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25 giugno 2012

Il senso dell’inafferrabile


di Raffaella Guidi Federzoni

Sono quasi trent’anni che il vino occupa la maggior parte del mio curriculum professionale. Tre decenni spesi a conoscere, imparare, costruire un patrimonio di nozioni ed esperienze che oggi mi rendono serenamente consapevole di quanto poco ancora ne sappia. La limitata capacità degustativa regna sovrana fra le mie fallacie.

Per fortuna che mi si chiede soprattutto di vendere il vino alle migliori condizioni e di farmelo pagare. Ciò non toglie che la spinta per continuare a fare quello che faccio, cercando di farlo al meglio, mi viene proprio dall’attrazione mai estinta per quello che posso trovare in un bicchiere.
Ad aiutarmi a spiegare le mie sensazioni e certe incertezze ho numerosi amici, la mia ammirazione per come siano in grado di trasmettere e decifrare quasi tutto di quello che provo è incondizionata.
Quasi tutto.

A volte, di fronte alle migliori prestazioni vinicole su piazza, o anche a vini mai assaggiati prima, figli di vitigni e territori a me sconosciuti, persino le parole che ho preso in prestito da generosi elargitori, non sono sufficienti.
Non è una sensazione spiacevole, tutt’altro. Basta accettarla.
Per terminare la mia esternazione alterata ho scelto e tradotto le parole tratte da un libro da me letto di recente nella versione originale. La mia traduzione è libera non letterale, mi interessava soprattutto rendere il senso dell’inafferrabile. Se ci sono riuscita, sono contenta.

“Quei fiori precoci avevano il profumo freddo dell’acqua. La loro fragranza non possedeva la pienezza ferma dell’estate; era un sentore minerale di verde, grezzo e fresco… Si avvertiva una fioca dolcezza mescolata alla mineralità fredda e tagliente, che scomparve non appena inalò più profondamente nella speranza di coglierla appieno.”
(dal libro “Tinkers” di Paul Harding – pubblicato in Italia da Neri Pozza con il titolo “L’ultimo inverno”)

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