Spiciness

unites states

di Emily Jo Wolfsson

Pubblichiamo volentieri una lettera ricevuta dalla nostra amica americana. Il suo stile disinvolto e leggermente fuori dalle convenzioni ha complicato non poco la mia traduzione, che però spero risulti comprensibile e godibile anche per i più pervicaci monolinguisti.(RGF)

Few weeks ago I found myself in Chicago.

Before Chicago there was New York and before New York, Florida.

Florida was sticky and humid and hot. I walked along the beach of Fort Lauderdale and wondered once again why I wasn’t instead walking along a whatever Italian beach. I know why, I have to work, but it doesn’t stop me wondering. I drunk a Margarita at the beach bar, served by a guy with fanny eyes. His glance was strong and piercing, going straight through my face, deep inside my brain where it was written “I am drinking a mediocre Margarita, trying to forget why I am here”.

I had a second Margarita later that night. This time in the bar inside the hotel, sitting by two ladies, a touch younger than me and much more optimistic about being there, in the chillness generated by a strong working air conditioning, wearing many layers of makeup and very little fabric. The bartender wore glasses and looked bored, his Margarita was as mediocre as the one of the beach bar.

So that was Florida. New York was better. New York is always better. The city vibes make you forgetting the dirt that creeps everywhere, including hotel rooms and restaurants. It is New York style dirt. One night I went with friends to a speakeasy, those sort of places once upon a time crowded with bright young things and old rich men. Now to get there you have to go through a Chinese low-level restaurant, filled with noisy families, and enter in a room full of Chinese youth making loud noises of appreciation. I had fun anyway, my friends were the nicest people you can find in a big city, Italian and down to earth, not a sign of boredom. I drunk a cocktail whose name could have been “Naughty girl” or “Tonight is my night”, the effect being slightly into the wild side.

Finally I landed in Chicago, the last leg of my journey. Chicago is a city that has a special crispiness, probably due to the wind that sweeps, no matter what. It has also one of the highest crime level in the US, but if you keep on the right part of town, you don’t notice it.

I love this city. Maybe love is too much, let’s say that I like it a lot (this is the sort of reply you make when somebody asks “Do you love me?” meaning “No, but I don’t want to lose sight of you”).

However, Chicago has personality, identity, atmosphere. It has a color grey which is not really grey-grey, more silver-whitish-grey combined with terracotta-red. The grey belongs to the light bounced back from the lake and from the many tall buildings, some of breathless beauty. The terracotta-red comes from town houses considered monuments, being more than a century old. Terracotta-red houses are all over the US, but here they become more intellectual. Chicago has a mind reflected in its urban display.

It was my last night, the end of a long and tiresome trip. I needed a kick, I needed to go and eat somewhere not serving Italian style food, or huge American steaks, or even pale and bland sushi.

I opted for Thai. Not just a normal Thai restaurant, but “The” Thai restaurant. The one voted The Best. The one chosen within the 100 places I should go before I die (great! Now I have only 99 left).

The location is outside the Magnificent Mile, more towards the suburbs. The space inside is divided in few rooms, none of them large enough for big groups. In fact, there were only couples, eating and flirting in a low-key way. The whole décor was low-key and even the service was efficient but not flamboyant.

The only flamboyant aspect was a marvelous fresco, or mural, painted by one of the Thai member of the family that owns the place. Totally amazing. By the time one detects the millions of details, the different faces and bodies and animals and landscapes which densely populate the walls, the meal is over and the spirit is happily lifted.

There were three choices of fixed-price menu, $75-$85-$100. I choose the middle one, good for me, because at the end of the twelve courses I had more than enough. I was helped in the working out by the content of a bottle of Riesling with a name too complicated to remember after the second glass.

Actually, the wine was the only minor point of the whole experience. Despite being acidic enough to wash away the excessive spiciness of the jicama coconut sauce, it didn’t have the strength to face the braised beef curry.

Once again I wondered about wine pairing. For such a complex menu, with strong tastes, sometime fighting each other, all you need is a wine that is flexible but not breakable, a wine that supports without surrender. For my palate spoiled by Italian wines the answer should be: young, acidic, red, vibrant, not too steely in the German way.

I started dreaming about Barbera, Sangiovese in its youth, even Frappato. The fuel of the spices would have been tamed with one of those wines. The food would have been rounded by their lively suppleness and I would kissed the sky on my way home. Kissed the sky and sent somebody a love letter.

Instead I am sending this letter to the Accademia degli Alterati, which is almost the same.

Almost.

 

Qualche settimana fa mi trovavo a Chicago.

Prima di Chicago c’era stata New York e prima di New York la Florida.

La Florida era appiccicosa e umida e calda. Ho passeggiato lungo la spiaggia di Fort Lauderdale e ho pensato di nuovo perché invece non stessi passeggiando lungo una spiaggia italiana qualsiasi. Lo so perché, devo lavorare, ma non smetto di chiedermelo. Ho bevuto un Margarita al bar della spiaggia, servito da un tipo con gli occhi strani. Il suo sguardo era potente e penetrante, dritto attraverso la mia faccia, dentro la profondità del mio cervello dove c’era scritto “Sto bevendo un Margarita mediocre, cercando di dimenticare perché sono qui.

