A bocce ferme e vòte – Seconda parte

 

fiera

di Raffaella Guidi Federzoni, Shameless, Snowe Villette

La complessità dei giorni di fiera ha reso necessario un lavoro a sei mani. Indi per cui quello che segue è un resoconto a sei mani, in tre parti: una seria, una quasi e una per niente.

Quello che accumuna gli scritti è la completa mancanza di riferimenti al sesso. È notorio infatti che l’autentica copula fieristica non è raccontabile, ma doverosamente nascondibile. Di giorno si lavora come ciuchi e di sera… i peccatori spariscono, rimangono solo tutti gli altri, che sono la maggioranza.

Vinitaly

RGF

“ Compreremo il vino in base alle vendite.” Così enuncia il boss americano, l’uomo da cui dipende una buona fetta del nostro fatturato estero. Lo scandisce in tono definitivo, categorico, a chiusura della prima giornata del Vinitaly 2014.

“E qui te voglio” – penso – “ aspettavo solo questo.”

Aspettavo con pazienza mentre l’adrenalina continuava a stratificarsi.

Avevo iniziato l’attesa il giorno prima, quello degli sherpa. Quello che vede arrivare truppe di peones cariche di cartoni di vino e arredi vari. Quello che fa rimbombare gli spazi fieristici di martellate e smadonnamenti in cinque dialetti diversi. Chi non lo ha mai vissuto, non sa cosa si sia perso. Perché, come in un’opera teatrale, la prova generale ha il suo peso. E davvero gli spazi sembrano quelli di un teatro, di un circo, in una Cinecittà con i suoi finti castelli, le sue finte ville rinascimentali, i suoi finti salotti, i suoi finti separé da bordello di lusso a due piani.

Ora sono qui, dopo una giornata in cui la mia unica scappatella è stata in Franciacorta (inteso come spazio fieristico, non, ahimè come regione), giusto il tempo di sputtanarmi in un video. Ho lavorato, aspettando che qualcuno osasse fare il bullo con me.

Succede sempre in questi giorni. Per difendere la sua inerzia l’interlocutore trova scuse, cercando di darmi lezioni di business. Ma dimmi un po’:

ti piace il mio vino? Sì.

Ti vanno bene i prezzi? Sì.

Qualcosa da dire sul brand? No.

E quindi rispondo al Grande Manager di turno:

“NO, è in questo l’approccio sbagliato. Voi dovete vendere in base a quello che avrete comprato e non vice-versa!”

Nel dirlo mi alzo in piedi, supero i due metri col dito puntato verso il colpevole dei colpevoli. Con la voce e la gestualità riempio lo stanzino simil-ufficio ritagliato nel nostro umile sottoscala, ehm…, stand. Gli americani adorano questo, un poco di melodramma che ci stia bene nel business con noi italiani.

Nel business c’è però anche un’eccitazione particolare, ”c’è la sensazione tangibile di far parte come singolo di un unico corpo teso ed in corsa. C’è ritmo e c’è beat, oltre alla stanchezza.” (cit. me medesima).

Ci sono anche improvvisi raggi di sole, incontri inattesi. Come con lei, una donna con la quale ho molto in comune: il decennio anagrafico, due figli maschi ciascuna, il doppio cognome, la proprietà di uno zainetto colorato a testa – arancione il suo, lavanda il mio -.

Entrambe giriamo il mondo per lavoro, entrambe abbiamo abbastanza esperienza per prendere con leggerezza ed ironia quello che la vita ancora ha voglia di offrirci. Incrociate lungo un corridoio, abbiamo diviso un caffè aggiornandoci su lavoro, famiglia, relazioni. Non c’è stato bisogno di riassaggiare i suoi vini, li conosco bene. Sono strepitosi nelle diverse declinazioni del Sangiovese, buoni quanto il mio, con un tocco più austero ed introverso. Sangiovese leggermente ritroso ma con una classe immensa, come un’eroina di Hitchcock.

