Borgogna 2012 – assaggi e considerazioni conclusive

sgomento borgognone

di Giancarlo Marino

Joyaux en Côte de Nuits

Arrivo a Marsannay ad ora di pranzo inoltrata, per provare i vini di Gevrey Chambertin, Fixin e Marsannay. Fa piuttosto caldo ma in compenso il pubblico è intento ad assaltare le tavolate imbandite piuttosto che all’assaggio.

Bart
Provo la batteria dei Marsannay 2012 (Echelots, Champs Salomon, Grandes Vignes, Longeroies e Finottes). Martin Bart è da diversi anni, ormai, una sicurezza per la denominazione. I vini sono tutti buoni, definiti, già disponibili all’assaggio, godibilissimi. In una guida dedicata al bere intelligente questi vini li inserirei senza esitazione.

Bouree
Purtroppo nessun 2012, quindi provo “a campione” un Gevrey Chambertin La Justice 2010 (per la simpatia che provo per la storia della vigna). Vecchia scuola borgognona, senza fronzoli ed effetti speciali, merita un approfondimento.

Chanson P&F
Maison di antichissima tradizione, purtroppo macchiata da un periodo di appannamento a cavallo degli anni 80/90. Anche in questo caso nessun 2012, provo quindi un Gevrey-Chambertin 2011: un solo assaggio non può bastare a esprimere giudizi, ma non sarà certo questo vino a far scomparire le perplessità.

Bruno Clair
Altro produttore che non ha portato i 2012, provo un Gevrey Chambertin Cazetiers 2011. Sarà l’annata, sarà che di questo produttore apprezzo alcuni vini molto più di altri (in particolare Clos St. Jacques, Clos de Beze e Savigny La Dominode), ma il vino in questione non lo comprerei, anzi non lo comprerò.

Faiveley
Continuo a provare i vini del 2012 di questo domaine nel tentativo di farmi una idea sempre più precisa dei cambiamenti. Gevrey Chambertin Cazetiers e Combe aux Moines, Latricieres Chambertin, sono vini mi convincono in pieno. Non sono concessivi, ma ben definiti e puri, dotati di grande energia. A mitigare l’entusiasmo arriva qua e là qualche leggera scodata alcoolica.

Fournier
Altro produttore segnalatomi un annetto fa dall’Armando alterato. Provo i Marsannay 2012, Clos du Roy, Trois Terres v.v. e P’tite Grumotte. Si tratta di vini pieni, robusti, che evidenziano più di qualche somiglianza con quelli della vicina Gevrey-Chambertin. La mano mi sembra più che valida e Armando, come al solito, ha visto giusto. Consigliandoli non si sbaglia anche se, dovendo scegliere un Marsannay, rimango fedele a quelli di Bart per una questione di stile e di preferenze personali, evidentemente.

Geantet-Pansiot
Gevrey-Chambertin v.v. e il 1er cru Poissenot, Charmes Chambertin, tutti del 2012. Come sempre, sono vini pensati per dare piacere nel breve, medio periodo, senza asperità e spigoli. Ma con la stessa facilità con cui si mostrano all’assaggio se ne vanno senza lasciare ricordi indelebili. Un piccolo sforzo in più?

Giroud
Maison molto apprezzata da quando è diretta e gestita dal giovane e ambizioso David Croix. Un paio di anni fa ho visitato la cantina e ne ho tratto ottime sensazioni. Alla ricerca di eventuali conferme, provo Chambertin 2011 e Gevrey-Chambertin 2012, entrambi convincenti. I vini di David Croix riescono sempre a coniugare purezza, precisione e rilassatezza con un grande dinamismo.

Harmand Geoffroy
Domaine tra i più affidabili del comune, provo le versioni 2012 di Gevrey-Chambertin v.v. e Lavaut St. Jacques, oltre al Mazis-Chambertin. Mi pare che il produttore abbia ben interpretato l’annata, i vini si concedono con riserbo ma lasciano intravedere grandi prospettive. È gradito un minimo di pazienza.

Thierry Mortet
Ha sempre vissuto all’ombra del più noto ed esuberante fratello Denis, poi tragicamente scomparso e attualmente sostituito dal figlio. I vini mi sono sempre sembrati a immagine e somiglianza del vigneron, discreti e riservati, quasi delicati. Non fa eccezione l’unico 2012 provato, un Gevrey-Chambertin 2012 in versione “gentile”.

Naddef
Confesso di non aver mai prestato particolare attenzione a questo Domaine. Alcuni amici, appassionati e grandi conoscitori di cose borgognone, me ne hanno però parlato sempre bene e quindi decido di dedicargli un attento assaggio. Nulla di sconvolgente, per carità, ma Gevrey-Chambertin v.v. e Champeaux 2012 mi sembrano ben fatti, autenticamente Gevrey, e appare meno evidente anche quella leggera ruvidezza del tratto che in passato non aveva solleticato la mia immaginazione. Alla prima occasione cercherò di fare una visita di approfondimento, potrebbe essere un nuovo indirizzo da tenere in considerazione.

