Nasi e palati

di Fabio Rizzari

Dieci anni fa, quando ero ancora un redattore di cose viniche nella nota casa editrice del Gambero Rosso, rimasi colpito leggendo che una nostra compatriota, Laura Tonatto, aveva appena vinto il prestigiosissimo Concorso Le Decouvert  di Parigi, cioè una delle più spietate competizioni mondiali tra “nasi” profumieri. Con intuito e genialità pari solo alla mia modestia, decisi allora di chiamarla* e di proporle una degustazione parallela: io avrei condotto una sessione d’assaggio tradizionale, ella avrebbe parallelamente annusato e valutato i vini con la ben più raffinata tecnica odoros/analitica dei mastri profumieri.

Evidentemente devo essere a tutt’oggi fiero in modo particolare di quella iniziativa. Ne ho già infatti riscritto in sede espressica l’anno scorso e oggi ne ripropongo qui, in sede alterata, le sorprendenti risultanze sensoriali, con un copiaincolla di photoshop delle originali pagine gamberesche non esente dal vizio di una sgradevole sfocatura. Magnifiche e rivelatrici, in speciale misura, le parole tonattiane sul Borgogna rosso, a rafforzare l’adorazione per la tipologia che tutti noi (o quasi) nutriamo. Se riuscirò a riparlare con Laura, nel frattempo divenuta una celebrità planetaria (firmando essenze financo per la Reina Elisabetta) e quindi più irraggiungibile di Hillary Clinton, le riproporrò una nuova sessione di degustazione, per il decennale.

* detesto il termine contattare, un cacofonico francesismo, e diffido chiunque passi da queste parti dall’usarlo

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12 commenti to “Nasi e palati”

  1. bellissimo, ai “tempi” me l’ero perso. grazie davvero per averlo riportato all’attenzione.

  2. Grazie, in effetti – scremato dai toni scherzosi del post – il fil rouge interdisciplinare rimane credo molto stimolante per approfondire le migliaia di sfumature della degustazione del vino.

  3. In un post dedicato a sublimare la finezza di nasi e palati, mi ha colpito l’idiosincrasia per il termine contattare, che io al contrario utilizzo senza remore e anzi apprezzo e stimo alla stregua dei lemmi “più migliori”.
    Ci leggo un monito a conservare misura, nella parola contattare, un invito a tenere sempre in serbo una quota di tatto, nel contatto (anche se a ben guardare la mia pronuncia del serbo lascia non poco a desiderare ;-)
    A discapito di cotanta perversione, vorrei chiamare in causa l’amato Adorno: amato da Franco Fortini, da Fabio Rizzari e perfino da me (non so se amato anche da Giuliano Amato). Quell’Adorno che dedicava al tatto un memorabile aforisma dei Minima Moralia, il num. 16: Per una dialettica del tatto. Dove da un lato richiamava Goethe, che rappresenta il tatto “come la sola possibilità di salvezza tra gli uomini estraniati”, dall’altro prendeva atto che quella salvezza ci resta oggi sostanzialmente preclusa: “un altro segno della crescente impossibilità della convivenza umana nelle attuali circostanze”.
    Qui il termine takt significa sì tatto nel senso di dicrezione, misura, cortesia e finezza, ma significa anche battuta, tempo musicale. E Adorno, senza volerlo minimamente (né tanto meno moralmente) riscatta l’off topic di questo mio commento nel segno di un invito alla multisensorialità alterata. Come dire: va bene il naso della profumiera e il palato dell’assaggiatore, ma senza trascurare il tatto del contattare con discrezione, né l’udito dell’ascoltare con finezza i tempi e le battute (musicali e non).
    Della serie: e allora Mozart? lei dove me lo mette?
    E dove glielo metto …

    • Caro Jean Paul, sono felice che contattare per te sia un termine piacevole, come giustamente rilevi grazie anche all’assonanza analogica con la parola tatto. Nel mio caso viceversa conta molto la severa censura dello storico libretto Il museo degli errori di Aldo Gabrielli, dove – nella sezione dal titolo evocativo “mostri, babau e caramogi” – molti francesismi, insieme a contattare, vengono implacabilmente condannati. Tra questi ultimi, l’orrido inchiestare, che nel frattempo è per fortuna caduto in disuso. Ma ammetto che contattare, sdoganato e depurato da decenni di presenza nella lengua viva, è – anche qui fuori del contesto scherzoso del post – accettabilissimo.
      PS assai bella, nella rilettura, la concatenazione virtuosistica di rimandi goethiani/adorniani/musicali

  4. Il termine “contattare” suona duro, troppe “t”. Non regala l’idea di una sensazione amichevole, e giammai sensuale. Perché qui di sensi si sta parlando. Bel post, avevo già letto l’originale, ma in questa sede mi ha alteratamente ricondotto ad Al Pacino in “Scent of woman”. Grazie.

    ps molto peggio di “contattare” è per me “eclatante”. Siamo vecchi ed alterati, ognuno ha le sue fisime.

  5. Ho orrendo dato (anagramma di “Theodor Adorno”): non mi è simpatico il lemma “eclatante”, in quanto il suo anagramma più bello è “alt: catene”. Del pari e per le stesse ragioni ho in uggia il termine “contattare”, il cui solo anagramma è “tracotante”. Piuttosto, e qui il busillis del business, è per me mooolto interessante “inchiestare”, giacché le sue lettere, carpiate e riavvolte, si dispongono assai meglio nella forma, gravida di desiderio, di “intascherei”.

  6. Ho capito male ho questo editato da Fabio è solo un estratto di un precedente articolo? Se sì, sapreste indicarmi dove posso recuperare l’articolo intero.

    Per cui… resto in contatto in maniera eclatante per inchiestare.

    Tenchiu!

  7. Quell’articolo era bello a bestia.

  8. grazie Fabio, anche per me è stata una bellissima esperienza.

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