Un rosso antico e sconosciuto ai confini del Chianti

di Faro Izbaziri

Nelle campagne a sud della città di Firenze, appena fuori dei confini del Chianti Classico, si estende la piccola fattoria di Michele Torreschi. Si estende è una sorta di iperbole, visto che la tenuta conta solo un ettaro e mezzo. Diciamo meglio: si contrae la piccola fattoria di Michele Torreschi.

L’agglomerato più vicino è Bagnolo Cantagallo. Michele ha 86 anni, buona parte dei quali passati a fare vino. Non fa certo un rosso blasonato, un Chianti Classico di quelli che costano 70 euro a bottiglia. Fa un vino umile, modesto, semplice, schietto, senza pretese, alla buona, che vende a 69 euro a fiasco.

“Non so come fanno i nostri vicini del Chianti a vendere il vino a 70 euro a bottiglia, per me è quasi un crimine. Non ci sono più i valori di una volta, se potessi raccontarlo a mio nonno lui non ci crederebbe.”

Sono andato a incontrarlo la settimana scorsa. Trovare la sua mini azienda è già un’impresa: bisogna prendere il raccordo Siena-Firenze e uscire prima dell’Impruneta, quindi seguire una sterrata di due chilometri. Un cartello scritto a mano, in bella calligrafia, indica la Fattoria Torreschi.

Dopo aver assaggiato il suo Rosso Imprunetano 2020, un vino umile, modesto, semplice, schietto, senza pretese, alla buona, ma con una presa al palato degna di una Gran Selezione, gli ho rivolto qualche veloce domanda:

I: Dove trova i fiaschi? ormai non se ne vedono più in giro
T: Eh, qui siamo ancora all’antica, ricicliamo fiaschi toscani che i produttori non usano più e li avvolgiamo noi nella paglia intrecciata. Un lavoro lungo. Ma ne vale la pena: il vino secondo me si trova meglio nell’ampio invaso del fiasco, il rapporto vetro/vino è migliore.

Lei da sempre rifiuta categoricamente di dare campioni del suo vino alle guide; mi può spiegare come mai?
È vero, è un mio punto fermo e una mia convinzione su cui non sento ragioni. Molte guide sono governate con meccanismi poco chiari e non voglio entrarci. Faccio un’eccezione solo per Gambero Rosso, Slow Food, Vitae, Vini Medi, Decanter, The Wine Advocate, The Wine Spectator e una manciata di altre testate

Una posizione molto dura…
È il mio carattere.

Come lavora in vigna?
Tutto come una volta, come facevano i miei nonni e i nonni dei miei nonni. Ignoro invece cosa facessero i nonni dei nonni dei miei nonni. Solo piante di sangiovese che hanno almeno quattro anni di età, filari inerbiti con diserbo occasionale (soltanto undici mesi all’anno), niente sostanze chimiche tranne i più noti e collaudati diserbanti e fungicidi.

E in cantina?
Anche in cantina tutto come una volta: pressa pneumatica a membrana centrale, rotofermentatore Wesselmann, enocianina, attivante Thiazote, gomma arabica Stabivin, eccetera.

Non pensa che il suo vino meriterebbe maggiori attenzioni da parte degli appassionati? In fondo lei fa vino da decenni e la conoscono in pochi
La fama non mi interessa, così come la modernità, che francamente stento a capire. Sto in campagna e faccio la mia vita, come i miei nonni e i nonni dei miei nonni. Vado al massimo tre volte al mese in qualche fiera di paese, di quelle alla buona. Anzi, la saluto, perché sto partendo per la Wine Experience di New York: con il mio vecchio furgoncino ci metterò molto tempo, ma preferisco andare piano

Va a New York con il suo vecchio furgoncino?
No, con il mio vecchio furgoncino vado fino all’aeroporto di Firenze.

Buon viaggio allora
Grazie

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