Rossignol-Trapet
Provo l’intera batteria dei 2012 in assaggio, Gevrey-Chambertin v.v., Combottes, Clos Prieur e i grands crus Chapelle-Chambertin, Latricieres-Chambertin e Chambertin. I fratelli Rossignol sono, ormai da molti anni, un indirizzo sicuro. Ritrovo la rassicurante pienezza dei 2012 ben fatti, con un fantastico Chambertin che guida, non inaspettatamente, il plotone degli altri vini. A voler essere pignoli, su alcuni dei vini mi sembra di aver colto qualche sbuffo alcolico. Ma la temperatura del locale, all’ora dell’assaggio, era ormai alta e si impone quindi un riassaggio.

Tortochot
Sulla scia dei tanti, solidi, tradizionali produttori di Gevrey, con l’unica differenza che in questo caso mi è sempre sembrato di trovare un tocco di rusticità di troppo. Decido di provare uno dei 2012 e opto per un Gevrey-Chambertin Lavaut St. Jacques. Per motivi diametralmente opposti a Geantet-Pansiot, ma un piccolo sforzo in più no?

Trapet
Purtroppo, almeno quando sono passato io, nessun 2012 in assaggio. In compenso provo un magmatico Chambertin 2008, inesorabilmente chiuso a doppia mandata ma sulla cui felice evoluzione scommetterei più di qualche penny, nonché un Marsannay 2012 dimenticato da non so chi vicino al tavolo dei formaggi. Non resisto e ne bevo (non assaggio, bevo…) mezzo bicchiere accompagnando una generosa fetta di Brillat-Savarin. Molto buoni entrambi.

In genere, arrivato a questo punto del tour di assaggi, decido che il mio palato è stato sufficientemente bombardato da tannini e acidità e mi arrendo, saltando a piè pari gli altri produttori presenti ma anche la visita a Nuits Saint-Georges et ses Climats. Questa volta decido di provare anche qualche Nuits St. Georges e mi incammino.

Nuits Saint-Georges et ses Climats

Fortunatamente non trovo la ressa di Vougeot, è possibile assaggiare senza dover fare a gomitate.

L’Arlot
Molti appassionati, anche tra i miei amici, amano particolarmente i vini della zona sud della denominazione (Clos de la Marechale di Mugnier in testa), personalmente sono meno entusiasta. Provo qui il monopole Clos des Forets Saint-Georges 2012, davvero buono, ma confermo la mia preferenza per i Nuits più autentici, quelli della parte centrale, e se proprio devo divagare ne scelgo uno della parte nord, che costeggia Vosne Romanee e ne assume le sembranze in termini di eleganza e complessità.

Chevillon
Della annata 2012 provo tre 1er cru, Ronciere, Chaignots e Vaucrains. A qualcuno questi vini non sono piaciuti particolarmente, ma a me sono familiari da molti anni e li apprezzo. Vaucrains è una bestiolina in gabbia, sprizza energia da tutti i pori, anche se oggi si concede poco o nulla e chiede tanta, tanta pazienza. Il più leggibile, non inaspettatamente, è Chaignots, che non ha la struttura dei più grandi Nuits ma ha l’eleganza e la nobiltà del tratto della vicina Vosne.

Chicotot
Provo i 2012 Charmotte, Rue de Chaux, Vaucrains e Les St. Georges. Qui mi sembra di avvertire, rispetto a Chevillon, maggiore purezza del frutto, forse anche maggiore rigore e autenticità, ma forse un tannino più ruvido. Considerando che, a quest’ora del pomeriggio, del mio palato non posso fidarmi ciecamente, mi sono ripromesso di riprovarli al fianco di altri. Vedremo.

Faiveley
Continuo ad approfondire i vini di questo produttore, questa volta con un Chaignots 2012. Probabilmente lo stile austero e affatto concessivo del produttore poco si adatta ad un giovane Nuits St. Georges, ma ancora una volta mi sembra di poter esprimere un giudizio positivo.

Gouges
Due i 2012 provati, Vaucrains e Les St. Georges. Il timbro è sempre quello, austero, pieno, ma sono alcuni anni che annoto un certo “alleggerimento” della mano e possiamo quindi sperare di iniziare a berli con gioia in un tempo ragionevole, senza dover necessariamente attendere 15 anni (come mi è capitato, recentemente, con un Les St. Georges 1999 che ha appena iniziato il risveglio dopo un lunghissimo letargo). Certo è che Gouges rimane uno dei punti di riferimento della denominazione.

