loro, con sicumera e arroganza.
    Nella mia esperienza personale sono passato dall’agronomia, alla ricerca pura e dura, alla viticoltura, e posso testimoniare che nulla di piu’ falso viene rappresentato da questa immagine. Certo, tromboni ce ne sono tanti, specialmente in Italia dove ancora la meritocrazia non e’ il criterio dominante, e non solo nella ricerca, ma ci sono schiere di giovani, e meno giovani, appassionati, curiosi, capaci ricercatori. Gente che ha studiato tanto, che guadagna un pugno di noccioline nella maggior parte dei casi, che lotta contro tutto quello che spesso gli viene addossato. Lotta contro il pregiudizio, che e’ l’opposto della scienza, dove il giudizio deve essere sempre a posteriori, con i fatti in mano. Lotta contro l’ignoranza, il sapere popolare spesso popolato da mostri e non da verita’ ancestrali.
    In Italia e all’estero ci sono tanti bravi ricercatori, che fanno uno dei mestieri piu’ belli del mondo, certo non per soldi, perche’ con la ricerca non se ne fanno specialmente in questo paese, ma per passione e per gioco, perche perseguono quella curiosita’ infantile di scoprire il mondo fino all’eta’ adulta e oltre la vecchiaia.
    La scienza, e la ricerca, oggi hanno cattiva stampa, e spesso i ciarlatani hanno maggior fama e maggior seguito. Ed e’ un peccato, davvero.
    Non e’ una critica rivolta a te o a nessuno in particolare dei presenti, ma una sensazione a pelle che, specialmente chi ha vissuto un po quel settore, sente come una profonda ingiustizia.
    L’Italia, la Toscana, era un faro dell’Agronomia nel 1700/1800. Il paesaggio agrario che oggi tutti amano e indicano con orgoglio, e’ anche frutto loro, mi piacerebbe che si parlasse piu’ di Cosimo Ridolfi, di Francesco Chiarenti, e del Landeschi e meno di Steiner, qualche volta.

  19. Gianpaolo, vedi bene che il mio intervento (lunghissimo! chiedo scusa, non me ne ero proprio reso conto!) è percorso costantemente da numerosi riferimenti alla collaborazione possibile ed anzi… naturale fra scienza accademica e sapienza biodinamica. Addirittura chiudo su questo tasto. Alla fine siamo tutti figli di una cultura monoteista, nessuno di noi è davvero capace di immaginare forme di conoscenza incompatibili, modelli irriducibili che convivano insieme sotto lo stesso cielo.

    Sarebbe utile a questo punto fare qualche passo avanti, cercando di portare alla luce i principali riferimenti di sistema della biodinamica. Il più delle volte i contrasti nascono dalla reciproca ignoranza, dalla riduzione di realtà complesse e variegate a stereotipi riduttivi e banalizzanti.

    Parlando della biodinamica poi, abbiamo a che fare con un movimento di pensiero destrutturato, con molte idee condivise e molte personalità riconosciute, ma senza dogmi cristallizzati e senza ufficialità burocratizzate. La biodinamica può essere cose anche piuttosto diverse fra di loro.

    Ad esempio, ho sentito dire da molti, fra i quali Armando, che la biodinamica è solo prassi agronomica, e non è né può essere enologia. Infatti ci sono aziende che fanno vigna biodinamica, vera, e poi hanno come consulenti in cantina Beppe Caviola o Franco Bernabei. Se sentiamo uno dei principali esponenti della biodinamica italiana, Lionello Anello, ci accorgiamo immediatamente che nella sua rappresentazione della biodinamica fra la vigna e la cantina non c’è alcun confine, barriera, discontinuità. La biodinamica è la dinamica della vita, e la vita non finisce certo alle porte della cantina, anzi in un certo senso è proprio lì dentro che comincia, basti pensare antiretoricamente alle fermentazioni, svolte da microrganismi viventi.