Ho bevuto un secondo Margarita più tardi la sera. Questa volta al bar dentro l’albergo, seduta vicino a due signore, leggermente più giovani di me e molto più ottimiste riguardo ad essere lì, nel gelo provocato dall’aria condizionata fortemente alacre, truccate abbondantemente e con poco tessuto addosso. Il barista portava gli occhiali e sembrava annoiato, il suo Margarita ugualmente mediocre di quello del bar della spiaggia.

Così questa è stata la Florida. New York è stata meglio. New York è sempre meglio. Le vibrazioni della città ti fanno dimenticare la sporcizia che si infiltra ovunque, camere d’albergo e ristoranti inclusi. È sporcizia stile New York. Una sera sono andata con amici ad uno speakeasy*, quel tipo di posto una volta popolato da “bright young things”** e vecchi ricchi. Ora per arrivarci bisogna attraversare un ristorante cinese di basso livello, pieno di famiglie rumorose, e entrare in una stanza riempita da gioventù cinese che produce alti suoni di apprezzamento. Mi sono divertita comunque, i miei amici erano le persone più carine che si possano trovare in una grande città, italiani e con i piedi per terra, neanche il minimo segno di noia. Ho bevuto un cocktail il cui nome poteva essere “Ragazza birichina” o “Stasera è la mia sera”, considerando l’effetto leggermente deviante verso il lato selvaggio.

Finalmente sono atterrata a Chicago, l’ultima parte del mio viaggio. Chicago è una città con una nitidezza speciale, dovuta probabilmente al vento che spazza, non importa cosa. Ha anche uno dei livelli più alti di criminalità negli US, ma se ci si muove entro la parte giusta della città questo non si nota.

Amo questa città. Forse dire amore è un’esagerazione, diciamo che mi piace molto (questa è il genere di risposta che dai quando qualcuno ti chiede “Mi ami?”, per significare “No, ma non voglio perderti di vista”).

Comunque, Chicago ha personalità, identità, atmosfera. Ha un color grigio che non è proprio grigio-grigio, più un grigio-bianco-argento combinato con un rosso-terracotta. Il grigio appartiene alla luce rimbalzante dal lago e dai molti grattacieli, alcuni dalla bellezza mozzafiato. Il rosso-terracotta viene dalle palazzine considerate monumento, essendo più che centenarie. Ci sono palazzine rosso-terracotta ovunque negli US, ma qui diventano più intellettuali. Chicago ha una mente riflessa nel proprio svolgimento urbano.

Era la mia ultima sera, la fine di un viaggio lungo e stancante. Avevo bisogno di una spinta, avevo bisogno di andare a mangiare dove non servissero cibo “all’italiana”, o enormi bistecche americane, e nemmeno sushi pallido e blando. Ho optato per un tailandese. Non solo un normale ristorante tailandese, bensì “IL” ristorante tailandese. Quello votato come migliore. Quello scelto fra i 100 posti dove dovresti andare prima di morire (fantastico! Ora me ne restano solo 99).

La posizione è fuori dal Magnificent Mile***, più verso la zona residenziale. Lo spazio interno è diviso in poche stanze, nessuna delle quali grande abbastanza per gruppi numerosi. Infatti c’erano solo coppie, che mangiavano e amoreggiavano sottotono. L’intero arredamento era sottotono ed anche il servizio era efficiente ma non sgargiante.

L’unico aspetto sgargiante era un affresco, o “murale”, meraviglioso, dipinto da uno dei membri della famiglia tailandese proprietaria del ristorante. Il tempo di distinguere i milioni di dettagli, i visi e i corpi e gli animali e i paesaggi differenti che intasano le pareti, il pasto è finito e lo spirito felicemente sollevato.

C’erano tre scelte di menu a prezzo fisso, $75-$85-$100. Ho scelto quella mediana, bene per me perché alla fine delle dodici portate ne avevo abbastanza. Sono stata aiutata nell’elaborazione dal contenuto di una bottiglia di Riesling con un nome troppo complicato da ricordare dopo il secondo bicchiere.

In verità, il vino era l’unico aspetto minore di tutta l’esperienza. Nonostante fosse abbastanza acido per ripulire dall’eccessiva speziatura della salsa al cocco e radice di jicama, non aveva abbastanza forza per fronteggiare il manzo al curry.

Di nuovo mi sono interrogata riguardo all’abbinamento con i vini. Per un menu così complesso, dai sapori forti, a volte in contrasto fra loro, tutto quello di cui hai bisogno è un vino che sia flessibile senza spezzarsi, un vino che sostenga ma non si arrenda. Per il mio palato viziato dai vini italiani la risposta dovrebbe essere: giovane, acido, rosso, vibrante, non troppo inflessibile alla maniera tedesca.

Ho iniziato a sognare Barbera, Sangiovese giovane, persino Frappato. La fiammata delle spezie si sarebbe addomesticata con uno di questi vini. Il cibo sarebbe stato arrotondato dalla loro agilità vivace ed io avrei baciato il cielo tornando a casa. Baciato il cielo e spedito una lettera d’amore a qualcuno.

Invece spedisco questa lettera all’Accademia degli Alterati, che è quasi lo stesso.

Quasi.

* Con questo nome venivano chiamati in America i luoghi in cui si servivano illegalmente bevande alcoliche durante il proibizionismo.

**  Così venivano definite negli anni ’20 del secolo scorso le ragazze giovani, carine e disinibite della buona società americana.

***La zona di Chicago più elegante, con i negozi di lusso, gli alberghi più costosi e molti degli edifici architettonicamente rilevanti.

 

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