Thibault Liger-Belair
Assaggio un delizioso Charmotte e un profondo e convincente Les St. Georges, entrambi 2012. Anche in questo caso mi sembra di poter dire che si tratta di vini eccellenti e consigliabili.

Marchand-Tawse
Seguo Pascal Marchand da quando era regisseur al Domaine Comte Armand, proprietario del monopole Pommard Clos des Epeneaux (dove, dal 1999, è stato sostituito dal giovane e talentuoso Benjamin Leroux). Dopo varie esperienze e collaborazioni come enologo, ha dato recentemente inizio a una nuova attività di negoce insieme al socio canadese Tawse. Il marchio di fabbrica mi sembra lo stesso di sempre: Pascal Marchand produce vini nei quali struttura e volume prevalgono su finezza ed eleganza. Non fanno eccezione i due 2012 che provo, i 1er cru Perrieres e Vaucrains, che se nessuno rabbrividisce potrei definire “sapientemente moderni”.

Michelot
Alain e la figlia Elodie Michelot dirigono con sapienza uno dei domaine più tradizionali del comune. Non sono vini che catturano immediatamente l’attenzione, ma che hanno bisogno di tempo per esprimersi compiutamente (come confermatomi dall’assaggio recente di alcuni 1er cru del 2001/2002, tra cui un Vaucrains e un Richemone davvero struggenti). In mancanza di 2012, provo un Cailles 2011 che, sia per l’eleganza del cru che per la leggerezza dell’annata, è sufficientemente leggibile. Nessuno si strapperà i capelli per questo vino, ma è certamente uno specchio fedele del terroir e dell’annata. A chi non ha mai bevuto i vini di questo produttore e apprezza i Nuits St. Georges, magari un po’ austeri ma fedeli al terroir e tradizionali, consiglio di fare un tentativo. Prezzi ancora nei limiti della saggezza.

Impressioni sull’annata 2012 in Côte d’Or

Nel corso del 2012 tutto quello che poteva accadere è accaduto (gelo, grandine, pioggia, malattie della vite), anche se la zona maggiormente colpita è stata ancora una volta la Cote de Beaune. La raccolta è stata particolarmente scarsa, sull’onda lunga del 2010 e 2011.

Sulla qualità dei 2012 mi sento di sbilanciarmi, affermando che per i rossi della Cote de Nuits si tratta di una annata forse non all’altezza delle migliori (solo il tempo ci dirà con maggiore certezza) ma comunque più che buona. Rispetto alle annate 2009 e 2010, giudicate unanimemente grandi, la principale differenza è data dal livello medio: difficile trovare vini di queste due annate davvero deludenti, mentre nel caso del 2012 il consiglio è quello di assaggiare prima, perché non tutto è andato per il verso giusto. Mi sono chiesto anche perché, e azzardo una ipotesi.

L’andamento climatico ha favorito lo sviluppo di grappoli piccoli e acini dalla buccia spessa. Di conseguenza, tannini abbondanti ma di maturità fenolica più che buona, estratto secco superiore alla media, acidità più che accettabile anche se non al livello del 2008 o del 2010. Oltre alla cura della vigna, ovviamente, la differenza l’ha fatta la sensibilità dei vigneron nel vinificare mosti già naturalmente concentrati e ricchi. I risultati migliori sembrano essere venuti da chi ha preferito una vinificazione di grande leggerezza, preferendo rimontaggi a follature, estrazioni delicate a estrazioni più pesanti, uso contenuto di legno nuovo.

Quando sono ben fatti, i 2012 sono vini concentrati ma armoniosi ed equilibrati, spesso gourmand, capaci di durare nel tempo ma probabilmente accessibili da subito. Difficile prevedere, ma potrebbero non avere fasi vere e proprie di chiusura, anche se una attesa di qualche anno è consigliabile per i grand cru e 1er cru di maggiore struttura. Ottima mi è sembrata la trasparenza e l’aderenza territoriale: i vini sono fedeli alla propria origine e rispettosi della gerarchia (difficile, per intenderci, trovare un village che valga un 1er cru e un 1er cru che valga un grand cru).

A quale altra annata potrebbe assomigliare? Qualche produttore ha ipotizzato un mix di 2009 e 2010, ma poco mi convince anche se l’acidità del 2009 potrebbe ricordare quella del 2012 e l’aderenza territoriale del 2010 potrebbe assomigliare a quella del 2012. Altri un mix di 2010 e 2011, ma mi convince ancora meno perché con il 2011 l’unico punto di contatto mi sembra una certa facilità di approccio.

Azzardo per azzardo, dico che i 2012 in questa fase potrebbero ricordare i 2002, con un filo di struttura in più e un filo di acidità in meno.