  20. Confermo di avere grosse difficoltà a concepire come non “arbitraria” l’estensione del protocollo biodinamico puro alle pratiche di cantina per la trasformazione dell’uva. Diciamo che ho un concetto steineriano della biodinamica, così come ne ho uno kantiano della filosofia kantiana e uno britannico del calcio. :)

    • Magari anche un concetto “romano” della carbonara? :-)

    • Se consideri la biodinamica costituita essenzialmente dal protocollo agronomico, non potrai che trovare arbitraria la sua estensione alla cantina. Anzi, a dirla com’è, se si estende un protocollo che è agronomico in ambito enologico, non solo si fa qualcosa di arbitrario, ma di improprio.

      Il punto è che -per quanto ne sappia io- la biodinamica non nasce ristretta al proprio protocollo agronomico, che ne è invece una declinazione.

      Ma forse il punto del tuo discorso sta in quel “puro”. Che significato ha nel tuo pensiero?

      • Ci provo. Temo di non essere brevissimo, se annoio mi scuso. Considero la biodinamica quel che è, o almeno era: la (articolata) risposta data da Steiner nel 1924 agli agricoltori che gli chiedevano: “Rabbi, c’è maniera di ampliare al nostro ambito di attività, che è l’agricoltura, e di trasformarle in protocolli produttivi e comportamentali, le tue tesi antroposofiche?”. La vedo quindi come una cosa ancora diversa e ben più vasta del mero “protocollo agronomico”, ma in esso si è sostanziata. Si tratta del riflesso pratico in agricoltura di teorie inerenti il ruolo e il contegno dell’uomo nel mondo, in questo caso quindi nell'(eco)sistema agricolo, e il suo rapporto fiduciario con la terra che ha in custodia. Avere fiducia nella terra che si ha in custodia si concreta nell’instaurazione di un rapporto esclusivo tra uomo e terra, che non contempla l’utilizzo di ciò che dalla terra stessa e dall’agricoltura di base, mediata dalle scelte e dalla mano dell’uomo, non derivi, come non ne derivavano all’epoca le tonnellate di residuati di sintesi postbellici cui non si sapeva che fine far fare.
        Incidentalmente, io sostengo che la produzione di uva da vino sia cosa completamente diversa dalla produzione ortofrutticola; addirittura direi che muove da premesse “di terroir” addirittura opposte, dato che i luoghi ideali per produrre grandi uve da vino sono magri, sterili e relitti per secoli, come i toponimi più antichi insegnano (es. in Borgogna, posto che conosco meglio di altri: Nuits Vaucrains = Vaut Rien, “vale nulla”; Beaune Cent Vignes = Sans Vignes, “senza vigne”; Gevrey Cherbaudes = Caries, “luogo del seppellimento”; Vosne Maizières = maceriae, self evident; Gevrey La Justice = “campo per impiccagioni”; eccetera). Ne consegue che i caratteri oggettivamente eccezionali di alcune produzioni biodinamiche che ho potuto assaggiare, come le incredibili arance di Carlo Noro, il cui succo pare zuccherato e nemmen poco, non è detto siano caratteri ottimali anche per l’uva da trasformare in vino. Anzi. Di certo, per toccare il tasto dei protocolli di cantina, una visione biodinamica ESCLUDE nel modo più drastico qualunque cosa sia ESTERNA alla cantina.
        Questo è il mio punto di vista ad oggi, e penso spieghi anche il modo in cui intendo il termine “puro”: come sinonimo di “primigenio” e di “radicale”.
        Pronto a cambiarlo, questo punto di vista, o a emendarlo, come sempre, se mi accorgo di avere torto o di sbagliare prospettiva.

      • Rigoroso approccio filologico, che permette di interpretare con precisione il significato delle tue affermazioni. In questi termini le condivido pienamente.

        A questo punto il tema è chiarito, ma non lo sento esaurito, e ai miei occhi diventa grammaticale.

        Se la parola “biodinamica” è un sostantivo, la questione è conclusa laddove l’hai condotta. Se si vuole parlare di altro, per evitare di fare confusione bisognerà usare altre parole che non siano “biodinamica”.

        Se invece è un aggettivo, allora il protocollo biodinamico formulato da Steiner per l’agricoltura, perché in quel momento quello gli chiedevano, potrebbe essere coerentemente affiancato da molteplici altri protocolli, tutti ugualmente biodinamici in quanto tutti ugualmente dedotti dalla teoria madre dell’antroposofia.

