Dal peggiore garage di Ostia

vecchio garage

di Snowe Villette

Quando poro zio si comprò la villetta nei suburbs di Ostia fece una festa de inaugurazzione. Ner garagge, perché quello era er locale più importante pe’ lui, er simbolo della sua evoluzzione sociale. Finalmente poteva parcheggia’ aa 127 ar chiuso, oltre che ammontinare quarsiasi oggetto ingombrante che pora zia nun voleva pe’ casa. Fra questi c’erano le damigiane, i fiaschi  e tutto er resto pe’ imbottijà.

A novembre se compiva er rito, coi regazzini a fa’ casino, fra cui me. A turno se pompava caa bocca dar tubbo pe’ passa’ er vino dalla damigiana ar fiasco.  A sera eravamo imbriaghi tutti: zii, cuggini e amici vari. Pe’ Natale er vino era finito, mejo così perché stava a girà in aceto. Questo pure se poro zio ciaveva dato dentro caa polvere bianca, quella che a sniffalla nun viaggi ma mori o quasi. Ho scritto la mia esperienza diretta de vin de garage (d’ora in poi detto VdG) de na vorta.

Ora che me sto a fa’ na curtura sur vino leggo che li primi VdG so’ stati creati dai francesi, sai che novità. Se chiamarono così pe’ contrapposse ai produttori tradizzionali de Bordeaux che faceveno vini poco simpatici ai nuovi palati avanzanti. I VdG rossi erano più pronti da beve, nun te facevano strigne aa mandibbola per tannino, panzuti e cicciuti cor frutto e l’alcole spinto. Quelli bianchi odoravano de quercia ammollata noo zucchero. Fatti così pe’ piace’ agli americani.

Questo nei primi anni novanta. In seguito – prego notare come sto a scrive forbita – il termine si allargò pe’ comprenne produttori mai filati prima, che facevano poco vino ma li mortacci se costava na cifra. Se poi er vino se lavorava e se teneva parcheggiato vicino alle  renault e peugeot der vigneron è da dimostrasse. La moda dilagò in America, dove, se sa,  i “garages” so’ enormi.  Anche lì costavano na banca e mezzo, ma se vennevano perché se faceveno co’ pochi mezzi tecnici e tanti sforzi umani.

Così m’è pervenuto. In Italia, e qui se vede come semo boni e cojoni noi a frega’ li nomi stranieri pe’ nun facce poi nulla de marketing ggiusto, semo tornati a poro zio de cui sopra. I garagisti de casa nostra so’ sinceri, fanno er vino genuino pe’ divertisse. Tengono aa Punto/Panda e pure oo scuter parcheggiati fora e ner garage pressano, torchiano, fermentano, travasano, imbottijano.  Se divertono e nun se sognano de  chiede na cifra de sordi come li francesi. Pe’ adesso so’ così, quarcuno è pure bbono, me dice l’enologa amica de DuCognomi. E se nun è bbono, se farà, costa poco e se vede oo sforzo der garaggista.

Me chiedo se a poro zio sarebbe piaciuta l’evoluzione der termine. Me dispiace che nun ce sta più. Ora ner garage ce se vede pe’ du’ canne* e pe’ sona’ er rap. Alle du’ damigiane che ce so rimaste ciavemo messo un pezzo de legno sopra che ce fanno da tavolo pe’ appoggiasse. Coi fiaschi nun lo scrivo che ce famo, mejio de no, se po’ ddì vagamente na variante de certi aggeggi californiani. Ma no per vino.

*licenza poetica.

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