Due ottime annate

due ottime annate

di Giancarlo Marino

Alcuni giorni fa, in una serata dedicata ad approfondimenti borgognoni, ho deciso di mettere, fianco a fianco, quattro vini in due annate, 2009 e  2010. L’intento era quello di stabilire, pur nei limiti imposti dalla estrema gioventù dei vini e dalle personalissime preferenze stilistiche dei degustatori, quale annata potesse essere definita migliore.

Il parterre: Bourgogne Domaine Georges Mugneret-Gibourg, Gevrey-Chambertin 1er cru Goulots Domaine Fourrier, Vosne-Romanee 1er cru Les Rouges du Dessus Domaine Cecile Tremblay, Volnay 1er cru Champans Domaine Voillot.

Nel mio personalissimo cartellino leggo:

Bourgogne 2009. Già il colore annuncia un frutto saporito, fresco e succoso. Un tripudio nel significato  più puro del termine, vera e propria danza ritmata dall’alternarsi di piccoli frutti, acidità e sapidità.  I tratti sono dipinti con rapide pennellate, che durano il tempo che intercorre con il rinnovarsi del desiderio di berne ancora, per poi dissolversi, come per magia,  in un soffio. In eredità lascia una bocca pulita e il ricordo della frutta fresca. La nota calda dell’annata è facilmente avvertibile, ma si traduce in un abbraccio avvolgente piuttosto che in un eccesso di alcool. Un vino che non induce a roteazioni convulse del bicchiere e men che meno a masturbazioni mentali. Mi viene da pensare al sicuro rifugio del grembo femminile.

Bourgogne 2010.  Simile la tonalità di rubino, tenue, ma maggiore brillantezza. Il frutto si mostra saporito e succoso ma la sensazione è quella di un raccolto anticipato rispetto al momento della  perfetta maturazione. L’acidità è viva, a corollario, e accentua il turbinio dei profumi. Il tannino è più evidente e dona sensazioni più precise e persistenti. Con indulgenza è ammessa una contenuta roteazione nel bicchiere, a scovare gli ultimi particolari, più restii a mostrarsi. Potrei azzardare dicendo che alle rotondità femminee del 2009 sostituisce qualcosa di più cerebrale.

Due splendidi piccoli vini, da vigne un tempo classificate come Vosne-Romanee village.  Il giudizio sulle annate è tutt’altro che unanime: vince ai calci di rigore il 2009, ma sarà concessa rivincita, perché è bello giocare partite come questa,  anche se si perde.

Gevrey-Chambertin Goulots 2009.  È il cru più facile da riconoscere tra quelli che Fourrier produce a Gevrey-Chambertin, ma anche il meno tipico. Abbarbicato in alto sulla collina, circondato dai boschi, ai confini di Brochon, esposto a est/nord-est, mostra apertamente la sua freddezza costitutiva. Non ha la struttura, e il tocco di nobile rusticità, dei Gevrey-Chambertin più classici, essendo più agile, scattante, un fisico da maratoneta. Meno evidente il richiamo alla terra e al sottobosco, più nette le note floreali (qualcuno sorriderà, quella sera, al mio richiamare il profumo di  fiori blu, ma queste note sono tra le pochissime che sono in grado di identificare e me le gioco appena posso). Le sensazioni di calore che l’annata regala, nettamente avvertibili ma niente affatto penalizzanti, addolciscono il quadro, arrotondano  i contorni pur mantenendo intatta la freschezza e il perfetto equilibrio delle componenti. Goloso.

Gevrey-Chambertin Goulots 2010. L’andamento climatico dell’annata è complicato, dominato dal freddo e dalla pioggia, e il vino sembra perfettamente a suo agio, come giocare in casa. 2009 e 2010, in questo caso, si assomigliano in tutto ciò che non sia diretta derivazione dalle caratteristiche dell’annata. La 2010 si distingue per una maggiore definizione, sembra quasi di leggere il vino con una lente di ingrandimento. Brilla al colore, brilla nelle sensazioni olfattive e gustative, brilla persino il ricordo a bicchiere vuoto. Un nobile guerriero vichingo in abito di cerimonia, sicuro di sé e dei risultati ottenuti.

Altri due bellissimi vini, da una vigna che sembra giocare un campionato che non è quello di Gevrey-Chambertin. La scelta è difficile, ma in modo pressoché  unanime vince la versione 2010.