        Che cosa avrebbe insomma potuto rispondere Steiner, se quegli stessi agricoltori fossero tornati da lui e gli avessero avanzato una seconda richiesta, del medesimo tenore della prima: ““Rabbi, poiché noi mangiamo e viviamo non solo dei frutti della terra così come li possiamo raccogliere dalla pianta, ma anche della loro trasformazione in alimenti preparati, c’è maniera di ampliare anche all’altro nostro ambito di attività, che è la produzione di formaggi, di vino, di conserve, di salumi, e di trasformare le tue tesi antroposofiche in protocolli produttivi e comportamentali? Così non ci troveremo a perdere e sprecare con lavorazioni errate tutto il lavoro compiuto nei campi, che abbiamo già coltivato secondo i precetti dell’agricoltura biodinamica.”

        Steiner avrebbe potuto rispondere loro: “stolti, l’antroposofia si può applicare solo al vivente, una volta che avrete raccolto i prodotti del campo li avrete anche uccisi, una volta che vi sarete disposti a trasformarli in alimenti lavorati, non avrete più nulla da fare con essi che sia confacente alla filosofia antroposofica!”.

        Oppure, considerando i frutti biodinamicamente vivi anche dopo la loro raccolta, avrebbe potuto dare loro precetti e protocolli degni di essere chiamati biodinamici, in quanto direttamente discendenti dall’antroposofia, acconciata alla necessità delle lavorazioni degli alimenti, fra le quali la vinificazione, esattamente come prima si era fatto per l’agricoltura.

        Esiste anche una terza possibilità, poiché non esiste però solo l’approccio filologico. Le idee sono come le donne: tengono il nome del padre, ma chi ne sposa una ha il diritto e persino il dovere di farla sua; e la discendenza così generata prende il nome del padre, non più quello della madre, ovvero del nonno*. Fuori di metafora, se ci si approccia all’antroposofia in quanto filosofia e non in quanto religione, come io penso facciamo tutti qui, Steiner è il filosofo e non anche il sacerdote, è solo il pensatore e non anche l’unico legittimato ad generare ed interpretare il pensiero antroposofico ovvero biodinamico.

        Se così è, anche se Steiner non ha lasciato scritto nulla sulla biodinamica riferita alle lavorazioni alimentari, chiunque si dedichi con serietà e passione allo studio dell’antroposofia e della biodinamica può e anzi deve svilupparne il seme. Sia risalendone il significato filosofico, andando alla ricerca delle sue implicazioni ideali più profonde. Sia discendendone le possibilità pratiche, nelle direzioni in cui esse hanno senso di essere portate.

        Se si coltiva con agricoltura biodinamica uva da vino, mi pare che faccia pienamente senso provare a portare la medesima biodinamica laddove l’uva diventa vino, laddove si compie cioè il suo destino di frutto biodinamico. Destino biodinamico altrimenti tradito, se vogliamo dirla in maniera più accorata.

        Mi sono allungato troppo anche stavolta, mi tocca sfiorare gli altri punti con brevità telegrafico-sibillina:

        – l’orto nel grasso, la vigna sul sasso (proverbio friulano raccontatomi a Carema da Gaspare Buscemi un paio d’anni fa)

        – interno alla cantina è, tutto quello che in cantina uno ci porta (proverbio pseudo-bosniaco ispiratomi da Vujadin Boskov a Quelli che il calcio non so più quanti anni fa)

        * i cognomi spagnoli che uniscono a quelli dei padri anche quelli delle madri nella realtà non esistono, sono un falso mito creato da Sergio Bonelli per le necessità narrative della collana intitolata a Zagor…

  21. Mah, leggo tutti questi post e vedo il solito dialogo tra sordi che si ha quando si tratta di biodinamica. E io sono tra i sordi, beninteso. Ma scusate, se la biodinamica ha a che fare con la gnosi e la visione del modo e non con l’agronomia, allora non sarebbe più appropriato definirla una fede e farla finita qui? Non c’è mica nulla di male nel credere in qualcosa di non dimostrato né dimostrabile, io e miliardi di altre persone lo facciamo. Certo, io come tanti cristiani non mi sforzo di applicare il mio credo a proprio tutto il mio agire, ma questo è solo perché il mio maestro ci da detto di dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. Steiner non fa questa distinzione, per cui nulla questio.

