Nostalgic pub blues

old pub

di Shameless

“Plic, ploc” due lacrime residue mi scivolano sulla guancia e finiscono per dissolversi nella mezza pinta di birra che ho fra le mani. Bere una mezza pinta in un pub britannico di provincia è un po’ da mezzasega, ma è mezzogiorno e sono digiuna. Almeno la birra è ambrata e saporita, con il tocco salato delle lacrime migliora.
Un’ora fa sono scoppiata in un pianto improvviso, cose che capitano a chi ha più di mezzo secolo e memorie stratificate che ogni tanto si aprono in una crepa.

Adesso son qui che mi consolo, ambientandomi in un pub del terzo millennio che assomiglia purtroppo sempre più a qualsiasi posto del mondo occidentale in cui si serva da mangiare, ci siano giochini vari a disposizione, spazio per bambini, non si possa fumare, ci sia un bancone con dietro scaffali di bottiglie di superalcolici e sì, anche birra alla spina.

Un tempo non era così.
Un tempo la parola gastropub avrebbe provocato l’intervento di un’ambulanza.
Un tempo nessuno andava al pub con l’idea di mangiare. I frequentatori abituali s’ingozzavano prima con roba fritta e pesante, tanto con un paio e più di pinte avrebbero poi digerito.

Un tempo i frequentatori abituali od occasionali erano sempre privi di bambini. Gruppetti di giovani pallidi e brufolosi, signori di mezza età baffuti con pance di tutto rispetto, ragazze vivaci e scollacciate, tardone ridanciane anche loro scollacciate senza vergogna.

Si andava al pub per socializzare, parlando a ruota libera senza freni, liberandosi dalla noia di una vita di provincia, per passare qualche ora senza troppe inibizioni o responsabilità. L’ambiente era sempre piuttosto zozzo, fumoso, poco luminoso. Si poteva giocare a freccette, mettendosi in fila dietro il paffuto campione locale già alla quarta pinta. Il biliardo, se c’era, era dislocato in una stanza a parte.

Nessuno era glamour o elegante, le tardone avevano collanine fini e dorate sui seni bianchicci e rassicuranti, le ragazze facevano dondolare orecchini dal costo inversamente proporzionale al peso. Gli uomini di ogni età indossavano giaccotti di pelle, lontanissimi parenti dei chiodi o bomber griffati.

Un tempo dunque si andava al bar per non sentirsi troppo soli e bere birra. La quale birra era rigorosamente versata alla spina in bicchieri da una pinta, tutti uguali nella forma. Non ho memoria di mezze pinte servite in un tumbler alto o di boccali col manico di stampo teutonico.

La birra versata traboccava sempre sul tappetino gommato posto sotto il bicchiere, chi la versava aspetta va che la schiuma si depositasse in alto, senza esagerare in spessore, e poi ti piazzava davanti il tutto senza tante cerimonie. La temperatura era sul tiepido, la sorsata ricca e ripetuta.

Molti pub cominciavano ad essere comprati da grandi catene di imbottigliatori, ma tanti piccoli birraioli indipendenti resistevano, soprattutto al nord e nelle province più lontane dalla capitale.
La birra era buonissima, varia, personale e capricciosa, eccentrica e scivolosa in bocca. Te ne bevevi due pinte prima ancora di cominciare a pensare come avresti finito la serata.

Si fumava, ma quanto si fumava! Le pareti tendevano al giallino per la stratificazione di nicotina. Per fumate alternative la gioventù si accomodava fuori, sul retro, dove c’era un vicolo accogliente non solo per le canne, ma anche per le sveltine o le vomitate leggermente più in là. Qualcuno a notte fonda si stufava di fare la fila per il gabinetto – assai poco invitante per la verità – e marcava il suo territorio fra i bidoni vuoti di birra appoggiati accanto alla porta del magazzino.

Era il mondo promiscuo, volgare e confortevole di una classe popolare britannica nella quale volentieri si mescolavano i rappresentanti delle classi medio alte per qualche brivido masochista.
Posso aver esagerato nella rappresentazione verista, il fatto è che quanto sopra era comunque più allettante che repellente. Perché era autentico e vibrante di esseri umani, tutto sommato civili nel seguire certi rituali.

Era l’Inghilterra come l’ho conosciuta, nel crepuscolo di un mondo conservatore che si stava rinnovando molto più di altri mondi rivoluzionari.

Mentre le ondate di reminescenza traboccano nel mio sguardo come la cervogia dal calice, il locale intorno a me si è riempito. Fra i piatti scritti sulla lavagnetta ci sono anche spaghetti al salmone, o qualcosa di simile, meglio non indagare. Sconfitta ordino una porzione di sheperd’s pie, il cibo più tradizionale presente in lista. C’è anche un elenco essenziale di vini, qualcosa che in passato sarebbe stato considerato blasfemo, ma ormai inevitabile.

Va tutto bene, sì sì, va tutto per il meglio. I pub si sono ripuliti, rinnovandosi con un’offerta alternativa ai ristoranti tradizionali. Non qui, ma in diversi gastropub ho mangiato e bevuto benissimo senza spendere troppo. Solo così questi sono sopravvissuti alla crisi e alla tracimazione causata dai giganti internazionali della birra.

C’è un movimento tradizionalista che garantisce la freschezza e l’autenticità della birra grazie al marchio “Cask Marque”, i pub accreditati lo espongono all’entrata. Continuano ad esistere e a crescere micro birrerie, a volte con un locale annesso per la consumazione.

Tornerà quindi il gusto per il pub tradizionale, come torna il desiderio per i vinili? Sarà la loro estetica ripulita come il suono classico del rock rimasterizzato? O ci sarà di nuovo quella leggera coltre polverosa ed imperfetta che rende l’esistenza valevole di essere vissuta?
In attesa di una risposta gli occhi si sono asciugati, il bicchiere si è svuotato ed il cuore alleggerito.

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2 commenti to “Nostalgic pub blues”

  1. La prima volta che ho letto “gastropub” ho pensato al Maalox anch’io :-)

  2. Il post mi ha fatto rivivere in un attimo un infinità di serate trascorse nei pub, ormai a più di vent’anni di distanza, ma senza rimpianto, come se fossi un reduce di un momento che ora non c’è più.
    P.S.
    Anche se di ragazze vivaci e scollacciate non né ho viste molte,… o pub sbagliati ero molto più concentrato sulla birra!

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