La giusta distanza

la giusta distanza

di Fabio Rizzari

Un anno fa ho scritto un post che ritengo, nella mia schiva modestia, di rilievo fondamentale. Dato che al momento non ho ancora ricevuto comunicazioni ufficiali sull’attribuzione di premi quali il Pulitzer o quantomeno il Polifenolo d’Oro, lo ritrascrivo per i lettori alterati.

Nell’introduzione della guida dei vini dell’Espresso è indicato nella quantità di passaggi e di sostanze aggiunte un discrimine importante per la qualità di un vino: “si tratta di valutare fino a quale grado una manipolazione rimane nei confini del buono, del giusto e dell’autentico”. Una valutazione non data in astratto una volta per tutte, che richiede costante equilibrio critico sulla sottile corda tesa tra i due estremi dell’artefatto e del fatto ad arte.

Per tentare di offrire una visione critica coerente è altrettanto decisiva la scelta della giusta distanza di osservazione. Come per un dipinto. Prendiamo un’opera minore, il Cenacolo di tale Leonardo da Binci (o da Vincio, non ricordo bene). Nel paragone enoico, molta parte della critica specializzata di una ventina d’anni fa, obiettivamente meno puntuale rispetto alle agguerrite nuove forze attuali, assumeva un punto di osservazione di questo genere:

cenacolo-lontano

Si delineavano così i contorni dell’oggetto, ma in maniera indistinta, confusa, generica. Un Chianti veniva descritto più o meno come un Barbaresco, un Verdicchio come un Soave. Un grado di discrimine sufficiente per i (pochi) lettori dell’epoca.

Oggi una fetta non marginale della critica tende irrestistibilmente all’estremo opposto, cioè ad analizzare i più minuti dettagli produttivi e postproduttivi: “l’uso del nuovo gas inerte FERP-11 in imbottigliamento pare aver donato al vino sei mesi e mezzo di vita in più, controbilanciati da un’evidente chiusura olfattiva dei primi 20 cl alla stappatura”. “Bottiglia del 1990: il primo terzo del vino a partire dal collo mostra un colore meno profondo e un assetto aromatico più ossidativo, il terzo centrale si scuote e trova quadratura e drive gustativo, l’ultimo terzo ha torbidità standard e vira verso toni autunnali”.
Come vedere la suddetta opera a questa distanza:

cenacolo-nel-dettaglio

Troppo da lontano, troppo da vicino. In entrambi i casi si perdono sia molti dettagli che la visione d’insieme. Ovviamente non esiste un punto di vista matematicamente e incontrovertibilmente giusto. Ogni critico, ogni appassionato deve trovare il suo.

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4 commenti to “La giusta distanza”

  1. Bello!. Se posso contribuire (indirettamente): «Trovare la distanza giusta per essere presente e insieme distaccato: era questo il problema del Barone rampante. Ma son passati vent’anni, mi è sempre più difficile situarmi nella mappa degli atteggiamenti mentali dominanti. Ed ogni altrove è insoddisfacente, non se ne trova uno. (Italo Calvino).»

    • “Ogni altrove è insoddisfacente” è magnifico, ricorda il nucleo psicanalitico della celebre citazione marxiana (grauciomarcsiana): “non farei mai parte di un club che accettasse me tra i suoi soci”

  2. “Ogni critico, ogni appassionato deve trovare il suo”. Caro Fabio, se mi dessi qualche indirizzo dove trovare il mio punto di vista te ne sarei grato. Per il momento mi “arrangio”, come faccio usando la macchina fotografica con lo zoom: avvicino e allontano per trovare la giusta messa a fuoco. Ma che fatica!

  3. La giusta distanza per capire un vino è più o meno la stessa di quella necessaria a capire un bacio: troppo distante senti solo il fiato e troppo ravvicinata è solo clangore di denti.

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