Vosne-Romanee Les Rouges du Dessus 2009 e 2010.  Non credo serva a molto tratteggiarne le differenze, in quanto entrambi I vini si sono mostrati  in una fase “ingarbugliata”.  A parte una forte riduzione iniziale, solo parzialmente attenuatasi con il tempo, le note di legno nuovo fungevano da coltre impenetrabile su una materia dalla  trama indecifrabile. Mi sono appuntato diversi aggettivi, il più ricorrente dei quali è stato quello di “faticoso”. A distanza di due o tre ore, almeno la 2010 ha iniziato a mostrare qualche segno di nobiltà, soprattutto sul piano aromatico (immancabile la cannabis). Considerando lo stile di vinificazione della brava Cecile, pieno seppur femminile,  le inevitabili difficoltà che incontra nella gestione del legno (la vigna si estende per 13 are, che vuol dire due pieces in media) e, da ultimo,  i ripetuti assaggi di questo vino nelle ultime 8 annate, confido che il tempo dissiperà la nebbia che avvolge oggi entrambi i vini. Per onestà, tuttavia, si deve riconoscere che, ove assaggiati “alla cieca”,  entrambi i vini non avrebbero ricevuto  giudizi lusinghieri.   Si prega di attendere e di avere fede.

La tenzone è vinta dalla annata 2010,  più per demeriti della 2009 che per meriti propri.

Volnay Champans 2009. Il colore è di quelli che mettono di buon umore. Guardo quel rubino diafano e luminoso ed è come se si materializzasse una cornucopia coloratissima di piccoli frutti. Ma l’occhio in parte inganna, perché il liquido inonda la bocca e si fa cavalcata delle valchirie, energia allo stato puro. Subito dopo, ancora una volta, il timbro di calore dell’annata interviene a mutare il quadro donando tonalità chiaroscurali e il vino, così, incanta, si fa sinuoso, seduce. Profondo rosso.

Volnay Champans 2010.  Se possibile, e non sembrava possibile, il 2010 brilla di una energia ancora maggiore. Sugli appunti annoto “elettrico”, e l’aggettivo vale sia per il colore, che per il naso inebriante ma soprattutto per una bocca che straborda di slanci amorosi. Rispetto alla 2009, e questa può essere definita ormai una costante, annoto maggiore definizione, maggiore dettaglio. Ne esce disegnata con grande chiarezza l’anima più autentica di Champans, nobile e guerriera, non più cornucopia bensì panoplia.  Cime tempestose.

La scelta è dura, così come lo era stata per Goulots.  Io mi assumo le mie responsabilità, anche se così facendo svelo le mie preferenze stilistiche, e dico 2010.  I giocatori si dividono, molti concordano con il mio giudizio,  qualcuno propone di evitare i calci di rigore e di tirare a sorte.

Altri, per decidere, la buttano sull’esoterico.  Nove è il numero della generazione e della reincarnazione. Dinamico, è simbolo del periodo di gestazione, attesa di una nuova vita. È permanente, quindi torna sempre alla stato antecedente, non si trasforma mai veramente, è immutabile.  Il numero 10 simboleggia la perfezione, esprime il compimento delle cose, la realizzazione finale, la divina immanenza, ma anche il cambiamento che favorisce l’evoluzione, la crescita, l’elevarsi spiritualmente.

Mi viene il sospetto che l’esoterismo, almeno in questo caso, l’abbia azzeccata.  Vorrà dire che berrò i 2009 nei giorni dispari e i 2010 nei giorni pari, male non mi andrà in nessun caso.

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2 commenti to “Due ottime annate”

  1. Forse è un po’ presto ma… del 2011 che si dice? In borgogna è un’annata che ancora non ho inquadrato benissimo, forse per scarsità di assaggi.

  2. I miei assaggi risalgono al 2012, dalla botte, e alla fine del 2013, appena imbottigliata. Confesso che anche io non sono riuscito ancora a inquadrarla bene e mi riprometto, anche nel breve periodo, di tornarci sopra. Al momento si può dire che è stata una annata dai risultati particolarmente eterogenei. Al meglio, i vini sono già aperti, piacevoli, facili, aderenti ai rispettivi terroir, non particolarmente complessi; al peggio, mostrano una maturità fenolica non perfetta e qualche sbuffo di alcool di troppo.
    Come accaduto nelle annate più complicate del passato, è comunque possibile trovare vini del 2011 di eccellente livello.
    Altra cosa che si può dire già oggi, è che si tratta di annata in cui è rispettata in modo netto la gerarchia delle denominazioni: difficile trovare, come accaduto appunto nella annata 2009, un village che “valga” un 1er cru o un 1er cru che valga un grand cru.

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