    • Tra fede e filosofia ci passa un abisso, Stefano.

      • Il problema non è che fra fede e filosofia ci passa un abisso. Il problema è che molti ritengono la scienza così come è oggi incarnata dalle Università una forma di sapere assoluto, scevro da qualsiasi influenza filosofica, del tutto inopinabile. Il che non è affatto vero. L’attuale scienza è figlia della filosofia galileiana. Prima di Galileo la scienza si basava sul primato della religione sopra la razionalità, e i sacerdoti del sapere avevano nei confronti della razionalità basata sull’empirismo la stessa alterigia e la stessa percezione di diversa valenza intrinseca che si legge (se non leggo male, e senza alcuna intenzione accusatoria :-) ) nell’intervento di Cinelli Colombini.

        La scienza che oggi vive nelle Università ha a che fare con il meccanismo psicologico della fede ed è influenzata da una precisa visione del mondo, tanto quanto qualsiasi altra forma di sapere. Con forme sue particolari, che offrono precisi vantaggi e garanzie. Ma che non costituiscono un assoluto. Nel momento in cui ce ne si dimentica, ecco che la scienza empirica galileiana (qualificarla è utile per renderne la parzialità, il suo essere figlia della storia) è diventata un’ideologia, con forti propensioni al totalitarismo intellettuale.

        Se posso permettermi consiglio un piccolo gioiello, “Il rituale del serpente”, di Aby Warburg. Edizioni Adelphi (http://www.adelphi.it/libro/9788845913853).

      • In chiosa direi che hai ragione, ma è un giocar sottile in punta di fioretto. In realtà Stefano (non me ne voglia) sovrappone 3 concetti in un solo termine.
        1-FEDE
        L’aquinate diceva “ama e fa’ ciò che vuoi” dando per scontato che per lui l’amore era αγάπη o φιλία non Έρως, ed era evidentemente in “buona fede”. Questo piccolo esempio mi porta districare i tre concetti sovrapposti da Stefano: la fede è amore verso il τρίςΆγιος (in sostanza “tutt’altra cosa dal conoscibile” al cubo), un amore con cui si ricambia un’amore: la Sua Ra’hem (“viscere di made, tenerezza materna”). Ciò non è spiegabile razionalmente.
        2-TEOLOGIA
        Al presupposto rapporto bidirezionale d’amore (caso tipico è la bestemmia, il grido di dolore di un animo amante, magari incosapevolmente, che si sente tradito e abbandonato) si sovrappone l’inesauribile desiderio di conoscenza, la verace curiosità dell’uomo che si interroga sulla substantia del Suo amore, la mette in discussione, cerca di capirla, la rinnega, la ignora ma ha bisogno di un impianto teoretico su cui poggiare le sue riflessioni. Inizialmente adotta il sistema semitico (XII sec. a. C.), poi lo contagia con quello alessandrino (ca. IV sec. a.C.). Questo è il secondo concetto sovrapposto da Stefano: la gnosi Teologica, definita in seguito semplicemente Teologia perchè “non si può conoscere il Trisaghion in nessun modo sapienziale” (teosofia sarebbe ύβρις)
        3-PRECETTISTICA
        la Teologia si sforza di tradurre in atti concreti il frutto del suo studio con delle indicazioni pratiche sulla vita quotidiana (Principalmente contenute nella raccolta del Talmud, o negli scritti dei Santi Filosofanti, o dei maestri mussulmani) e indicazioni più propriamente religiose del quotidiano e della ritualistica sacra (Torah, Primo e Secondo testamento, Corano)
        Messe così le cose direi che è alla filosofia che manca un punto di partenza “Altro” da cui muovere, è un filino monca o come qualche papista ottocentesco scriveva è “onanismo celebrale”.
        Chiudo l’intervento con un po’ di sana ironia ereditata dai nostri fratelli maggiori ebrei: il teologo Urs von Baltazar scivera “La salvezza dell’uomo può avvenise grazie alla teologia, senza la teologia, nonostante la teologia”

