Quadrilogia della vendemmia, epilogo

di Raffaella Guidi Federzoni

La Benfinita

Sono con il cantiniere, imboscata per i primi assaggi. È un ragazzo con le gambe lunghe e gli occhi stanchi dopo giorni e notti passati a controllare e vegliare. L’uva è stata raccolta, trasportata, pigiata. Dappertutto c’è un odore diffuso di frutto spinto, una dolcezza pervasiva e sensuale che ringiovanisce e fa sperare bene. Si sentono le voci delle donne che stanno apparecchiando per festeggiare il termine di una fatica ciclica. Da queste parti si chiama Benfinita. Presto inizieranno le svinature ed i primi travasi, operazioni a cui assisto solo come spettatrice, quando non sono in giro per il mondo a raccontare del lavoro di altri.

Mentre assaggio e sputo mi coglie alle spalle il senso del perché mi piace quello che faccio. Perché la natura e l’uomo quando si fanno complici, meritano questo, di essere raccontati a chi abita lontano. A chi si siede e ha voglia di bere non solo un vino, ma la sua storia, minima e semplice.

Ci sono tanti discorsi che girano intorno alle Vendemmie, passate, in atto o future. Per me vale solo questo: ogni annata è diversa, ogni annata vale la pena di essere provata. I cambiamenti climatici effettivi non hanno pregiudicato irreparabilmente lo sviluppo della vite, hanno solo affinato la capacità di trovare soluzioni. Il vino è materia mutevole, imprevedibile, ma vincente.

Se un produttore ci mette la faccia sull’etichetta del vino che vende ha diritto ad essere creduto. Non deve essere scaricato un anno sì ed uno no, perché si comprano solo i millesimi migliori, quelli pluristellati. Nel termine “produttore” non sono compresi i tanti speculatori, venditori di fumo, apprendisti stregoni. Questi esistono, ma a loro non penso proprio quando scrivo queste righe, ritenendo che se qualcuno le legge è perché ha voglia e curiosità di sapere, non di giudicare.

Prima di richiudere l’armadio immaginario della mia memoria, aperto settimane fa, aggiungo un altro epilogo al mio. Fedele allo stato di alterazione richiesto da questo blog, il testo riportato in calce si discosta dall’argomento Vendemmia, ma non da quello del “bere insieme”, a suggello di un’amicizia. Essendo una donna ho scelto il finale di uno dei libri più mascolini che abbia mai letto ed amato:

“… Un giorno o l’altro verrò a prenderti all’agenzia dove lavori e andremo a berci un bicchiere. Mi piace chiacchierare con gli amici. Ma non potremo vederci spesso; tu sei un uomo serio e io non mi metto con gli uomini seri.
– Continuerai a far la vita di sempre? – chiese il Giaguaro.
– – Vuoi dire se continuerò a rubare? – Higueras il secco fece una smorfia. – Suppongo di sì. Sai perché? Perché il lupo perde il pelo ma non il vizio, come diceva il Culepe. Per ora farò meglio ad andarmene da Lima.
– Sono tuo amico, – disse il Giaguaro. – Avvisami, se posso darti una mano.
– Certo che puoi darmela, – disse il secco. – Pagami da bere. Non ho più un soldo.”
(La città e i cani – Mario Vargas Llosa)

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4 commenti to “Quadrilogia della vendemmia, epilogo”

  1. Grazie , mi è sembrato di essere con voi a fare la ‘ bandega’ da noi in Romagna si chiama così

  2. non ho parole per complimentarmi… solo un grazie.

  3. bello!

  4. grazie nelle, mi hai strappato un bel sorriso di prima mattina :)

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