Decoubertinando

2013 Australian Open - Day 2

di Raffaella Guidi Federzoni

Lo confesso, un poco mi scoccia che Pierre De Coubertin fosse francese, d’altra parte lo erano anche Marcel Proust, Louis-Ferdinand Céline, Gérad Philippe, Jacques Tati e il Visconte di Cambronne, tutti punti di riferimento per un certo tipo di qualità della vita, quella mia.

Monsieur De Coubertin ha lasciato la sua impronta nel mondo moderno e non solo in quello sportivo. “La cosa essenziale non è la vittoria, ma la certezza di essersi battuti bene”, Questa è una frase che il più delle volte dona una sensazione di fastidio. Come dire “Hai perso di nuovo, fattene una ragione.”

Quel fastidio l’ho abbandonato da tempo. Sarà che nel mio mezzo secolo abbondante non sono arrivata mai prima, né seconda, nemmeno nei miei anni ruggenti, ma ho sempre partecipato con entusiasmo. Persino, e qui tocco il fondo della turpitudine, al concorso “Miss Voce del Mare”.

Le frequenti e ripetitive mancate vittorie hanno fatto di me un’ottima perdente.

Questo fa sì che per conto dell’azienda che ancora generosamente e con regolarità mi paga uno stipendio più che dignitoso, nonostante le mie distrazioni blogghistiche, non mi sottragga all’invio dei campioni ai responsabili di innumerevoli guide/concorsi/competizioni enoiche.

Non mi è mai successo di dire di no, neppure dopo aver letto “dai marcati sentori di rovere” relativamente al nostro unico vino intonso dal legno. Nemmeno dopo anni e anni di “sì, va bene, ma potreste fare di più” – esattamente come alla consegna delle pagelle al  liceo – .

Nemmeno dopo dubbi insinuanti come serpenti riguardo alla buona fede di alcuni giudizi su vini altrui.

Ogni anno, più volte all’anno, spediamo bottiglie delle ultime annate, compiliamo i moduli e le schede di riferimento. Le bottiglie le prendiamo a casaccio, tanto a noi, quello che facciamo piace. Come ad un padre piacciono i figli che ha visto crescere, così è per un produttore/vignaiolo riguardo ai propri vini. Per questo poi ci rimane male se questi non vengono apprezzati come secondo lui dovrebbero. Ma essere padre vuole anche dire mettere i propri figli su di una strada e lasciarli andar via.

Si tratta di accettare non solo la competizione, ma proprio la partecipazione. Si tratta di fiducia nei confronti degli arbitri, e pazienza se alcuni sono più imparziali di altri, o magari solo più esperti, o forse anche solo più propensi verso uno stile produttivo diverso dal nostro. Pazienza se quella particolare bottiglia aveva un giorno “no”, c’era la luna storta, il tappo difettoso.

Pazienza se poi qualche cliente/distributore/importatore ancora ti chiede quale sia il tuo punteggio in quel paio di riviste che ancora contano, e se sei al disotto del fatidico “90” – giustappunto detto “La paura” –  vuol dire che sei fuori dal giro giusto.

Il giudizio pubblico è importante, non per vendere, perché per quello contano tanti altri aspetti, ma per capire meglio il lavoro fatto e come questo venga recepito al di fuori della nostra cerchia ristretta. Ad ognuno la sua scelta. Da queste parti, intanto, continuiamo a mandare bottiglie, nessuno escluso.

Chiudo con un esempio, alterato quanto basta.

In questi giorni si svolge il torneo di Wimbledon, non sto a spiegare cosa sia perché presumo di rivolgermi ad un pubblico di lettori anche solo superficialmente acculturati.

Wimbledon è il tennis, almeno un certo tipo di tennis.

Fra gli incontri e i giocatori che ho seguito, spicca una certa Kimiko Date-Krumm.

Il nome sembra quello di un prodotto di sintesi per le vigne e invece si tratta di una quarantaduenne giapponese, alta m 1.63 e del peso di 53 kg.

Questa Jap è riuscita a passare i primi due turni,  farlo a 42 anni è come vincere la Corsa delle Granocchie* di Tavernelle (Montalcino) a 95. Ha rilasciato un’intervista simpaticissima nella quale ha dichiarato di “mangiare, bere, dormire troppo”. Al terzo turno si è trovata davanti Serena Willams, la Numero Uno, più giovane, più alta, più potente, decisamente più brava.

Come mettere nella stessa batteria di assaggio una bottiglia di PiNCO** accanto ad una di DRC.

Kimiko si è battuta con il sorriso, con una grinta allegra e concentrata, ha perso, si è divertita.

Il Fantasma di Monsieur De Coubertin si è alzato in piedi e l’ha applaudita ed io con lui.

* Trattasi di competizione famosissima consistente in una corsa di 50 metri in salita spingendo una carriola con sopra una ranocchia leggermente maldisposta.

** Pinot Nero Central Otago

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One Comment to “Decoubertinando”

  1. Non si può dire che io manchi di spirito sportivo. Semmai mancò a coloro che mi esclusero dai giochi del 32. Fu allora che vennero coniati a Bologna i detti con il numero 32. tipo: …è un caldo del 32; ho dato una botta del 32, ecc.ecc.. Mi rendo conto che con il post c’entra ‘na fava ma, decoubertianamente (ma non c’era una parola più corta?) parlando, ho voluto partecipare anch’io!

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