    • Mah, a dire il vero io il “dialogo tra sordi” qui non ce lo vedo proprio, anzi questa mi pare una delle discussioni più civili e contemporaneamente dense di contenuti a cui abbia mai assistito su questo tema. :-)

  22. Un dialogo tra sordi non è necessariamente incivile né vuoto di contenuti, è solo uno scambio di opinioni in cui non si vede un possibile punto di convergenza. E questo a me pare il caso. E, caro Armando, a mio (e non solo mio) parere quando un sistema di pensiero annovera tra i suoi punti qualificanti elementi come l’astrologia richiede a chi lo segue una accettazione fideistica, e questo di per sé lo qualifica come fede e non come filosofia. E comunque, sei proprio sicuro che tra certe fedi e certe filosofie ci corra un abisso? Mmmmm……

  23. Dibattito interessante a cui volevo aggiungere alcune note: da quello che ricordo del corso di biodinamica che ho seguito alle cascine orsine nel 1979 e da quello che ho letto di Steiner,(a fatica, vista la cripticità), l’approccio biodinamico steineriano prevede verifiche con metodi molto rigorosi “scientifici” dell’efficacia di qualunque pratica.In pratica anche nell’usare i preparati la prova è nel risultato, e il risultato è valutato scientificamente. Nella scienza biodinamica la differenza è che si estende ad una valutazione qualitativa, non solo quantitativa. Cioè: si misura la crescita delle piantine trattate e si confronta con quelle non trattate (quantitativa), ma si fanno anche le prove ad esemio con le cromatografie (qualitativa). curiosamente si parla molto di biodinamica ma si tende a dimenticare questo che è uno dei cardini fondamentali, al punto che Steiner scriveva addirittura di “scienza dello spirito”. Peraltro ho scelto di non seguire la biodinamica,che pure è stata la mia prima ispirazione, ma di sviluppare una pratica biologica (preferisco chiamarla organica, col termine anglosassone).Anche qui però gli equivoci abbondano: Considerare che l’agricoltura biologica si caratterizza principalmente per l’abbandono della chimica e quindi la riduzione dell’uso di sostanze tossiche è estremamente riduttivo.L’approccio che ho sempre seguito nasce da una comprensione fondata sulla scienza, e che mi ha portato a scoprire che la scienza agronomica insegnata fino agli anni 80 era limitata e troppo giovane e non teneva abbastanza in considerazione la microbiologia del terreno se non come problema. In realtà l’approccio “integrale” più sano secondo me è nell’usare e sperimentare vari metodi e scoprire cosa funziona meglio. Quello che mi sento di contestare nettamente è l’affermazione che ” le infestazioni aumentano, come aumenta la perdita di prodotto, e spesso anche la sua qualità, laddove le infestazioni e le malattie intaccano la sanità della pianta pur non arrivando a compromettere un’utile raccolta dei frutti”. La mia esperienza con la viticultura biologica, iniziata negli anni 80 e estesa a tutta l’azienda dal 2000 è che le rese aumentano, come anche la qualità. E diminuicìscono le “infestazioni”. Un sistema più sano,non solo per il non uso di chimica, ma anche per l’incremento della biodiversità,dimostra anno dopo anno la sua maggiore resistenza.