Capita così al Vinitaly, una fiera dall’anima mercantile ed il respiro stereofonico.

Quando finisce il concerto, termina anche l’adrenalina. Torniamo a casa, più o meno vincitori.

Cerea e Vivit

Shameless

Con grande sollievo ho lasciato DuCognomi a sbrigarsela con la Fiera principale e mi sono dedicata alle due collaterali. Amo i sovversivi quieti, quelli che la rivoluzione se la fanno in vigna ed in cantina, anche se mi rendo conto che scrivere di loro sia come maneggiare a mani nude una patatona bollente. Se la butti a destra ti si spiaccica sul pavimento, se la tiri a sinistra rimane attaccata al soffitto per giorni.

Ci rimane il centro.

Il centro a Cerea è facile da trovare. È tutto semplice ed essenziale. Non c’è polemica, solo voglia di conoscere e farsi conoscere. In una stanza ampia e ariosa che ricorda un ritrovo scout di lusso, fra i banchetti ben spaziati fra loro, comincio gli assaggi con un’ottima selezione di vini austriaci, condotta per mano dal Dark Boy del vino italiano.

C’è un’atmosfera più da gita scolastica che da ritiro spirituale. Nonostante appaia Egli, Monsiuer Oui, Je Suis, che domani parlerà ai pochi non ancora convinti e ai molti che non aspettano altro che ascoltarlo e vederlo “live”.

C’è la crème de la crème del blogghismo enoico italico. Perbacco! Devo aver azzeccato la giornata giusta. Ho il sospetto che il sabato previnitalesco si venga qui per scaldarsi i muscoli organolettici.

Al di là del chiacchericcio c’è comunque molta qualità, qualcuno già famoso e altri semisconosciuti alla ricerca di un mercato di nicchia, in grado di pagare il mutuo della vigna e della cantina.

C’è la mia amica Prosecca, più per il prodotto che per la taglia. Una ragazza cresciuta mantenendo la trasparenza dell’infanzia, nelle parole e nel vino. Vino pulito e onesto, ogni anno più centrato. Sincero fino alla crudeltà.

Crudele mai però come quelli del mio amico sardegnolo che ritroverò anche al Vivit. Fra i miei preferiti, vini estremi ed essenziali. Una crudeltà primordiale e non costruita.

Se Cerea ha un passo pacifico e parrocchiale, il Vivit si presenta come una performance di musica underground addomesticata. Si avverte sottile l’ambizione di essere considerati diversi e portatori di rivoluzione, ma con una certa voglia di mortadella che attenua le asperità. Lo spazio è nella panza del nemico. Il Cavallo di Troia ha trovato la sua collocazione nel Padiglione Abruzzo e fa impressione vedere come all’interno del Vivit ci sia il ronzare continuo di un alveare impazzito, mentre al di fuori tutto è calma senza voluttà.

Quello che accomuna le due fiere collaterali, oltre ad una qualità media dei vini molto elevata, è la giovinezza dei partecipanti, la loro bellezza sana, e una notevole quantità di camicie a quadrettoni o di magliette con scritte provocatorie. Non ho visto una femmina fornita di tacchi a spillo, né un maschio ingiaccato e incravattato. Molte chiome scomposte e barbe arretrate da giorni.

C’è un look particolare anche nella sovversione.

Indossa una camicia a quadretti pure questa donna che mi parla con gli occhi, oltre che con il suo formidabile Dolcetto. Quanto di più lontano e di più vicino a me. Lontana come serietà di argomenti (i suoi) contrapposti al cazzeggio caparbio e reiterato (il mio). Vicina come millesimo anagrafico, come visione romantica, nonostante tutto, del mondo che verrà. Vicine per la timidezza di entrambe ed il pudore di chiedere troppo e troppo in fretta.

Una donna di lotta e di cultura.

Lei crede veramente in quello che fa e che vive.

Io così così, ma ci provo lo stesso.

E’ stato bello incontrarla e parlarle, assaggiare, discutere anche se il tempo per approfondire non basta mai.

(continua…)

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