In cauda venenum

I vini della Borgogna, in particolare quelli della Côte de Nuits, non sono mai costati poco. Ma qualsiasi appassionato, magari con un piccolo sforzo, poteva permettersi ogni tanto di acquistare una delle bottiglie più pregiate, perfino una di di quelle, rare e costose, dei produttori più noti. Dalla annata 2005, senza soluzione di continuità, i prezzi hanno preso a aumentare vertiginosamente. E, quel che più colpisce, anche quando l’annata non era eccelsa. Francamente non mi interessa più di tanto se la colpa sia dei cinesi piuttosto che delle bassissime rese degli ultimi anni, è un dato di fatto e ritengo che come tale lo si debba analizzare, con freddezza.

Oggi, dopo aver letto i primi listini dei 2012, credo che se non siamo arrivati al punto di non ritorno certamente ci siamo molto vicini. E se, almeno in parte e con notevole sforzo, possiamo sforzarci di capirne i motivi per i più noti e più rari dei grand cru, è molto più difficile riuscirci per gli altri.

Chi mi conosce sa del mio amore per i vini di queste zone, un sentimento forse anche eccessivo, ma sincero e autentico, che tuttavia rischia seriamente di trasformarsi in un altro sentimento, a suo modo ancor più struggente e nobile, quello dell’addio.

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5 commenti to “Borgogna 2012 – assaggi e considerazioni conclusive”

  1. Da qualche tempo vado pensando, e mi piacerebbe sapere l’opinione dell’autore a proposito, che questa crescita di prezzi costante e importante dei vini di alcune regioni francesi importanti, alla lunga potrebbe favorire l’emergere dei vini italiani “classici” come bene rifugio per quell’ampia fetta di popolazione appassionata del vino appartente alle middle class planetarie, sia dei mercati maturi che di quelli emergenti. Certo, questo porterebbe ad un accrescimento dei prezzi anche di questi vini (che mi pare sia gia’ in atto, e mi riferisco a Barolo e Brunello in particolare, almeno quelli considerati importanti), ma al tempo stesso a cascata porterebbe a effetti positivi dal lato della produzione del vino, come e’ successo dagli anni 80 in poi in Francia in certe zone.

  2. @Gianpaolo, pur non avendo specifica competenza, da semplice osservatore credo che alcuni vini italiani già siano emersi come possibile alternativa a quelli francesi (e non parlo solo di Piemonte e Toscana) e che il fenomeno potrebbe aumentare, con ricadute positive sulla produzione italiana. Se saremo bravi….

  3. Dimenticavo di riportare un piccolo aneddoto, fresco fresco di marzo. Da ormai 4 o 5 anni, ogni volta che andiamo in Borgogna portiamo qualche bottiglia di vino nostrano per soddisfare la curiosità dei nostri cugini d’oltralpe (produttori, agenti, sommelier) . Nell’ultima occasione conviviale abbiamo bevuto, tra l’altro, alcuni vini dal costo contenuto (10/12 euro), con il chiaro intento di “polemizzare” sull’escalation dei prezzi dei borgogna.
    Che dire, vedere i cuginetti (che, come al solito, hanno apprezzato tutti i vini) impazzire per uno in particolare di questi vini, dopo averlo passato ai raggi x e avendovi trovato solo pregi, da un lato fa piacere, dall’altro dovrebbe farli riflettere sulle controindicazioni di questa politica scellerata dei prezzi.
    Per la cronaca, il vino in questione era il Rossese di Dolceacqua 2012 Testalonga, di Nino Perrino, un vino che in Italia non ha ancora ottenuto i giusti riconoscimenti (dire che un Rossese è tout court un grande vino, si sa, è a rischio spernacchiamenti).

  4. Coincidenza vuole che sia apparso proprio in questi giorni un articolo sul Financial Times a firma Jancis Robinson che sembra confermare quanto qui detto. Ne riporto un estratto: http://www.ft.com/cms/s/2/49ddc9e6-8829-11e3-8afa-00144feab7de.html#ixzz2yw2wU1wN

    “There’s something different this time,” says Berk. “I think it’s become clear to many European and UK merchants that they can’t rely quite so heavily on Bordeaux as they did in the past. And with Burgundy also becoming increasingly challenging, Barolo is looking to be the most attractive portfolio addition. This is not to say that the same merchants haven’t been happily selling Barolo all along, but that was perhaps more as brokers to satisfy demand from the US.”

  5. Non tutti sanno, forse, che il mercato USA è particolarmente evoluto. Spesso si pensa al cliente americano come a un “bevitore” poco consapevole, ma la realtà è ben diversa. Con l’aumento dei prezzi dei top francesi, ci sarà maggiore spazio sia per i vini francesi, laddove i prezzi sono ancora competitivi in relazione alla qualità (e penso subito alla Loira, ma non solo), sia per i vini italiani, anche oltre i soliti Barolo/Barbaresco/Brunello.

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