    Roberto Stucchi

    • C’e’ un problema secondo me centraie, che viene fuori quando si afferma che il metodo biodinamico steineriano prevede verifiche con metodi rigorosi “scientifici”. Come mai allora ad oggi, siamo ancora in attesa di una verifica rigorosa e scientificamente provata – senza virgolette – dei suoi risultati? Che io sappia, e fino a qualche mese fa avevo scandagliato tutto lo scandagliabile, non esiste un documento di valore scientifico vero, che ci rappresenti questo risultato, o persino alcuna differenza significativa (significativa in modo scientifico, ovvero nel suo significato statistico) dal metodo biologico.
      Accetto di piu’ la dichiarazione di fede che la dichiarazione anedottica fatta passare per scientifica, perche’ la prima non la posso e voglio criticare, ma la seconda rischia di essere un trucco per convincere chi non ha gli strumenti per differenziare un esperienza anedottica da un esperimento scientifico: cioe’ quasi tutti i consumatori.
      Altra cosa che mi piace poco, sembra che ce l’abbia con lei Stucchi ma non e’ cosi. prendo solo a spunto le sue parole, e’ affermare che l’agricoltura biologica non fa uso della chimica, il che ovviamente non e’ esatto: l’agricoltura biologica non fa uso di chimica di sintesi, ma sicuramente e largamente di chimica non di sintesi (e per alcune cose giustificare la differenza e’ arduo) come il rame e lo zolfo, ad es. Anche questo purtroppo da un informazione distorta verso il consumatore, che pensa che nel biologico si usi solo acqua fresca (lo dico, per inciso, da viticoltore biologico certificatro, su quasi 40 ettari di vigna).
      Tutto va bene, credere o non credere, essere convinti di un metodo piuttosto che un altro, ma giocare con le parole (ripeto, faccio un discorso generale) per tirare l’acqua al proprio mulino disinformando e’ veramente inaccettabile.
      Ultima notazione, dire che l’agronomia insegnata fino agli 80 era giovane e limitata e non teneva in considerazione la microbiologia del suolo, e’ veramente paradossale, perche’ l’agronomia nasce nel 1700 in Toscana, dove la chimica di sintesi e’ largamente di la da venire e dove tutto viene compiuto solo con l’ingegno, l’osservazione e lo studio dei fenomeni naturali. Semmai e’ dagli anni 50 ad oggi che le spettacolari scoperte della chimica di sintesi hanno dato un senso di onnipotenza del tutto fuoriluogo, che ha indotto molti a credere che si potesse fare a meno dell’agronomia classica, quella che per due secoli e’ stata insegnata fin dalla fondazione dell’accademia dei Georgofili a Firenze nel 1753.
      Io credo che quelli, fondati sul rigore e sull’esperienza di generazioni di agronomi che si sono succedute e che hanno operato sui nostri territori con le nostre coltivazioni, siano i metodi che dovremmo riscoprire, altro che Steiner. Ma questa e’ solo la mia opinione.

      • Sulla chimica nel bio…intendevo chimica di sintesi, e comunque uso sempre meno anche lo zolfo e il rame e da anni dico che bisogna imparare a farne a meno.La base deve essere una agricoltura sana,e la conoscenza del passato aiuta. Nel 700 la scienza per quello che mi risulta era abbastanza aneddotica,di statistica se ne usava ben poca.Paradossalmente in questo forse più vicina ad un serio approccio bio attuale. e comunque del ruolo dei microorganismi ne terreno non ne sapevano nulla. Il mio punto di vista è che sarebbe più utile smetterla con le “guerre di religione” e lavorare assieme integrando tutte le tecniche valide.

  24. Caro signor Ferrazzano, personalmente ritengo che la scienza moderna nasca più dal dubbio elevato a sistema che dalla filosofia galileiana, ma tant’é. Ma tutto questo che c’entra con Steiner? La prego di guardare senza pregiudizi il mio punto di vista sul personaggio, che é questo. Un genio stravagante, un po’ folle ma notevole, ha creato un sistema di pensiero che tocca quasi ogni aspetto del mondo. É un singolare miscuglio di scienza, razionalità, misticismo e verità da accettare per fede perché indimostrate e, a mio modesto parere, indimostrabili. Tipo l’astrologia, ma non solo. É l’impasto inseparabile di tutti questi elementi che, sempre a mio modesto parere, renderà sempre impossibile la verifica scientifica dei risultati e del metodo. La scienza cambia, si mette in dubbio ogni giorno e non è mai definitiva, ma l’influenza di Urano nei Gemelli sula crescita del grano non credo la si potrà mai dimostrare. Questa è arroganza scientista? Se peró si prende il complesso universo steineriano come un qualcosa a cavallo tra filosofia e fede, allora perché non accettarlo? E perché mai lo si dovrebbe discriminare, sarebbe ingiusto e scorretto.

  25. Perchè Steiner e la biodinamica non sono la stessa cosa, e perchè per quanto mi riguarda considero la biodinamica per quello che potrà essere, quando imparerà a diventare ciò che è, anzichè limitarmi a criticare ciò che è dentro le carte di Steiner, e sotto il cielo oggi.

    Facessi diversamente, solleverei con ottima approssimazione le stesse sue obiezioni. Insomma mi concedo il lusso di immaginare un futuro possibile, quello che la politica e la finanza oggi cerca di nascondere, di rubare a tutti.

  26. Tutto ciò che ho letto e sentino finora faceva riferimento alla biodinamica come applicazione delle teorie di Steiner. Una biodinamica non-steineriana sarebbe una cosa completamente diversa, ma la sento citare da lei per la prima volta. Interessante davvero, mi può dare qualche indicazione di testi che mi possano spiegare di cosa sta parlando?

    • Non considerare la biodinamica come la stessa identica cosa di quanto ha scritto Steiner non significa automaticamente pensare ad una biodinamica non-steineriana.

      Quello che faccio io ad esempio è pensare alla biodinamica partendo da quanto ha detto Steiner, ma non considerando quelle parti che mi paiono inappropriate, e soprattutto immaginando riformulazioni ed evoluzioni delle molte parti in cui mi pare che convivano grandi intuizioni e forti contaminazioni dell’immaginazione.

      Insomma, considero la biodinamica e il contributo di Steiner per il loro potenziale euristico, e non come se fossero dei documenti a cui dedicarsi con l’ottica del certificatore di standard produttivi industriali.

      Faccio lo stesso con i vini, se mi sbilancio a dire che il Rossese di Dolceacqua o il Carema sono fra i più grandi vini italiani, non è certo perché prendendo le rispettive produzioni, abbia la sensazione che esse assomiglino in quantità e qualità già realizzate a quelle di Barolo e Brunello di Montalcino.

  27. Tanto per alleggerire il ponderoso albero di interventi con un tipico commento della domenica: parafrasando Allen (“la psicoanalisi è un mito tenuto in piedi dall’industria dei divani”), si potrebbe affermare che la biodinamica è un mito tenuto in piedi dai fabbricanti di compost.

    • Da non sottovalutare l’importanza dell’industria dei fabbricatori di post-e-basta… :°)))

      • Da una parte i post-telegrafonici di internet, dall’altra i commentatori (della Repubblica italica): gli uni non stanno senza gli altri.

        PS complimenti per l’uso dell’aggettivo euristico, davvero raro nel web (uno ogni undici milioni di pagine) ma da subito rivelatore della distinzione e della classe dello scrivente

      • Era qualche giorno che non riuscivo a decidermi nella distribuzione fra complimento e sottile perculatio, ingredienti entrambi assolutamente indispensabili a tenere l’equilibrio di un post elogiativo, come lo zucchero e l’acidità in un vino aromatico.

        Poi ho letto questo intervento su una affollata bacheca di enoico blog:

        “Ecco. Non nascondo più il mio imbarazzo, anzi faccio outing: LAKKA, e non la Cadonnet. Cloudberry, il frutto di un rovo montano. Riconoscimento immediato in tanti Sauvignon Blanc locupletati di vezzi poco ingeniti, molto ingegneristici. Oppure di certi macerati maceranti. Purtroppo condivisibile solo con les oenophiles dell’Ostrobotnia. Solitudine iperboreale di un palato mediterraneo.”

        e mi sono subito risolto (o ridotto?) per l’ipotesi più piccante… :-D

  28. Rossano ha una padronanza della lingua italiana che è a dir poco allucinante, concordo, ed esprime sempre concetti su cui vale la pena riflettere, indipendentemente dal fatto che si sia d’accordo o meno. Aggiungo inoltre che questo nuovo posto di discussione mi crea una sorta di dipendenza, sopratutto a causa della grandezza intellettuale di coloro che vi partecipano; complimenti e grazie a tutti.

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